Le delizie di un orfanotrofio




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re il suo desiderio quando riuscì tramite una raccomandazione di ferro a farlo rinchiudere in quell’orfanotrofio. Scoppa poi disse: “stare in questo posto per me è stato un’ esperienza schifosa, mi ha segnato profondamente e non la dimenticherò per il resto della mia vita! Ho scritto a mia madre che qui non resisto più, e per farla spaventare le ho detto che posso commettere qualche atto inconsueto da un momento all’altro se non mi viene subito a prendermi. Lei mi ha risposto giurandomi che per le vacanze viene in Italia ed io potrò raggiungerla a casa. L’unica cosa che mi dispiace e che devo lasciare te che mi sei molto caro ed Anna che è il mio grande amore”. E si è proprio vero anche nell’orfanotrofio possono sbocciare segretamente degli amori. Scoppa vide Anna per la prima volta alla fontana in fondo al piazzale dove la gente del vicinato andava a riempire l’acqua e i ragazzi dell’orfanotrofio di tanto in tanto andavano a bere durante la ricreazione. Approfittando di un attimo in cui rimasero soli, lui le disse: “non ho visto mai una ragazza così bella! Ed è meglio che tu lo sappia starei a guardarti per ore intere, invece fra qualche minuto c’è la fine della ricreazione e noi dobbiamo rientrare in quell’orfanotrofio che è la mia prigione. Ma sarà più sopportabile perché non farò altro che pensare a te. Questo per me è il più bel momento della mia vita, il cuore mi batte all’impazzata per la gioia d’aver incontrato una ragazza meravigliosa come te, è inutile dirti che sono come folgorato dalla tua presenza e che mi sono innamorato di te, voglio rivederti, incontrare di nuovo, magari domani sempre davanti alla fontana durante la ricreazione, dimmi che verrai e farai di me il ragazzo più felice del mondo”. Lei non rispose, e lui continuò: “dimmi almeno, come ti chiami? Anna” rispose lei e aggiunse, “frequento la terza media”. Ma intanto la fine della ricreazione era arrivata e Scoppa velocemente prima di andare via le disse: “ci vediamo domani!” Passarono molti giorni prima che Anna si facesse vedere di nuovo alla fontana e Scoppa le disse: “ti ho aspettata con ansia ogni giorno! Morivo dalla voglia di rivederti, e me ne andavo triste e deluso con la morte nel cuore perché pensavo che tu non volessi incontrarmi più. Ma non dire sciocchezze” rispose Anna “non sono venuta più perché ero intimidita ma come vedi mi sono fatta coraggio ed eccomi qui”. E Scoppa passò subito al contrattacco: “Anna ti amo e voglio restare sempre con te! Dimmi che anche tu vuoi restare sempre con me, così mi dai una gioia immensa, se poi mi dici che anche tu mi ami per me è come andare in paradiso, perché sei la ragazza più bella del mondo e l’unica ragione della mia vita. Ma tu mi ubriachi di belle parole” disse sorridente Anna, “ma io ti amo” continuò Scoppa “e vorrei gridarlo al mondo intero”, e vedendo che non c’era nessuno le accarezzò dolcemente il viso e poi le diede un bacio sulle labbra proprio nel momento in cui la ricreazione stava finendo, ma loro due si diedero appuntamento per il giorno dopo e per altri giorni ancora, stando bene attenti che quel grande amore non venisse scoperto da nessuno. Scoppa teneva d’occhio specialmente il guappo di Salerno che per fortuna durante la ricreazione lasciava un po’ in pace i ragazzi anche perché non poteva mica zittirli durante il gioco, perciò se ne andava a sedere sui gradini della cattedrale situata dalla parte opposta della fontana e stava sempre impegnato a leggere il giornale. In seguito Scoppa e Anna per stare un po’ di più insieme qualche giorno non andavano a scuola e si davano appuntamento in un luogo ben nascosto del paese perché per Scoppa era molto rischioso se lo avessero scoperto l’avrebbero massacrato di botte, ma lui amava l’avventura e diceva: “per amore si fa tutto si può anche morire!” Ed è per questo che aveva escogitato un piano pur di rivedere il suo amore e stare una mezz’ora insieme a lei. Alle nove di sera quando tutti i ragazzi andavano a dormire, lui tra le coperte del suo letto metteva il cuscino per far vedere che lui stava lì, e poi approfittando che i suoi superiori stavano vedendo la televisione, da una porta secondaria pian, piano usciva fuori socchiudendo la porta dopo aver detto al suo amico Spano: “se non mi vedi arrivare dopo un’ora vai a dare un occhiata a quella porta non si sa mai qualcuno passando di lì notandola socchiusa può anche chiuderla impedendomi così d’entrare”, ma non ci fu bisogno dell’amico perché quella porta era così fuori mano che nessuno passava di lì e lui come la lasciava così la trovava, e così i due innamorati si videro spesso di sera specialmente nei giorni festivi quando anche per Anna era più facile uscire di casa e non dava dei sospetti ai suoi genitori. Verso la mezzanotte invece c’era un altro innamorato che s’aggirava per le camerate ed era nientedimeno che lo specialista del calcio in culo il quale apparentemente faceva vedere che lui controllava se tutti dormissero, poi andava nella camerata dove stava un bel ragazzo un certo Martino al quale lui aveva messo gli occhi addosso da un bel po’ di tempo e l’andava a svegliare e pian piano ritornava nella sua camera lasciando la porta socchiusa e dopo un po’ Martino furtivamente entrava e chiudeva la porta e poi, e poi, e poi tutti possono immaginare cosa succedeva in quel letto. Soltanto la mattina presto Martino sempre furtivamente ritornava nel suo letto. Di questo amore molti l’ignoravano solo Spano e Scoppa sapevano tutto perché avevano spiato i movimenti dello specialista del calcio in culo che dopo il solito giro sempre dopo la mezzanotte ritornava nella sua camera seguito dopo un po’ da Martino. Spano e Scoppa si guardarono bene dal dire qualcosa ma tennero gelosamente questo segreto però anche gli altri ragazzi dopo un po’ di tempo incominciarono a sospettare qualcosa, perché videro che tra i due c’era del tenero. Martino era un privilegiato, era l’unico che andava alle medie dove frequentava la seconda con ottimi voti e lui si considerava il più bravo della classe. E quando si andava nel refettorio mentre a tutti i ragazzi lo specialista del calcio in culo obbligava a mangiare quella pasta al sugo che era una colla da far vomitare, nello stesso istante a Martino gli portava il suo piatto di pasta al sugo così fumante che mandava un odore da fare sgranare gli occhi e fare venire l’acquolina in bocca e fare gridare di meraviglia quei ragazzi: “quello si che è un primo piatto!” Altre volte gli portava il secondo a base di carne che mandava un sapore da fare rimanere con la bocca aperta quei ragazzi che notavano l’enorme differenza che c’era tra il loro cibo schifoso e il cibo prelibato dei superiori. Martino si pavoneggiava perché nello studio lui poteva parlare a suo piacimento mentre gli altri ragazzi dovevano osservare il massimo silenzio con lo specialista del calcio in culo che girava tra i banchi facendo finta di leggere il breviario ma stava attento a pescare chi parlava per dargli il solito calcio in culo. Insomma lui era un fissato del culo che andava preso o a calci come se fosse un pallone oppure d’accarezzare e d’amare come faceva con Martino. E se lui aveva il suo amante anche alcuni ragazzi più grandi specialmente colore che andavano a lavorare incominciavano a mettere gli occhi addosso ai bambini delle elementari e quando tornavano dal lavoro, oppure la domenica con la scusa di aiutarli a fare i compiti si sedevano vicini e cominciavano a toccarli e stringerli a se. E quando vedevano che qualcuno non ci stava subito andavano da un altro bambino che gradiva le loro carezze, e poi scegliendo il momento più adatto se lo portavano nel bagno e approfittavano di loro. Finché un giorno fu proprio il buon pastore che trovandosi per caso a passare nel corridoio vide uscire dal bagno Covelli un ragazzo diciassettenne basso di statura ma robusto con capelli rossi e lentiggini sul viso, insieme a Caputo un bambino di dieci anni, Covelli si vide perduto e tentò di buttarsi giù dalla finestra del bagno ma il buon pastore con uno scatto degno di lui gli fu addosso e tirandolo a se incominciò a tirargli dei pugni