Le delizie di un orfanotrofio




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minata orfanotrofio. Quel duro scontro tra madre e figlio durato tutta l’estate si concluse a favore della madre ed Antonio era ormai rassegnato, non aveva più la forza di ribellarsi e contrastare sua madre. A capo chino come se andasse dietro ad un funerale, quel triste giorno si diresse verso quel pullman che lo riportava di nuovo all’orfanotrofio. Durante il viaggio patì le pene dell’inferno arrivò a Marsiconuovo in condizione pietose e quando raggiunse l’orfanotrofio incominciò a sentire le prediche del buon pastore: “ma guarda come ti sei ridotto! Così trasandato, con quei capelli lunghi e quella barba non fatta, da dove vieni dalle caverne? Lì certamente il rasoio non si usa, per fortuna che a queste cose ci pensiamo noi. Domani viene il barbiere e pensa lui a dare una bella pulitina sia a te, che agli altri ragazzi”. E il giorno dopo quel barbiere muto si agitava tutto per fare capire che non era colpa sua se i capelli dovevano essere tutti tagliati e fu inutile la loro resistenza, chi metteva le mani sulla testa per fermarlo, chi s’alzava dalla sedia e scappava ma il barbiere era ostinato non c’era niente da fare, e faceva capire con i gesti: “o voi sottostate a farvi tagliare i capelli, oppure sono costretto a chiamare il Rettore!” E con i segni che faceva era chiarissimo: “quello non perdona, vi ammazza di botte!” Ma questo non c’era bisogno che lo dicesse il barbiere loro lo sapevano già, l’avevano provato da lungo tempo sulla loro pelle, si può dire che sono cresciuti a suon di schiaffi, pugni e calci. C’è chi viene su con le bistecche, con i latticini, con i biscotti ma principalmente con tanto amore ed affetto, quei ragazzi invece erano speciali, perché madre natura era stata benigna nei loro confronti dandogli tanta povertà, ci voleva quindi qualcosa di speciale ed è per questo che li hanno tirati su a suon di botte. Non sopportavano di portare i capelli a zero quella per loro era una vera e propria violenza, molti erano così arrabbiati, così umiliati che si sfogavano piangendo. Spano era ancora arrabbiato con sua madre, aveva cercato in tutti i modi di farle capire che quello era un anno perso, l’unico che ci guadagnava era il buon pastore che lo faceva lavorare senza dargli una lira, (il suo era un vero e proprio sfruttamento) a dire il vero una ricompensa c’era ed erano le tante botte che prendeva. “Non puoi tenere un figlio in quella prigione solo perché gli danno un po’ di cibo” aveva gridato l’ultima volta prima di partire, ma lei era così dura di testa che non faceva altro che ripetere: “è inutile insistere lì devi stare fino ai diciotto anni!” Ma solo perché quello era il limite massimo d’età per restare nell’orfanotrofio ma se si poteva stare di più magari fino ai vent’anni per poi uscire e andare direttamente a fare il servizio militare lei sarebbe stata d’accordo: da una prigione ad un’altra prigione come si vede era una bella soluzione. E così Spano dovette soffrire quell’ultimo anno e ogni mese che passava era come se si togliesse un macigno dalle spalle. E li contava quei mesi, meno uno Settembre, meno due Ottobre. Sembrava quel soldato di leva che anche lui in quella caserma dove soffriva da morire perché doveva scattare sull’attenti e gridare: comandi! A degli idioti che solo perché hanno dei gradi si divertono a sottomettere delle persone, e l’unico momento di consolazione prima di ripiombare nella depressione più totale era quando la sera prima di andare a dormire si ripeteva quel ritornello che si tramandano da soldato a soldato: se il cielo è stellato un giorno è passato, se il cielo è sereno è un giorno in meno! Per Spano è passato soltanto il secondo mese, la meta è ancora lontano e questo lo fa soffrire, c’è ancora tanta acqua da passare sotto