Le delizie di un orfanotrofio




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nciarono a raccontare prima Agostino poi Mario e infine Fortunato ma più o meno le storie erano identiche: “andiamo alle medie con buoni risultati, studiamo quel tanto che basta e poi la vita di sempre che anche tu conosci, andiamo giù nelle strade a giocare”. Antonio li guardava così felici e soddisfatti della loro vita e lui a dire il vero li invidiava un po’. Gli amici invece rimasero male nel vedere il loro amico così sofferente, eppure dissero: “chiunque senti parlare degli orfanotrofi li dipingono come dei luoghi in cui si vive egregiamente”. E quello che dissero i suoi amici dopo un pò glielo dissero tutte le persone che Antonio incontrava per strada e nel salutarlo si complimentavano con lui come se avesse vinto alla lotteria: “beato te che stai in un orfanotrofio! Lì non ti manca proprio niente, hai da mangiare, ti danno i vestiti, ti fanno studiare, ricevi una educazione da prim’ordine” e invidiandolo molto concludevano: “peccato che i nostri figli non li hanno presi! Si vede che per entrare in qualche orfanotrofio ci vuole la raccomandazione”. Antonio passò con i suoi amici dei giorni spensierati anche se in casa c’era la povertà di sempre, la madre lo mandava di nuovo a fare il giro delle salumerie per fare la spesa, e tutti i negozianti uscivano il solito taccuino dove erano elencati una fila enorme di alimenti da pagare. E quei salumieri non facevano altro che lamentarsi per il ritardo nel saldare il conto e concludevano dicendo: “la prossima volta non ti diamo più niente se tua madre non viene prima a pagare!” Ed Antonio rosso dalla vergogna con la testa abbassata sgusciava tra i tanti clienti che lo guardavano come se fosse un piccolo ladro. Antonio quando poi arrivava a casa litigava con la madre dicendole: “a fare la spesa senza i soldi non ci vado più, sono stanco d’essere rimproverato e fare quelle brutte figure davanti a tutti”. Teresa a sua volta si sfogava: “io non ho uno stipendio o un salario da riscuotere a fine mese come gli altri, io a malapena riscuoto questa misera pensione sociale che non basta nemmeno per una quindicina di giorni e devo tirare avanti fino alla fine del mese. Questo è il motivo per cui ti ho rinchiuso in un orfanotrofio, e il perché non ti venivo a prendere per le vacanze. Lo vuoi capire una volta per sempre che in questa maledetta casa non ci sono i soldi nemmeno per comprare da mangiare?” Ed Antonio si domanda: “possibile che proprio a noi doveva capitare una sventura simile, possibile che in una casa non c’é l’acqua? Ma come si fa a vivere senza acqua e senza un bagno che quando scappa la cacca la devi mantenere a stento, facendo uno sforzo enorme fin quando si arriva alla latrina del paese e solo per un soffio si evita di farsela addosso? Non si può vivere in simili condizioni dove a fare un po’ di luce in quella casa c’era solo la fiammella della candela e stavano sempre lì a guardarla e a sperare che non si consumasse e a dire: si spegne, non si spegne!” Ma poi inevitabilmente si spegneva e si stava completamente al buio perché mancavano persino quelle poche lire per andare a comprare un’altra candela. Ma Antonio nonostante tutta quella miseria diceva alla madre: “preferisco questa vita di stenti, preferisco fare la fame ma non andare più in quel orfanotrofio”. Ma la madre ripeteva: “non c’è niente da fare, ti puoi dare anche la testa vicino al muro, ma tu non la vinci, io ho fatto tanto per farti accogliere in quell’orfanotrofio e tu ci devi ritornare”. E così per tutta l’estate i litigi continuarono per molto tempo e quel brutto giorno della partenza arrivò. Antonio anche per strada continuò a gridare: “non voglio partire!” E piangeva da morire tanto che una signora che si trovava a passare chiese alla madre: “perché piange?” E lei rispose: “non vuole tornare nell’orfanotrofio!” E quella signora lo rimproverò: “sei proprio scemo! Ti danno da mangiare, ti fanno studiare, cosa vuoi di più dalla vita?” e concludeva dicendo: “magari prendevano mio figlio lo mandavo di corsa! Hai sentito?” ripeteva la madre: “sei un fortunato e non ti rendi conto” e con forza lo spinse dentro il pullman che partì mentre Antonio ancora piangeva. Dopo un po’ incominciò a stare male, vomitò di continuo, fin quando giunse a Potenza dove sempre in quella sala d’attesa aspettò il pullman