e nello stesso tempo gridava: “mostro che non sei altro volevi tentare il suicidio, ma sono io che t’ammazzo di botte” e continuava a colpirlo a calci, e dal dolore Covelli piangeva così forte che tutti i ragazzi che stavano giù nel piazzale a giocare, andarono a vedere cosa stava succedendo. E la scena era la solita con il buon pastore che pestava a sangue un ragazzo e Caputo che piangeva di paura perché pensava che la stessa sorte doveva toccare a lui e mentre piangeva cercava di discolparsi dicendo: “è stato lui che mi ha costretto a seguirlo nel bagno!” Il buon pastore dopo aver lasciato Covelli mezzo morto per terra gridò a quei ragazzi che stavano impietriti ad osservare la scena: “andate tutti nello studio!” E dopo aver portato Covelli nella cantina continuando a picchiarlo e gridargli contro: “tu sei un mostro, un animale un bruto!” Tutto affannato andò nello studio a fare una predica che non finiva mai. Se la prese subito con lo specialista del calcio in culo e con il guappo di Salerno: “ma voi stavate dormendo? per non vedere, dei ragazzi, ma quale ragazzi, dei mostri dei bruti dei porci, approfittarsi di bambini. Possibile che non vi siete accorti di nulla? Evidentemente il vostro sonno doveva essere profondo per non vedere quei porci che si sedevano vicino ai bambini e li corrompevano fino ad annullare la loro volontà per poi violentarli”. E poi gridava ai ragazzi: “altro che crescere bene educati, voi siete rimasti quelli che eravate quando avete messo piede in questo orfanotrofio e cioè dei selvaggi, anzi siete peggiorati perché siete diventati dei mostri, dei porci. Ma io verrò a capo di tutto e ve la farò pagare come solo io so fare”, ed incominciò un lungo interrogatorio fra tutti i bambini e disse loro: “dovete parlare, mi dovete dire tutto! E guai a voi se non mi dite la verità e se coprite qualcuno di quei mostri e meglio che lo sappiate pagherete al posto loro, vi faccio a pezzi”. E quattro di quei bambini piangenti, pieni di paura e terrorizzati incominciarono a parlare, balbettando e con molta vergogna: “si, anch’io” disse Armento “sono stato nel bagno con Pantaleo, un ragazzo di 18 anni che andava all’officina”. “Anch’io” disse Rossigni “sono stato con De Gregorio anche lui di 18 anni e lavorava nell’officina” altri due bambini Mastrangelo di 10 anni e Canosa di 9 anni erano stati l’uno con Pasquino e l’altro con De Gennaro due diciasettenni che lavoravano nella falegnameria. Il buon pastore si avventò come un una furia su di loro li prese uno per uno per i capelli e li trascinò fuori dallo studio e dalle grida di pianto da far spavento si capiva che finiva di pestare uno e incominciava a pestare un altro e così via. Poi li accompagnò nella cantina. E ritornò nello studio stravolto e disse: “guai a voi se sento che nell’orfanotrofio avvengono ancora queste mostruosità io vi ammazzo senza pietà”. E nello studio nessuno fiatava, non si sentiva volare una mosca si udiva solo la voce del buon pastore che continuava: “mi rivolgo specialmente ai più grandi state alla larga dai bambini delle elementari, non guardateli nemmeno perché se vedo qualcuno che mette solo una mano su uno di loro vi giuro che vi faccio vedere i sorci verdi”. Per quei cinque ragazzi per un po’ di tempo si parlò di rinchiuderli nella casa di correzione d’Avigliano poi si decise per una soluzione più morbida, si cercò di non fare succedere uno scandalo in quell’orfanotrofio, perché era mostruoso che dei ragazzi avevano violentati dei bambini, si scelse quindi la via del silenzio. Il buon pastore preferì chiamare i genitori di quei ragazzi dicendo loro: “portateveli via prima che ci ripenso e li do la giusta punizione che è il carcere, e mi dovete ringraziare non una ma cento volte se non li rovino per sempre”. E quei poveri genitori pieni di vergogna con la testa abbassata come se quelle mostruosità le avessero commesse loro andarono via insieme ai propri figli. Dopo un po’ di tempo non si sa bene chi mise la voce in giro, ma ormai tutti ne parlavano che lo specialista del calcio in culo si portava a letto Martino. E quel chiacchiericcio come un tam, tam arrivò anche all’orecchio del buon pastore che lo convocò immediatamente e tra i due non si seppe mai cosa successe sta di fatto che lo specialista del calcio in culo dopo qualche giorno andò via, certamente fu trasferito ma nessuno è mai riuscito a sapere dove, ed insieme a lui andò via anche Martino. Solo per caso una decina d’anni dopo Spano seppe qualcosa su di lui grazie al fatto che un giorno incontrò nel suo paese l’amico Gagliardi che aveva frequentato con lui la scuola fino alla terza elementare poi andò via con la sua famiglia a Napoli dove il padre trovò lavoro. Quando raggiunse la maggiore età fu assunto come infermiere nell’ospedale di quella grande città dove si trova benissimo, si è anche sposato ed ha due bellissimi bambini. Poi chiese a Spano di raccontargli un po’ della sua vita e quando gli disse che aveva vissuto per otto lunghi anni nell’orfanotrofio di Marsiconuovo Gagliardi rispose tutto eccitato: “in quell’orfanotrofio c’è stato un giovane che lavora con me e che si chiama Martino non so se lo conosci? Eccome che lo conosco” rispose sorridente Spano. E subito Gagliardi sempre più eccitato parlò di lui dicendo: “fa l’impiegato nel mio stesso reparto! Noi lo chiamiamo l’impiegata se lo vedi non sembra un maschio ma una vera femmina, e che femmina! È proprio bella, veramente bella si muove in un modo provocante, viene vicino e mentre ti sussurra in un orecchio, ci vediamo stasera, ti tocca davanti. Molti colleghi non resistono e allora altro che aspettare la sera hanno rapporti sessuali con lei anche nell’ospedale. Quelli che lavorano con me sono andati tutti con lei, come vedi io dico lei perché come maschio non lo vedo proprio mi viene più facile dire lei, anche gli altri che lavorano con me dicono la stessa cosa perciò la chiamiamo l’impiegata. Dicevo che quella è andata con tutti ma non con me, non c’è niente da fare perché io sono stato educato in un certo modo e certe cose sono inconcepibili. Per me il rapporto sessuale è concepibile solo tra un uomo e una donna, io sono fatto così c’è poco da fare eppure quella mi sta sempre dietro, anche a me mi sussurra in un orecchio: ci vediamo stasera? E cerca di toccarmi davanti per farmi eccitare ma io non ci casco, la fermo subito dicendo lascia stare che a me queste cose non mi piacciono, fai la corte a qualcun altro. Però ti turba, è difficile resistere, è una tentazione continua, certe volta sembra che debbo cedere, ma poi mi riprendo e mi dico: Gagliardi cosa fai? Rimani sulla retta via perché se la smarrisci non la ritrovi più, pensa a tua moglie, non ti rovinare! Ecco pensando a queste cose subito mi riprendo e la implora di lasciarmi stare. Io ho famiglia, così mi lascia in pace per un po’, ma poi torna alla carica, quella non pensa ad altro che a fare sesso. Non so se ha incominciato qui da noi oppure se anche da voi faceva lo stesso” chiese molto ma molto curioso a Spano ma lui sapendo che l’amico era come una radiotrasmittente e se avesse saputo che Martino aveva avuto dei rapporti sessuali con il vice Rettore, quello scandalo l’avrebbe fatto sapere non solo nell’ospedale ma in tutta Napoli e non sa come Martino avrebbe reagito a quella notizia, può anche darsi che lui quel fatto così scabroso non l’avesse raccontato a nessuno, e Spano non voleva far del male ad uno che gli era stato amico e lo ricordava con simpatia perché in quell’inferno d’orfanotrofio molte volte grazie a lui aveva evitato di prendere dei calci in culo dallo specialista, perciò disse a Gagliardi: “da noi non ha mai mostrato quelle tendenze, io lo ricordo come un ragazzo di bell’aspetto vivace e molto intelligente e che parlava magnificamente” e chiuse lì quella discussione. Ma tornando alle peripezie dell’orfanotrofio quell’anno scolastico per Spano finì in un modo disastroso fu infatti bocciato e con lui fu bocciato Arlotta sempre con la testa fra le nuvole ma con il sorriso sul viso. Spano invece era cupo e pensieroso anche perché i suoi compagni di classe erano stati tutti promossi e stavano dando l’addio a quell’orfanotrofio e lui non gli avrebbe più