i ponti prima d’arrivare a quel meno dieci Giugno per poi essere liberi, finalmente liberi a Luglio, un giorno memorabile da scolpire nella sua mente: primo luglio 1966. Il suo pensiero è fisso a quel giorno storico viveva pensando a quell’evento, quando avrebbe gridato: finalmente libero! Quel primo Luglio del 1966 finivano le sue prigioni, non perché avrebbe avuto la grazia dal buon pastore o da sua madre, niente di tutto questo, lui non deve dire grazie a nessuno. Lui usciva soltanto perché aveva finito di scontare la pena che prevedeva un limite massimo di detenzione fino ai diciotto anni. E la sua mente era fissa per quella data storica non pensava ad altro. Era il buon pastore che con due sonori ceffoni lo portò a quella triste realtà quotidiana: “è mezz’ora che ti sto chiamando! Cosa fai lì fermo imbambolato con la testa tra le nuvole? È la notte che devi dormire perché il giorno devi essere scattante: dai muoviti, annaffia!” E dopo un po’, “stai zitto non parlare, tieni la bocca chiusa” ed a furia di tenere la bocca chiusa mancava poco che lui diventasse muto. In quel giardino insieme a Spano stava Loira e Zaffiro due ragazzi calabresi di quindici anni. A Giugno avevano preso il diploma di terza avviamento e per qualche mese erano andati all’officina, ma lavorare con l’uomo dalle mani d’acciaio e quasi impossibile non solo si divertiva come al solito a farli soffrire, questa volta è andato oltre li trovava così antipatici che non li voleva più vedere davanti ai suoi occhi e dicendo una falsità enorme, che quei due non volevano lavorare, convinse il buon pastore a non mandarli più nell’officina e come era già avvenuto con Spano e Ferrini anche a Loira e Zaffiro lui disse: “voi non volete lavorare! Da oggi la voglia di lavorare ve la faccio venire io”. Intanto per Spano anche se lentamente i mesi passavano, meno tre Novembre, meno quattro Dicembre, meno cinque Gennaio, meno sei Febbraio, meno sette Marzo, meno otto Aprile, ed era arrivato a meno nove Maggio, mese dei fiori ma il più bel fiore per lui mentre stava appoggiato a quella ringhiera di quel giardino insieme a Ferrini, Loira e Zaffiro era quell’albero colmo di ciliegie che stava proprio sotto di loro in quel terreno del contadino e sembrava rimproverarli: “ma cosa fate lì in ozio? Non vedete che sono un vecchio albero e non ce la faccio più a sopportare tutto questo carico di ciliegie, non vedete che i miei rami per poco non si spezzano, possibile che nessuno vi ha insegnato l’educazione che quando vedete un vecchio in difficoltà la prima cosa da fare, la più elementare è quella d’aiutarlo? Perciò datevi da fare e rimboccatevi le maniche, fate un salto, venite su di me e alleggeritemi un po’”. Quei ragazzi non se lo fecero ripetere due volte con un balzo si trovarono subito su quel terreno, poi si arrampicarono a quell’albero e una volta sopra mangiarono un bel po’ di ciliegie, poi scesero dall’albero ne raccolsero ancora delle altre e con le mani colme risalirono nel giardino e mentre continuavano a mangiare guardavano il vecchio albero che finalmente riusciva a muovere i suoi rami e sembrava che li ringraziasse per avergli tolto un po’ del suo peso. Ma non la pensava così il buon pastore che sbucò all’improvviso proprio quando Loira stava mettendo in bocca la sua ultima ciliegia e gridandogli contro: “ladro che non sei altro, hai rubato le ciliegie! Io t’ammazzo” e passò dalle parole ai fatti lo prese a schiaffi ed a calci in culo, Loira incominciò a fuggire piangendo e gridando: “aiuto, aiuto!” Ma in quel giardino il suo grido disperato d’aiuto non fu accolto da nessuno nemmeno dagli altri ragazzi che osservavano terrorizzati la scena di Loira che continuava a fuggire piangendo e gridando: “aiuto, aiuto!” E con il buon pastore che l’inseguiva e siccome non riusciva più a prenderlo incominciò a