rivisti.Tra quelli che li mancherà di più c’è Ciro che per un nonnulla rideva e allo stesso tempo faceva ridere tutti. Anche Greco se ne torna nella sua amata Napoli e lui non sentirà più quel scugnizzo parlare nel suo dialetto così divertente e con quelle battute fulminanti, gli mancherà tanto anche Sarlo. Per fortuna si tratteneva ancora per un po’ Scoppa, i suoi genitori verranno a prenderlo all’inizio d’Agosto quando suo padre avrà le ferie. “Andiamo per un mese al paese” disse Scoppa “e poi parto con la famiglia per la Germania, l’unico dispiacere e dover lasciare Anna” e non fa altro che dire a Spano “io l’amo da morire e un giorno non molto lontano tornerò e la sposerò”. E mentre tutti i suoi amici vanno via da quella prigione lui è così sfortunato che non riesce nemmeno ad andare in vacanza. Ha scritto e riscritto alla madre implorandola: “voglio venire a casa”, la madre come al solito è stata irremovibile l’ultima volta che mandò una lettera c’era scritto: “è inutile che vieni, qui non c’è da mangiare” lui non volle più continuare a leggerla, la strappò in mille pezzi e pianse di rabbia e con immenso dolore e poi sempre con rabbia rispose alla madre: “ma che pensi che nell’orfanotrofio stia bene? Anche qui salto i pasti, delle volte mangio solo il pane bagnato all’acqua, e per contorno tante bacchettate, schiaffi, pugni e calci in culo e quando il Rettore è particolarmente in vena dopo avermi buttato a terra lui mi pesta, proprio come se tu ben ricordi durante la vendemmia io pestavo l’uva nel nostro fazzoletto di terra. E bene che tu lo sappia, io qui mi sento in prigione preferisco mille volte stare a casa andarmene per la campagna a mangiare erba, ma sentirmi finalmente libero”. Dopo una quindicina di giorni gli arriva un’altra lettera della madre dove lei è ancora di più irremovibile e lo rimprovera: “tu nell’orfanotrofio sei ben sistemato, se non mangi è perché ormai sei un vizioso! Lo sai come si dice al paese: quando il grasso arriva alle corna s’incomincia a fare lo schizzinoso! Questo cibo non mi piace e quell’altro neppure, e se ti danno le botte vuol dire che te le sei meritate e come si dice sempre da noi: mazze e panelli fanno i figli belli! Un po’ di botte vedrai ti metteranno a posto”. La madre non scrive quasi mai al figlio ma quando scrive qualche lettera è meglio non riceverla perché sono vere e proprie pugnalate che feriscono da morire il figlio. Il quale si sente mortificato, abbattuto e nel vedere gli altri partire o per dare l’addio all’orfanotrofio o solo per le vacanze, lui ha una rabbia che lo rende particolarmente nervoso e agitato. La notte non riesce a dormire e il giorno si chiude sempre più in se stesso. Un po’ di conforto lo riceve da Scoppa sempre allegro, sorridente, pieno di vita, parla in continuazione, dice tutto quello che pensa, non ha complessi, ne timidezze, specialmente quando parla di Anna è inarrestabile, un fiume in piena. “Io senza di lei non so vivere, non faccio che pensarla giorno e notte, quando sto insieme a lei sono il ragazzo più felice del mondo. Che sensazione meravigliosa è l’innamorarsi, il volere bene a qualcuno, non si vede l’ora d’incontrarla, accarezzarla, baciarla, dirle t’amo più della mia vita e sentire lei rispondere con la testa abbassata con quel sorriso così smagliante che vorrei che quell’attimo durasse un’eternità: anch’io ti amo e t’amerò per sempre! Ma poi una lacrima le scende sul suo bel viso e dice: ho paura soltanto che una volta che tu vai via ti dimentichi di me! Non lo dire nemmeno per scherzo le dico accarezzandole il viso quando andrò via ti scriverò tutti i giorni e non farò altro che pensare a te, perciò togliti dalla testa che il nostro amore finisce e pensa invece che durerà per sempre. Appena raggiungo la maggiore età vengo e ti sposo, faremo una grande festa proprio qui a Marsiconuovo e poi ce ne andremo in Germania. Ecco solo così Anna è tornata a sorridere rendendomi particolarmente felice. Secondo me anche tu dovresti innamorarti solo così questa prigione può diventare meno soffocante e trovare una ragazza per te non sarà difficile perché quando vuoi sei irresistibile ne sa qualcosa don Vito”, “già don Vito” disse Spano sorridente e per un po’ la sua mente va all’anno scolastico concluso in un modo disastroso. Quel sei in condotta certamente passerà alla storia di questa scuola d’avviamento, prima di lui nessuno aveva preso un simile voto e difficilmente qualcuno lo prenderà in futuro. Molti si chiederanno ma cosa avrà fatto quell’alunno per meritarsi un simile voto: avrà schiaffeggiato un professore? Niente di tutto questo, sono state soltanto quelle fissazioni di don Vito che sentendo il chiasso in classe lui arrivava di corsa e aprendo la porta tutto affannato e accecato dalla rabbia gridava: “Spano vai fuori dall’aula!” Anche se lui molte volte non aveva aperto bocca, era dunque una fissazione e può darsi che anche a casa don Vito svegliandosi di notte grida: “Spano fuori!” La cosa certa è che quel registro in classe è pieno di note su Spano il quale fu subito chiamato dal buon pastore nel suo giardino insieme ad un gruppo di ragazzi anche loro così poveri da non andare a casa in vacanza e costretti perciò a zappare, innaffiare e spostare le piante ora da una parte ora dall’altra del giardino sotto quel sole cocente dell’estate. Il guappo di Salerno era anche lui andato via qualcuno diceva che forse non veniva più perché aveva avuto un posto come insegnante dalle sue parti. “Speriamo che sia vero” disse Spano “questa sì che è una bella notizia in un breve arco di tempo ci siamo liberati di due aguzzini”. Ma alla bella notizia se ne aggiunse subito una triste, i genitori di Scoppa come avevano promesso all’inizio d’Agosto vennero a prendersi il loro figlio il quale non sapeva se gioire per la libertà ritrovata o se dolersi perché doveva per un po’ di tempo non vedere più il suo grande amore, e non rivedere più il suo amico che a malapena riuscì a salutarlo perché il buon pastore non va dietro a questi sentimentalismi ma a fatti concreti e chiamò Spano al suo dovere che era quello d’annaffiare, zappare e togliere l’erbaccia nel giardino, e così fu per tutto il mese d’Agosto e di Settembre, e se smetteva era solo per dire il rosario alla Madonna. Intanto tutti i ragazzi erano rientrati dalle vacanze e s’incominciò ad andare a scuola, Spano si trovò molto a disagio perché aveva perso molti amici. L’unica consolazione era Arlotta sempre con il sorriso su quel viso da bambinone e sempre sorridente disse: “questi professori non li capisco! Hanno promosso tutti cosa ci perdevano a promuovere anche a noi due? La verità è che non ci possono vedere”. Ad accompagnare i ragazzi a scuola il buon pastore aveva incaricato un ragazzo che andava all’officina, si chiamava Battaglia e aveva diciotto anni, per i bambini delle elementari aveva incaricato De pasquale che aveva superato i diciotto anni e non poteva più stare in orfanotrofio e siccome al suo paese avrebbe fatto il disoccupato accettò di fare l’istitutore ed anche se era sottopagato per lui andava bene perché lo considerava non un lavoro ma un divertimento. Quei due vollero subito dimostrare di essere all’altezza dei loro predecessori specialmente De pasquale incominciò ad imitare l’aguzzino anche lui con la bacchetta in mano, “tutti in fila, voglio vedere una sola testa”, insomma un campionario già visto. Questo De pasquale era uno spilungone dalla parlantina sciolta e faceva volare quelle sue manone sulla faccia di quei bambini e come se non bastasse poi li bacchettava facendoli piangere. Ma si fosse ricordato un po’ degli anni passati quando anche lui prendeva schiaffi, pugni, calci e bacchettate e aveva tanto sofferto e tanto pianto, che molti pensarono che non avrebbe fatto soffrire quei bambini! Invece sembrava che tutto quello che lui avesse subito lo dovevano scontare loro. Battaglia invece fu più tollerante anche perché fino a pochi mesi prima quei ragazzi erano stati suoi amici ed era un po’ imbarazzante per lui dare delle bacchettate, si limitava a dire fate silenzio, e se proprio voleva fare vedere che era autoritario e si faceva rispettare dava di tanto in tanto delle bacchettate, magari ai ragazzi della 1 avviamento che lui conosceva appena, ed anche perché erano più piccoli e perciò più deboli, e da che mondo è mondo il forte contro chi si accanisce? Ma contro il debole naturalmente e anche lui non sfuggiva a questa schifosissima usanza. Spano questa ingiustizia non la sopportava e quando vedeva che Battaglia si accaniva contro i ragazzi più piccoli inghiottiva amaro, voleva intervenire ma poi restava impietrito, soffriva ma non apriva bocca perché se incominciava a Battagliare con lui difficilmente gli avrebbe detto apri la mano ma di sicuro avrebbe chiamato il buon pastore e tutti sanno come vanno a finire gli incontri con quel prete. Il quale si dimostrò sempre buono e mansueto verso l’avvocato che continuava a far visitare il giardino che era diventato una specie di paradiso terrestre, così gli diceva l’avvocato mentre passeggiavano e discutevano amabilmente tra i viali, poi si fermavano ma soltanto per contemplare la Madonna circondata da tanti fiori. Infine andavano a sedersi nel rifugio del buon pastore dove ascoltavano la musica classica, e bevendo una limonata si godevano dal balcone quel magnifico spettacolo della natura che è la val d’Agri. Altre volte l’avvocato veniva con la moglie e i suoi due figli che però il buon pastore riceveva nella cappella dell’orfanotrofio dove diceva la messa e poi come al solito conversavano amabilmente. Anche l’ispettore in pensione andava a trovarlo spesso ed era sempre affabile con lui e gli diceva: “il Signore ti darà sempre tanta salute perché tu ne hai bisogno! Cosa farebbero questi orfanelli senza di te? Andrebbero certamente alla deriva, con te invece crescono sani e belli ed hanno una guida sicura, e lasciamelo dire, tu sei un padre buono e generoso per loro, grazie di cuore per tutto il bene che fai”. E dopo averlo abbracciato s’accomiatava dal buon pastore il quale dopo aver mostrato all’illustre personalità il suo lato mansueto, dolce, che sa guidare le sue pecorelle sulla retta via, torna ad essere con i ragazzi minaccioso, violento e se non prende a schiaffi, pugni e calci qualcuno non è contento, è come se non avesse compiuto il suo dovere quotidiano. E se dice ai ragazzi fate qualche fioretto alla Madonna lui dà il buon esempio, dare schiaffi, pugni e calci è il suo più bel fioretto. All’inizio di Gennaio del 1964 arrivò in quell’orfanotrofio un nuovo prefetto, era un giovane di 22 anni alto, magro, capelli rossi, e con le lentiggini sul viso veniva da Potenza dove qualche anno prima si era diplomato alle magistrali, era disoccupato in attesa di insegnare alle elementari, si chiamava Drago ed era un giovane molto simpatico e sorrideva sempre. Di quei metodi disciplinari adottati sino ad allora in quell’orfanotrofio lui non li condivideva per niente, “sono cose da medioevo” diceva, “usare la bacchetta mi fa orrore e la tolse di mezzo”. “Mi meraviglio che voi l’abbiate subita per tanti anni”, come per dire ma cosa aspettavate a reagire? A sentire quei racconti pieni di violenze subite da quei ragazzi era l’unico momento in cui lui si rattristava e non sorrideva, si dispiaceva molto delle loro sofferenze e diceva sempre: “ma come a voi non bastava già la povertà, le privazioni subite alle vostre case, e poi la violenza d’essere rinchiusi in un orfanotrofio, (perché chiudere dei ragazzi anzi dei bambini perché all’epoca voi eravate dei bambini è già una violenza) vi danno anche le botte? Ma tutto ciò è mostruoso solo a sentirlo mi viene la pelle d’oca. Ma da oggi le cose cambiano e finché starò io queste vere e proprio torture cesseranno”. Le preghiere lui non le sopportava e quando vedeva specialmente prima di sedersi nello studio qualcuno dei ragazzi che già si metteva in posa per pregare, perché così era stato abituato da sempre, lui diceva: “ma quali preghiere, queste sono cose da preti mettetevi comodo”. Stava però attento quando nelle vicinanze c’era il buon pastore perché ormai anche lui aveva capito che era un elemento pericoloso e se avesse visto che le preghiere non si dicevano più avrebbe fatto l’ira di Dio. Certamente il cielo si sarebbe oscurato, la terra avrebbe tremato ed in quell’orfanotrofio i ragazzi avrebbero versato molte lacrime e seri guai ci sarebbero stati per il prefetto, il quale nello studio faceva anche chiacchierare ma i ragazzi abituati da anni a fare silenzio erano un po’ riluttanti e si trovavano a disagio nel parlare, avevano tutti il timore che da un momento all’altro aprisse la porta il buon pastore e per Drago ci sarebbero stati altri guai in vista. Ma l’unico a non preoccuparsi era proprio lui che insisteva: “ho detto mettetevi comodi”, che vuol dire avete ampia libertà e parlate senza timore, e per metterli ancora a loro agio disse: “e non chiamatemi Drago che è come tenere le distanze! Tra me e voi non ci deve essere nessuna distanza siamo allo steso livello, diamoci del tu e chiamatemi per nome e cioè Giuseppe”, e pian, piano in quello studio s’incominciò a parlare e delle volte che Giuseppe si assentava un po’ si faceva tanto chiasso che qualche ragazzo incominciava a sbuffare e poi apertamente contestava chi stava esagerando: “ma insomma diceva parliamo un po’ più piano, abbiamo fatto le mummie per tanti anni, dove non si è mai sentito volare una mosca, per il troppo silenzio siamo stati come i morti al cimitero, e adesso facciamo i gradassi. Ma vi rendete conto se arriva all’improvviso il buon pastore ve lo immaginate cosa succede, farà certamente il pazzo contro Giuseppe, e noi così ricambiamo colui che ci ha reso liberi?” Gli altri ragazzi si scusarono dicendo: “Si è vero abbiamo esagerato! Ma non volevamo assolutamente fare un torto a Giuseppe, abusare della sua bontà, il fatto è che da molto tempo si stava zitti e adesso che abbiamo avuto la possibilità di parlare ci siamo lasciati andare, senza accorgerci del chiasso enorme e senza pensare alle conseguenze che possono derivare”. E così tutti ritornarono a fare silenzio, ma quando Giuseppe rientrava gli incitava a parlare dicendo loro: “ma cos’è questo mortorio? Su con la vita parlate in libertà e allegria, non vi preoccupate di niente, non dovete avere paura nemmeno del Rettore che se viene me la vedo io”. Ma le parole di Giuseppe non bastavano a rassicurare i ragazzi, i quali effettivamente avevano proprio paura del buon pastore, che se avesse scoperto che lì ormai si viveva in libertà è vero che Giuseppe li avrebbe difesi ma sarebbe stato sicuramente mandato via dall’orfanotrofio e per loro sarebbe tornato il silenzio di tomba di una volta. E prima che succedesse l’irreparabile e che qualcuno dicesse “ben vi sta, chi troppo vuole nulla stringe, avete voluto il chiasso enorme adesso pagate le conseguenze”, perciò diventarono tutti un po’ più responsabili, si parlava sottovoce e si scherzava con Giuseppe che non la smetteva di ridere e si divertiva molto specialmente quando udiva i vari dialetti mescolarsi tra di loro, il sardo con il pugliese, il lucano con il calabrese, il campano con l’abruzzese e il laziale, una babele di lingue da fare crepare dal ridere. Giuseppe aiutava molto i ragazzi a fare i compiti e se erano un po’ testardi nel capire qualcosa lui insisteva fin quando riuscivano a comprendere. Lui si, che era un ottimo insegnante per quei ragazzi i quali non avevano avuto altro sino ad allora che dei pessimi insegnanti cocciuti e autoritari, tanto autoritari da mettere paura e quindi in difficoltà gli studenti con il risultato che molte volte non capivano niente. Invece con Giuseppe era tutta un’altra cosa, metteva il braccio sulle spalle per fargli capire meglio che più che un amico lui era un fratello maggiore che li faceva sentire a loro agio. Ed era sempre sorridente e quando qualcuno faceva delle battute lui rideva e si può senz’altro dire che in quel cimitero per un po’ si aprirono le tombe e resuscitarono i morti, e anche con le limitazioni che un orfanotrofio comporta erano tutti un po’ più sereni. La sera quando si era tutti davanti al televisore Giuseppe dopo il carosello non mandava a letto i ragazzi, ma poi arrivava il buon pastore e gridava: “cosa fanno ancora alzati. Lo vuoi capire che devono subito andare a letto dopo il carosello?” Lui cercava di