tirargli le pietre contro finché lo colpì alla testa facendogli uscire del sangue e mentre Loira scappava verso l’orfanotrofio per andare dalle suore a farsi medicare, il buon pastore infuriato andò verso gli altri ragazzi per perquisirli, per vedere se anche loro avessero delle ciliegie ma mentre Ferrini e Zaffiro erano tranquilli perché non ne avevano, un po’ meno lo era Spano che ne aveva ancora una in tasca e quando il buon pastore gli disse: “tira le tasche fuori” lui le uscì a metà, e quando ormai pensava d’essere scoperto e di fare la fine di Loira fu invece fortunato perché il buon pastore accecato dalla rabbia non si accorse che Spano aveva fatto il furbo non uscendo del tutto le tasche di fuori, e questa fu la sua salvezza. E mentre i tre ragazzi erano ancora terrorizzati e impietriti lui gridò: “spero che vi serva di lezione! Ma dove si è visto mai che dei ragazzi dell’orfanotrofio vanno a rubare? Tutto quello che c’è in quel terreno coltivato non lo dovete toccare per nessuna ragione al mondo: guai a voi se accade un fatto simile!” E se ne andò nella sua casupola, borbottando: “è vergognoso avere dei ladri nell’orfanotrofio!” Solo a quel punto Spano tirò fuori quell’ultima ciliegia se la mise in bocca ed anche se era dolcissima, lui la trovò amara, molto amara. Passarono ancora dei giorni di sofferenza ma ormai la sua prigione stava per terminare, e lento, lento, lento, passò anche Giugno, il mese che ristora di luce e di calore come disse una volta il poeta. Ed a Spano non restava che dire: “è finita, si va finalmente a casa per non tornare mai più!” Salutò i suoi amici Loira, Ferrini e Zaffiro vide sui loro volti un po’ d’invidia ma era normale tutto ciò, anche lui in passato aveva avuto invidia nel vedere partire Ciro, Sarlo, Greco, Scoppa i suoi migliori amici. Gli disse: “coraggio, non abbattetevi e non fatevi prendere dalla tristezza e dalla malinconia. Quel giorno, quel tanto sospirato giorno che lascerete l’orfanotrofio arriverà anche per voi”. E dopo aver salutato i suoi amici era usanza andare a salutare il buon pastore, ma Spano va contro l’usanza quel prete non lo vuole più vedere davanti agli occhi, non saluta neppure Battaglia e De pasquale gira le spalle anche a loro, non vuole rovinarsi quel primo luglio 1966 il più bel giorno della sua vita, perciò va via di corsa verso la libertà, si sente raggiante, forte, talmente forte da sfidare il pullman: “mi puoi fare stare male, mi puoi fare vomitare, fammi tutto quello che vuoi! Ma sappi che è l’ultima volta che mi fai del male, perché io qui non verrò mai più”. Ma dopo la felicità iniziale, dopo tanto entusiasmo, quella felicità e quell’entusiasmo incominciò a venire meno perché Spano non potrà mai più cancellare dalla sua mente quegli otto lunghi anni di patimenti, di schiaffi, di pugni, calci e bacchettate, di digiuni, preghiere, rosari, messe in latino prima e in italiano poi, messe semplice, cantate e mentre il solito ceffone lo faceva lacrimare era obbligato a cantare: Salve Regina a te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Ecco, se c’è qualcosa in quell’orfanotrofio che non gli hanno fatto mai mancare in quegli otto lunghi e terribili anni sono state le lacrime. Il sorriso invece lo perse subito, guai a sorridere in quella prigione era come bestemmiare, e se gli scappava qualche bestemmia gliela facevano pagare caro, lo riempivano di ceffoni da farlo subito lacrimare. Come si vede era un circolo vizioso gira e rigira non gli restava altro da fare che lacrimare. E poi c’era l’apoteosi finale sempre dedicata alla Madonna: vorrei morire! vorrei morire gridando: Ave Maria! Una vera tortura sono stati i suoi otto lunghi anni d’orfanotrofio. Una vita vissuta con pochi sorrisi ma tante lacrime e obbligato ad un’unica aspirazione cantata e gridata: vorrei morire!e ancora più forte