replicare: “ma sono ragazzi già grandi, se vedono qualche film o qualche varietà non è poi la fine del mondo! Mandarli a dormire così presto è un po’ una forzatura”. Ma il buon pastore va su tutte le furie e dice: “qui comando io e tu devi soltanto ubbidire! Se dico che devono andare a letto così deve essere non si discute”. Giuseppe con un mezzo sorriso ironico e dondolando la testa in segno di disapprovazione dovette accettare quello che il buon pastore gli ordinava. Quando andavano a scuola quei ragazzi andavano in fila per un breve tratto poi Giuseppe dava “il rompete le righe”, e per un lungo tratto ognuno andava per conto proprio. Mai avevano avuto tanta libertà di movimento in quel paese e per questo ammiravano ancora di più Giuseppe che non aveva paura di niente, ma nello stesso tempo avevano terrore di essere sorpresi dal buon pastore. E dovevano stare attenti anche a De pasquale che accompagnava i bambini delle elementari e se scopriva che i ragazzi dell’avviamento godevano di massima libertà avrebbe di certo fatto la spia. Ma Giuseppe non si preoccupava affatto, anzi queste bassezze da orfanotrofio lui forse non le concepiva neppure, era l’ultima cosa a cui lui pensava, anzi lui andava di spregiudicatezza in spregiudicatezza, perché diceva ai ragazzi specialmente a quelli di terza avviamento: “ormai siete grandi cosa aspettate a mettere gli occhi addosso alle ragazze? lo so che è un po’ difficile perché quella vostra scuola laggiù isolata in mezzo alla campagna sembra fatta apposta per non farvi incontrare nessuno specialmente le ragazze delle medie che vanno a scuola al centro del paese. Però non vi perdete d’animo e i giorni in cui uscite qualche ora prima dalla scuola, invece di aspettare davanti all’edificio in attesa che escano gli altri andate di corsa su nel paese dove le ragazze non aspettano altro che essere corteggiate. Ricordatevi che la vostra è l’età in cui sbocciano i primi amori perciò non perdete tempo, appena vedete una ragazza che fa al caso vostro fatevi avanti senza complessi e dichiaratele il vostro amore, vedrete che anche loro saranno ben felici del vostro interessamento e ricambieranno il loro amore nei vostri confronti”. E così grazie all’incoraggiamento di Giuseppe ogni ragazzo si diede da fare per andare incontro al suo amore. C’è chi affrontava la ragazza con entusiasmo il quale veniva subito spento perché lei diceva che per il momento non voleva impegnarsi per non distrarsi dallo studio, c’era chi non aveva il coraggio di dichiarare il proprio amore e le mandava delle lettere tramite qualche amica. A dire il vero l’amore che viaggiava con le lettere era il più diffuso, con le amiche che facevano da postino andando avanti e indietro prima portavano la lettera a lei e subito dopo portavano la risposta a lui, e le amiche erano delle complici perfette e stavano bene attente a non fare scoprire niente ai genitori delle ragazze, altrimenti il loro amore non l’avrebbero più rivisto nemmeno per corrispondenza. Ed in quel periodo anche nella cattedrale specialmente di domenica si videro delle ragazze ma più che pensare alla messa tra un Padre nostro e l’altro, i loro occhi cercavano d’incrociare il loro amore. E mentre si usciva dalla cattedrale c’era lo scambio delle lettere che avveniva furtivamente tra di loro. Anche Spano mise gli occhi addosso ad una ragazza che passeggiava spesso con le amiche e quando sorrideva quei denti bianchissimi l’illuminava il suo bel viso. Un giorno i suoi splendenti occhi verdi incrociarono i suoi e lui subito abbassò lo sguardo intimorito da tanta bellezza, ma poi la pedinò a distanza, sperando che le amiche andassero via e lei rimanesse sola, e fu fortunato in questo, e tramite le amiche che la salutavano dicendo: “ciao Maria ci vediamo domani” lui scoprì il suo nome. E quando riuscì ad affiancarla non riuscì a parlarle perché una forte emozione s’impadronì di lui, il cuore gli batteva come un tamburo sembrava che volesse uscire dal petto, le gambe gli tremavano, sudava tutto, per un attimo si sentì venire meno e pareva che dovesse cascare da un momento all’altro. Se questo voleva significare amare, lui per la prima volta in vita sua s’era innamorato di una ragazza. Ma quell’amore l’aveva quasi impietrito e in quelle condizioni lui prima si fermò, poi incominciò di nuovo a seguirla si fece coraggio deciso questa volta a fermarla, la raggiunse proprio mentre stava entrando in un portone, che sarà certamente quello di casa sua. Ma questa occasione unica per parlarle se la lascia ancora una volta sfuggire, perchè all’ultimo momento non se l’è sentito di affrontarla e l’unica cosa che fece per non rimanere impalato e con la bocca chiusa davanti a lei, fu quella di tornarsene indietro mogio, mogio. Quando arrivò nell’orfanotrofio era molto arrabbiato con se stesso, se la prendeva con quella timidezza che lo perseguitava e lo bloccava. Poi si tirò un po’ su dicendo: “la prossima volta cascasse il mondo la fermo e le dico che l’amo!” Ma non sembrò molto convinto perché mentre pensa a lei e la rivede bellissima, con quel sorriso dai denti bianchissimi che le illumina il suo bel viso con quegli occhi verdi splendenti e la chioma castana la trova semplicemente incantevole. Lui invece guardandosi allo specchio nel bagno, si trova decisamente brutto. Con una tristezza da far spavento cerca per un po’ di sorridere sperando di vedersi meglio, invece si vede ancora peggio. Con quei denti ingialliti perché da sedici anni non hanno mai conosciuto un dentifricio, e come poteva conoscerlo visto che gli è mancato persino il pane? E per non morire di fame è finito in quel orfanotrofio. Cercò quindi di non pensare più a Maria l’amore per lei lo faceva soffrire, però le veniva sempre in mente e allora di nuovo si diceva: “la devo rivedere e dichiararle il mio amore!” Ma vedendo quei denti gialli, e non avendo una lira per comprarsi lo spazzolino e un dentifricio (nell’orfanotrofio a stento davano una saponetta per lavarsi e doveva pure stare attento a non consumarla subito, perché gli davano le botte anche per questo), dalla disperazione lui s’insaponò il dito e lo strofinò sui denti con la speranza che servisse a togliere un po’ di giallo, ma nonostante che ripeté più volte questa operazione lui non vide nessun miglioramento e con molta rabbia si tirava i capelli. Delle volte Spano non andava a scuola e aspettava invece Maria che uscisse da scuola sempre deciso a fermarla ma quando la vedeva sempre più bella e attraente lui restava incantato a guardarla, altro che dirle: “t’amo, mi sei rimasta nel cuore, vivo solo per te”. La solita emozione lo impietriva e l’unica cosa che riusciva a fare era quella di seguirla da lontano, e solo nei sogni riusciva ad accarezzarla, stringerla a se, baciarla e sentirsi felice accanto a lei. Ma nella realtà si distruggeva e quei giorni erano infernali per lui perché non riusciva ad avvicinarla, forse aveva paura di lei, può darsi che quella paura era dovuta al fatto che in sedici anni non aveva mai avuto accanto una ragazza. Sin da bambino non ha mai giocato e persino parlato con loro, è stato sempre diviso dall’altro sesso. Sia all’asilo, che a scuola, i maschi da una parte e le femmine dall’altra. Nell’orfanotrofio poi le ha viste solo da lontano e forse questo era il motivo per cui non riusciva ad avvicinarle. Le ragazze erano delle splendide creature a lui sconosciute e non riusciva a comunicare con loro e forse era questa la paura che l’attanagliava e non sapeva come uscirne fuori da questa situazione. Di questi complessi che aveva non parlava con nessuno nemmeno con Giuseppe che forse aprendosi con lui l’avrebbe senz’altro aiutato. L’unica cosa che sapeva fare è tenersi dentro di se quel segreto e si rifugiava nei suoi sogni dove Maria appariva sempre più bella e attraente. Se Spano non riusciva a parlare del suo amore, Perani un ragazzo molto vivace ed estroverso, invece non faceva altro che raccontare a tutti del suo immenso amore per Angela, “guardate, diceva, oggi mi ha consegnata una lettera” e lui leggeva il contenuto in cui lei non faceva altro che ripetere di amarlo da morire e pensava a lui giorno e notte, e Perani tutto contento non stava in se dalla gioia, e