vorrei morire gridando: Ave Maria. Adesso invece vorrebbe vivere gridando: sono libero! Ma quel grido sono libero non gli viene bene, non è bello, spontaneo, ma è forzato perciò non lo grida più perché quello che è libero, non è più Antonio, quel piccolo vagabondo di tanti e tanti anni indietro, di quando bambino viveva da selvaggio nel suo paese in mezzo alla strada, senza scarpe, con un unico pantalone tutto rattoppato che la madre lavava la sera per farlo trovare pulito la mattina seguente, ed era forte e coraggioso, vivace e pieno di vita, non aveva paura di niente. Che se non c’era da mangiare nella sua casa lui andava in cerca di frutta nella campagna, nell’orto di sant’Antonio dove altro che, pane per i poveri come stava scritto sul grande portone del convento, per riempirlo di botte le suore rincorrevano quel povero bambino che per fame aveva raccolto quel frutto proibito. Quell’Antonio così socievole sempre in mezzo agli amici a giocare, a divertirsi, ormai non c’è più. A furia di fargli cantare in quell’orfanotrofio: vorrei morire! Lui è davvero morto. Quello che s’aggira adesso per le strade di Tricarico si può dire che è un altro individuo: timido, impacciato, pauroso! pieno di complessi, vergognoso, così vergognoso da non riuscire a tenere alto lo sguardo davanti alle persone e parlava con loro con molta difficoltà e somigliava tanto al ritratto che una volta alcuni anziani discutendo tra di loro nella piazza del paese facevano a proposito dei ragazzi che vengono rinchiusi negli orfanotrofi: “non sono specch!” (svegli) diceva il primo e tutti gli altri muovendo il testone confermavano senza appello: “è vero!” Il secondo degli anziani anche lui come si suol dire inzuppava il pane e sembrava godere della sua affermazione: “a me sembrano tutti ciut! (scemi)” e di nuovo tutti gli altri anziani mossero il loro testone non una ma due volte per dire: che è proprio così e non si discute! Il terzo anziano ridendo ma mancava poco che crepasse dal ridere però riuscì a dire: “per me sono tutti dei minghiaril! ( deficienti)” e gli altri anziani mica fecero i seri, ci mancherebbe altro se vedono uno che crepa dal ridere anche loro fanno altrettanto e quella risata voleva dire che sono pienamente d’accordo. Il quarto anziano anche lui volle esprimere il suo parere: “io li vedo come dei tachpesc ( stoccafisso)” e di nuovo mossero tutti il testone in senso affermativo. Rimase il quinto anziano ma non tenne la bocca chiusa perché in quei casi non esprimere la propria opinione si fa la figura dell’imbecille perciò lui volle mostrarsi più intelligente degli altri dando non una, ma due definizioni di quei poveri ragazzi rinchiusi negli orfanotrofi e disse: “basta guardarli in faccia e non si può fare a meno di dire quelli sono stutch e falutch! ( stolti e sciocchi)” e gli altri anziani ancora una volta muovendo il loro testone non una, non due, ma tre volte a costo di rompersi l’osso del collo vollero dare la loro conferma a quella sacrosanta verità. E per la prima volta in vita loro quel gruppo d’anziani sempre divisi su tutto, molte volte litigavano pure per le loro divisioni fino al punto che non si parlavano per mesi, alcuni addirittura per anni. Questa volta invece che c’era da colpire un facile bersaglio, un bambino, un ragazzo, un essere debole, erano tutti d’accordo persino nel deriderlo. E Antonio mortificato con il morale come si suol dire sotto le scarpe in un certo senso dava ragione a quegli anziani, anzi lui andava oltre perché non solo non si sentiva più, sveglio come una volta, ma si sentiva: scemo, deficiente, stoccafisso, stolto e sciocco allo stesso tempo. Tutto questo a soli diciotto anni per colpa di quell’orfanotrofio, lui aveva già quel mal di vivere che l’accompagnerà per il resto della sua vita.
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