leggeva anche la lettera che lui aveva scritto per lei in cui le giurava che l’avrebbe amata per tutta la vita. E mentre i ragazzi stavano vivendo questo momento bello della loro vita, fu il buon pastore che li fece tornare alla dura realtà vissuta fino a qualche mese addietro. Infatti annunciò quello che di grave a suo parere era successo: “ho mandato via quel maleducato di prefetto perché non era degno di stare in mezzo a voi ragazzi. Quella specie di individuo mi è stato sempre antipatico fin dal primo giorno, e ho sbagliato a lasciar correre, ma ieri non ne ho potuto più, è venuto a trovarlo la sua fidanzata insieme ad un amica e il suo fidanzato e proprio davanti alla Madonna quest’ultimo stava facendo delle foto al prefetto che aveva le braccia sulle spalle delle due ragazze erano tutti e tre sbracciati, come se stessero sulla spiaggia, invece stavano davanti alla Madonna. E voi sapete benissimo come si sta davanti alla madre del nostro Signore impeccabilmente vestiti e le ragazze con il capo coperto e le mani giunte in raccoglimento. Per fortuna sono arrivato io ed ho cacciati quegli screanzati, miscredenti proprio come fece Gesù con i mercanti del tempio. E poi ho detto al vostro prefetto: prenditi tutta la tua roba, fai le valigie e sparisci immediatamente! Perché è scandaloso quello che è avvenuto e certamente la Madonna starà piangendo nell’aver visto quei suoi figli così degenerati. Ma la colpa maggiore ricade su di me perché avevo notato sin dall’inizio che quello era un poco di buono, così trasandato che non curava per niente la vostra disciplina, non l’ho mai visto con la bacchetta in mano, e il mio grande sbaglio è averlo preso. I prefetti per essere all’altezza devono essere presi dai seminari e lì che danno un buon insegnamento e quello che loro apprendono lo possono poi insegnare ai ragazzi che hanno tanto bisogno specialmente d’essere impartiti la buona educazione. Ma quel giovane così maleducato cosa poteva insegnare a voi se non la maleducazione? Da questo momento il vostro prefetto torna ad essere Battaglia il quale mi deve sempre rapportare tutto quello che non va e guai a voi se qualcuno si comporta male”. I ragazzi a sentire quella brutta notizia rimasero tutti sconvolti e amareggiati, ma quale maleducato? Giuseppe era una persona meravigliosa tutti l’amavano e gli volevano un gran bene, farlo sparire così all’improvviso come se fosse un criminale senza nemmeno poterlo salutare, abbracciarlo è un azione ignobile che solo il buon pastore poteva commettere. E c’era nei ragazzi tanto odio verso di lui per aver tolto così bruscamente la luce, il calore, l’umanità che Giuseppe donava a tutti e d’un tratto si ritornava nel buio, nel freddo e nella disumanità che è sempre regnata in quell’orfanotrofio. Tutto questo è successo per una foto, una semplice foto ricordo di Giuseppe con la fidanzata e l’amica, a pensarci verrebbe da ridere per la sua comicità, con il buon pastore che caccia dal suo paradiso terrestre Adamo e Eva per atti osceni: “un semplice clic della macchina fotografica davanti alla sua Madonna”. Per questo gravissimo peccato lui li condanna senza appello. Invece c’è poco da ridere quei ragazzi hanno perso per un nonnulla, una sciocchezza, quello che per loro non era soltanto un amico ma un fratello maggiore. Colui che aveva dato la speranza che a questo mondo non ci sono soltanto persone crudeli, malvagie, disumane. E in quell’orfanotrofio s’erano avvicendati dei campioni di questa specie: il consolatore della vedova, il sadico, il guappo di Salerno, lo specialista del calcio in culo e il buon pastore. Ma anche persone sensibile, buone e molto umane come Giuseppe e solo un prete ottuso, fanatico, fissato nelle preghiere, nel rosario e nelle messe ha potuto vedere del male dove invece c’era tanto ma tanto bene. Una così meravigliosa persona meritava una statua magari al posto della Madonna in quel paradiso terrestre con la scritta: dove c’è sempre stato buio fitto, per un breve periodo si è intravisto una luce splendente! E quei pochi mesi vissuti in libertà: libertà di parola, di movimento, (nel paese quei ragazzi andavano dove volevano senza avere paura di nessuno) all’improvviso tutto finì come un bel sogno. E si ritornò alla brutta realtà di quella dittatura dove si gridava: “fate silenzio, tutti in fila, voglio vedere una sola testa”. Perché Battaglia incominciava ad imitare il guappo di Salerno il quale un giorno andò persino a fare una visita in quell’orfanotrofio. I bambini delle elementari l’accolsero festosamente stringendosi intorno a lui, proprio come si fa per chi si ha un buon ricordo, evidentemente non ricordavano più le tante bacchettate ricevute. I ragazzi dell’avviamento invece avevano ben vivo nella mente quegli anni terribili vissuti con lui, nessuno quindi si avvicinò per stringergli la mano ma tutti l’ignorarono e Perani disse a Spano: “vuoi vedere che quello sfrontato com’è, viene vicino a noi e ci dà pacche sulle spalle, non credo che la sua sfrontatezza arrivi a tanto” rispose Spano ed ebbe ragione, quel guappo di Salerno che prima sorrideva verso quei ragazzi poi man mano che leggeva nei loro visi l’odio mai spento che nutrivano verso di lui non sorrise più e non osò avvicinarsi. Si trattenne ancora un po’ con il buon pastore, con lui si che andava d’accordo, parlarono animatamente, forse del bel periodo passato insieme quando massacravano di botte e senza pietà quei ragazzi. E quando finalmente andò via tirarono tutti un sospiro di sollievo. Anche quell’anno scolastico volse al termine Spano fu promosso ma in lui non c’era gioia, finiva quella terza avviamento che aveva ormai sedici anni. Sperava in cuor suo di tornare a casa ma la madre ancora una volta gli scrisse: “stai bene dove stai, pensa piuttosto ad impararti un mestiere”. Lui fu molto arrabbiato e amareggiato per quella decisione e nel vedere gli amici che andavano via felicemente gli veniva persino da piangere. Il buon pastore lo mandò subito come del resto voleva la madre ad imparare il mestiere nell’officina in fondo al paese, ma Spano altro che imparare un mestiere incominciò subito ad odiare quel lavoro perché l’unica cosa che gli facevano fare era quello di pulire a terra, lavare le automobili e cambiare le ruote. In seguito “il maestro”, come veniva chiamato quel meccanico, abbandonò quel capannone ormai vecchio e proprio lì a due passi si stava facendo costruire un appartamento, e sotto un grande capannone che entrò subito in funzione ma era cambiato però la lavorazione invece di riparare automobili si facevano porte, finestre e ringhiere. Per fare quel lavoro aveva assunto due operai come saldatori e Spano stava sempre dietro di loro a mantenere i pezzi, con quelle fiamme di saldatura che cercava di evitare ma finivano puntualmente per accecarlo, e la sera a letto quegli occhi erano così arrossati da bruciargli fino a farlo lacrimare. Quando il maestro se ne andava in giro in cerca di appalti di lavoro chi faceva il bello e il cattivo tempo in quell’officina era suo fratello don Mario così amava farsi chiamare, quell’ uomo sulla quarantina, che aveva vissuto molti anni in Belgio dove aveva fatto il minatore e forse proprio quel lavoro duro, e faticoso l’aveva molto abbruttito con quel carattere collerico, violento, pieno d’ira, volubile, mentre rideva improvvisamente s’innervosiva per un nonnulla. Delle volte c’erano delle barre di ferro un po’ storte, per raddrizzarle lui dava delle gran botte con una mazza di ferro. Mentre Spano e Ferrini che era un suo compagno dovevano mantenere forte ai due lati, ogni botta che don Mario dava su quella barra faceva un rumore da stordire, e le mani di quei ragazzi facevano così male che mollavano la presa. E lui nel fermarsi tutto sudato, affannato e stremato, dalle tante botte date con quella mazza diceva: “le vostre mani sono così delicate perché in vita vostra non avete mai lavorato! L’unico peso che avete sollevato è stato quello della penna, per questo state sempre a piagnucolare, con quelle mani da dottorini non andrete lontani. Nella vita per andare avanti ci vogliono le mani da operaio, guardate” e mostrò le sue mani e disse: “queste sono pieni di calli, sono così forti da sembrare acciaio inossidabile. E queste mani le posseggono soltanto gli operai come me che hanno sempre lavorato e quando si posseggono queste mani si può fare tutto, perciò a lavoro dottorini e ricordatevi sempre: io vi farò diventare operai”. Spano e Ferrini avevano appena messo le mani sulla barra senza ancora stringerla con forza, quando all’improvviso parte una tremenda botta dall’uomo dalle mani d’acciaio da fare sollevare la barra e per poco non fece slogare i polsi a quei due ragazzi, e mentre si massaggiavano e si contorcevano dal dolore l’uomo dalle mani d’acciaio rideva come un matto. Quando finalmente smetteva di ridere diceva: “ben vi sta così imparate a tenere ben stretto il pezzo”, ma anche tenendolo ben stretto come suggeriva lui quando arrivava quella botta tremenda le vibrazioni che arrivavano sui loro corpi erano così violente da sembrare una scarica elettrica. A questo punto Spano e Ferrini si chiesero: ma chi ce lo fa fare a subire i soprusi dell’uomo dalle mani d’acciaio che più noi soffriamo più lui si diverte? Ed è anche ben pagato mentre noi non prendiamo una lira. E dovevano sgobbare nel lavorare dove gli toccava fare solo i manovali altro che imparare il mestiere, appena cercavano di saldare c’era sempre qualcuno che gridava: “fermi” come se stessero per compiere un delitto! E fu così che nel loro piccolo avevano capito che sia l’uomo dalle mani d’acciaio che pure gli altri due operai volevano solo sfruttarli ed a quel punto incominciarono ad allontanarsi dal lavoro e se ne andavano nel boschetto poco distante, il quale era pieno di castagne e loro ne mangiavano a sazietà. Poi tornavano nell’officina e l’uomo dalle mani d’acciaio gridava come un matto: “ma dove vi siete cacciati fannulloni che non siete altro! Mettetevi bene in testa che qui si viene per lavorare”. Ma Spano e Ferrini se prima si erano allontanati dal lavoro timidamente adesso lo facevano con più spavalderia. In quel boschetto stavano ore e ore avevano preso l’abitudine d’accendere il fuoco e appena si formava della brace arrostivano quelle castagne, ed era una delizia mangiarle in santa pace. Chi non era in pace con se stesso invece era l’uomo dalle mani d’acciaio al quale non gli bastava gridare, incominciò a corrergli dietro con una mazza deciso a pestarli ma loro riuscirono sempre a svignarsela. In quell’officina i ruoli si erano invertiti, adesso erano i ragazzi che si divertivano come matti nel vedere l’uomo dalle mani d’acciaio sempre più arrabbiato e furioso e siccome non riusciva a prenderli si rivolse al fratello il quale senza pensarci due volte disse al buon pastore: “quei due indiavolati non li voglio più nell’officina perché non hanno voglia d’apprendere il mestiere, e se ne vanno nel boschetto a mangiare castagne, e poi con la pancia piena si divertono a fare impazzire mio fratello”. “Cosa mi tocca sentire? E’ inaudito quello che è accaduto” disse il buon pastore “essere cacciati da un sant’uomo perché siete degli indiavolati e scansafatiche. Invece di ringraziarlo quel maestro che si prodigava nell’insegnarvi un mestiere voi vi divertivate addirittura nel far arrabbiare e innervosire suo fratello, ma io ve la faccio pagare caro il vostro pessimo comportamento”. E come al solito li prese a schiaffi, pugni e calci e poi disse: “starete qui con me! Così vediamo se osate non lavorare”. Ed incominciò un lungo periodo sotto la sorveglianza del buon pastore che non faceva altro che dire: “zappa e stai zitto, annaffia e non fiatare!” E mentre i ragazzi zappano appena tentano d’aprire la bocca per parlare lui gliela chiude con un ceffone così forte da fare uscire il sangue e ripeteva: “ho detto di stare zitti! mettetevelo bene in testa che dovete lavorare e fare silenzio”. E specialmente Spano e Ferrini erano come osservati speciali ed erano finiti come si suol dire dalla padella dell’uomo dalle mani d’acciaio, alla brace del buon pastore. Il quale quando diceva la messa la mattina era mansueto, ma poi durante il giorno non faceva altro che dire: “zitti, lavorate!” E chi trasgrediva aveva la solita razione di schiaffi, pugni e calci. E ritornava di nuovo mansueto la sera quando si diceva il rosario alla Madonna in quel giardino che non finiva mai d’abbellire con grande gioia dell’avvocato e dell’ispettore, che i ragazzi pregavano affinché arrivassero da un momento all’altro, e si può dire che quella era l’unica preghiera in cui loro s’impegnavano con la mente e con il cuore: “o Signore tu che lo puoi fai venire o l’una o l’altra personalità a trovare il buon pastore!” e molte volte la loro preghiera veniva esaudita. E quei ragazzi finalmente potevano tirare un sospiro di sollievo fermandosi nel lavorare e parlare, parlare tanto, tutte quelle parole che erano stati obbligati a non farle uscire dalle loro bocche adesso uscivano a valanga. Mentre il buon pastore è impegnato a fare la parte del mansueto davanti all’avvocato e lo porta prima a passeggio per il giardino e poi a continuare la conversazione nel suo rifugio dove comodamente seduti e sorseggiando una limonata si godevano il paesaggio della val d’Agri. E quei ragazzi erano finalmente liberi di passare un pomeriggio in pace, anche loro seduti, o appoggiati a quella ringhiera si godevano il panorama. Non c’era la limonata per rinfrescarsi questo è vero, per loro c’era solo dell’acqua ma erano lo stesso contenti. Qualcuno potrebbe dire: ma come si accontentavano di così poco, e sì, per loro quel poco era tanto. Un pomeriggio lasciati in libertà comodamente seduti a parlare a briglie sciolte e godersi il bel panorama del Volturino, la val d’Agri e sorseggiare un pò d’acqua era proprio il massimo, senza la presenza opprimente del buon pastore. Il quale in ogni momento, specialmente quando non era soddisfatto delle modifiche apportate al giardino, diceva ora ad un ragazzo ora ad un altro: “stai zitto, tieni la bocca chiusa, non parlare e pensa a lavorare!” E chi si azzardava ad aprire la bocca riceveva un ceffone che solo per fortuna non gli cadeva qualche dente, ma tanto sangue quello si. Perciò quando si ricomincia a lavorare con il buon pastore che sta sempre lì a comandare e con il rastrello in mano sempre in movimento o sul terreno, o scagliato contro qualcuno, e qui bisogna dare atto al buon pastore d’essere imprevedibile e fantasioso, perché il suo repertorio è vasto, va dallo schiaffo, al pugno, al calcio e alla rastrellata sulla schiena. In quelle penose condizioni non c’è altro da fare che sperare in un miracolo, e non fanno che pregare: “o Signore fai arrivare o l’avvocato da solo o con la famiglia, oppure l’ispettore”. E il miracolo arrivava nelle sembianze della famiglia dell’avvocato che si reca nella cappella dell’orfanotrofio dove ascoltano la messa poi si comunicano e infine ascoltano la parola del loro buon pastore dando così la possibilità a quei ragazzi di godersi un altro pomeriggio di libertà. E la libertà come dice qualcuno che se ne intende si apprezza di più quando se ne ha poco o addirittura niente. Dopo il pomeriggio di libertà si ripiombava di nuovo nel lavoro forzato e obbligati a fare i muti e poi sperare nel solito miracolo che si ottiene con la solita preghiera: “o Signore fai arrivare l’avvocato da solo o con la famiglia oppure l’ispettore” e il miracolo avveniva con la comparsa tutto ad un tratto dell’ispettore che con le braccia aperte andava incontro al suo carissimo don Matteo dicendogli che grande gioia è per me ritrovarti, tu che sei il benefattore o meglio il padre per questi orfanelli che grazie alla tua guida che è illuminata dall’alto crescono sani e forti. Poi l’ispettore si mette a magnificare il suo giardino: che opera grandiosa, meravigliosa e stupenda! Quello che tu hai fatto è il frutto del tuo talento e del tuo ingegno immenso. E dopo tanti elogi che facevano gioire il buon pastore, l’ispettore disse che nel suo terreno doveva mettere delle piante d’olive e siccome il contadino aveva bisogno di qualche aiuto, il buon pastore non lo fece nemmeno finire di parlare che disse: “ti posso mandare due o tre ragazzi se vuoi!” e l’ispettore non smise più di ringraziarlo: “don Matteo quanto sei buono e generoso il Dio ti compenserà di tutte le buone azioni che fai, io ti ringrazio non una ma dieci volte per il favore che mi concedi” e lui rispose: “è un piacere aiutarvi” e poi rivolto a Ferrini, Spano e Girolamo disse: “da domani andate ad aiutare l’ispettore”. E il mattino seguente li accolse con grande gioia, li abbracciò e non smise di ripetere: “siete dei bravi ragazzi” e fece servire loro la colazione, una bella tazza di latte e caffè con dei biscotti e marmellata, dopo salirono sulla sua automobile e li condusse in campagna dove un contadino già stava lavorando, l’ispettore rivolto a lui disse: “ho portato tre bravi ragazzi che ti aiuteranno nel tuo lavoro! Mi raccomando trattali bene come se fossero i tuoi figli”. Poi andò via salutando con grande affetto e ancora tante belle parole quei ragazzi, che erano ancora un po’ storditi da quella accoglienza così calorosa. Il contadino si chiamava Piero e li accolse anche lui con entusiasmo, era allegro e simpatico e subito disse: “lo vedete questo immenso terreno noi lo dobbiamo riempire di piantine che vanno messe tutte in fila in modo da far venire un lavoro perfetto”. I ragazzi in quella campagna si sentivano su di morale, il tempo volava, e la cosa più importante potevano finalmente parlare, ridere e scherzare a loro piacimento. Verso mezzogiorno arrivò l’ispettore che portò il pranzo, la pasta con il sugo era così saporita che mangiavano un boccone dietro l’altro, velocemente divorarono quel cibo, sembrava che non mangiassero da anni ed era vero un piatto gustoso come quello non l’avevano mai mangiato. Specialmente Spano a casa sua aveva sempre patito la fame e quando mangiava qualcosa si trattava quasi sempre di un po’ di pastina in brodo che non sapeva di niente. Nell’orfanotrofio invece quella pasta con il sugo era una colla e lui preferiva digiunare. Adesso capiva cosa vuol dire mangiare un bel piatto di pasta al sugo, e per secondo una bistecca che fino ad allora l’aveva solo sentita nominare. A casa sua non l’aveva mai vista neppure di che colore fosse. Nell’orfanotrofio davano un tipo di carne ma era più gelatina che carne ed era immangiabile. Dopo quel bel pranzo si lavorava con piacere senza fretta ma con la massima calma e con tante pause. La sera poi si ritornava a casa dell’ispettore per cenare, per primo c’era la pastina che mangiavano con gran piacere e per secondo una mozzarella che come al solito Spano mai ne aveva mangiata una simile nella sua vita. Dopo la bella cena facevano rientro nell’orfanotrofio dove aspettavano con ansia che la notte volasse via perché non vedevano l’ora la mattina successiva di fare ritorno dall’ispettore per ricominciare un’altra bella giornata, e di belle giornate ne passarono ben quindici, dove finalmente Spano aveva mangiato una colazione, un pranzo ed una cena degna di questo nome e aveva avuto tanto affetto e calore umano da fargli dire: “avrei tanto desiderato una famiglia così!” Ma proprio quando pensava di aver trovato una famiglia e del calore umano d’un tratto appena quel terreno è tutto ricoperto di piantine d’olive (sembra che sia stato tutto un sogno) ritorna ad affrontare la dura realtà di sempre: l’orfanotrofio, il giardino da zappare, d’annaffiare e il buon pastore che ricomincia da dove aveva interrotto: “state zitti, non fiatate, tenete la bocca chiusa! E chi tenta di parlare riceve dei ceffoni, dei calci che lo fanno diventare muto per sempre”. Spano per sfuggire a questa prigione di tanto in tanto pensa alla sua bella, al suo primo, struggente grande amore che avrebbe voluto abbracciare, stringere a se e baciare. Gli fa un po’ rabbia che quando ha avuto l’occasione di avvicinarla di parlarle, lui non ha avuto il coraggio di farlo, perché temeva che quella ragazza incantevole dagli occhi verdi lo respingesse. Delle volte pensa che deve ritentare, uscire di nascosto dall’orfanotrofio alla prima occasione, per incontrarla, parlarle e capire se anche lei è un po’ innamorata di lui. Ma subito dopo pensa che fermarla sarebbe stato una pazzia perché quello è un amore impossibile, perché per puro caso aveva saputo che lei dopo aver preso il diploma di terza media si doveva trasferire dagli zii a Napoli per continuare gli studi, quindi è meglio dimenticarla per sempre, ma non riusciva perché la notte lei appariva più bella che mai con il sorriso stupendo e gli occhi verdi incantevoli e lui non fa che tormentarsi e passa dai tormenti d’amore ai tormenti di quella prigione. Ma quando proprio non se l’aspettava arriva una lettera della madre era la famosa lettera di responsabilità in cui diceva che per le vacanze poteva tornare a casa. E così arrivò il giorno della partenza dopo che la notte non era riuscito a dormire come del resto anche il gruppo di ragazzi che partiva con lui per Potenza. Nel pullman Spano si sentì male gli girava la testa cercava di chiudere gli occhi per non guardare intorno, ma la testa continuava a girargli poi incominciò a vomitare nella busta che gli diede l’autista, arrivò a Potenza distrutto e subito andò a sedersi nella sala d’aspetto dove cercò d’addormentarsi perché aveva tutta la mattinata a disposizione dato che il pullman per Tricarico partiva alle tredici. Di Potenza lui conosceva solo quella piazza, perché non aveva la forza per visitare la città, e quando ripartì per il suo paese si sentì ancora male sembrava che durasse un’eternità quel viaggio, e a Tricarico arrivò più morto che vivo, salutò la madre e si buttò sul letto per alzarsi soltanto il giorno dopo. La madre trovò delle scuse per non averlo fatto venire gli anni precedenti: “qui stiamo sempre peggio e facciamo fatica a mettere qualcosa sotto i denti”, ma Antonio rispose: “io preferisco non mangiare niente a casa nostra che stare in quell’orfanotrofio”. E comincia un lungo litigio con la madre che durò per tutta l’estate lui che non voleva tornare più in quella prigione mentre la madre diceva che doveva ritornare. Antonio andava su tutte le furie e diceva: “andando lì faccio solo un favore al prete che mi sfrutta nel suo giardino, stare lì è soltanto un anno perso, invece restando qui posso trovarmi un lavoro. Ma cosa vuoi trovare?” rispose la madre: “qui c’è solo miseria e disperazione, ascoltami, tu stai bene nell’orfanotrofio”. Ma Antonio per non sentirla più andò via, gli venne soltanto un po’ di buon umore nel rivedere i vecchi amici che andavano tutti alle scuole superiori a Potenza dove si trovavano abbastanza bene e aspettavano con ansia che quel breve periodo di vacanze passasse in fretta per ritornarci perchè lì c’era più divertimento. Si poteva andare a ballare, al cinema, a passeggio per le vie principale della città e parlavano come se Antonio conoscesse Potenza, invidiava un po’ i suoi amici così sicuri di sé, indipendenti e con tanta ma tanta libertà com’erano cambiati i tempi una volta era lui il più sicuro e vivace della comitiva adesso di fronte a loro si sentiva impacciato, intimidito, a disagio e piccolo, piccolo. Mentre loro raccontavano di come l’ultima volta si erano divertiti nel ballare, dell’ultimo film che avevano visto, lui cosa poteva raccontare? Di non aver mai messo un piede in una sala da ballo, e dei film aveva soltanto visto e rivisto i dieci comandamenti ma non al cinema ma proiettato nel refettorio dell’orfanotrofio. Oppure che sapeva tutto della chiesa e senza volerlo era diventato un mezzo prete, perchè conosceva il catechismo a memoria e persino in latino, sapeva servire la messa in un modo impeccabile, conosceva tante canzone dedicate alla Madonna e come chierichetto era perfetto. Se avesse raccontato di tutto questo i suoi amici avrebbero senz’altro riso di lui, perciò quando ritornò a casa più arrabbiato che mai si scagliò contro sua madre dicendo: “in quell’orfanotrofio non ci tornò più! Perché mi sta rovinando giorno per giorno”, e la madre non faceva altro che ripetere il solito ritornello: “pensa che lì almeno ti danno da mangiare!” La sua era una vera e propria fissazione, forse perché nella sua vita ne aveva avuto sempre molto poco, però non si rendeva conto di come suo figlio era cambiato, così chiuso, timido, impacciato tutto questo per colpa di quell’orribile posto, di quella prigione den
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