che partiva alle due del pomeriggio. Questa volta non digiunò come l’altra volta perché aveva del pane e del companatico che buttò giù nello stomaco sforzandosi un po’ e sperando che a stomaco pieno il viaggio fosse più sopportabile. Invece tra quelle montagne con quelle curve che si susseguivano l’una dietro l’altra, Antonio continuò a vomitare e continuava a lamentarsi: “non ce la faccio più”. E fece arrabbiare anche l’autista che disse: “ma se il viaggio ti fa male perché non sei rimasto a casa?” Antonio non rispose perché non aveva la forza per farlo, altrimenti glielo avrebbe detto che se dipendeva da lui sarebbe rimasto ben volentieri a casa, e se ha intrapreso quel viaggio che lo porterà in orfanotrofio è soltanto perché la povertà l’ha costretto a farlo. Dopo due ore di pena arrivò a destinazione, e quando fu in piazza prima cacciò un sospiro di sollievo, ma poi ripensando alla vita triste che l’attendeva fu come andare al patibolo, risalire la lunga strada che lo riportava all’orfanotrofio. Quando arrivò andò subito a salutare il buon pastore il quale ci teneva moltissimo a queste formalità, e se qualcuno andava in ritardo o peggio ancora non andava correva dei guai grossi. E quando il buon pastore vide Spano mezzo morto invece di dirgli qualche parola di conforto sul tipo: poverino il viaggio ti ha così distrutto che hai bisogno di una bella tazza di latte caldo. Lui l’accolse alla sua maniera dicendogli: “ma da dove vieni? In quale caverna hai vissuto così trasandato, con quei pantaloni sdruciti, le scarpe mezze rotte e i capelli lunghi, mi sembri un selvaggio. Basta che andate qualche mese alle vostre case che quando tornate siete irriconoscibili”. E dopo quella bella accoglienza piena d’affetto e calore Spano fu spedito dalle suore per prendere le lenzuola, andò quindi in camerata, fece il letto e poi si aggregò agli altri ragazzi che man mano stavano anche loro rientrando dalle vacanze. Dopo qualche giorno tutti i ragazzi furono costretti a tagliarsi i capelli, ma quante litigate bisognava fare con quel barbiere che essendo muto faceva mille gesti e si agitava tutto per fare capire a quei ragazzi che lui aveva avuto l’ordine dal buon pastore di tagliare i capelli a zero. Ma i ragazzi protestavano, qualcuno se ne scappava e lui li inseguiva, Spano si mise le mani in testa per non farseli tagliare o almeno cercarli di salvare un po’. Ma il barbiere fu irremovibile, disse che li doveva tagliare tutti e così fece si fermò soltanto quando anche l’ultimo capello era caduto davanti ai suoi piedi, e continuava ad agitarsi per dire che non era colpa sua, eseguiva soltanto gli ordini del Rettore. “Voi siete fortunati che non lo vado a chiamare, perché se quello sa che state facendo della resistenza vi prende a botte. Quindi mi dovete ringraziare perché ho avuto tanta pazienza con voi”. E quei ragazzi non ebbero altra scelta e molti anche piangendo dovettero subire quella che per loro era una vera e propria violenza, tutti si vergognavano perché con quella testa rasata si sentivano ridicoli. Ed in quell’orfanotrofio non bastava aver paura del buon pastore, del guappo di Salerno e dello specialista del calcio in culo, c’era anche di tanto in tanto la paura di quel barbiere che tutti volevano evitare ma nessuno ci riusciva. All’inizio di settembre ci fu l’esame per i ripetenti e tutti anche se con molta fatica furono promossi, però i professori dissero: “se fino adesso abbiamo chiuso un occhio anche se non studiavate, alla terza avviamento non sarà più così! O v’impegnate nello studio sin dal primo giorno o per voi non ci sarà scampo e verrete bocciati senza pietà”. Con l’inizio del nuovo anno scolastico si incomincia a fare quella lunga marcia dall’orfanotrofio si scendeva giù fino a quell’edificio scolastico in mezzo alla campagna proprio vicino al fiume Agri che lentamente e dolcemente va verso il mare. Nei mesi invernali però quel fiume si ingrossa così tanto e si fa così minaccioso da allagare tutta la campagna facendo disperare i contadini. Con il nuovo anno scolastico il guappo di Salerno aveva incaricato un alunno per ogni classe di mettere sulla cattedra un quaderno dove ogni professore doveva segnalare chi non studiava e chi dava fastidio. Quindi il suo compito di vigilare non finiva lassù in montagna ma arrivava fin laggiù nella classe. E così aveva sotto controllo quei poveri ragazzi, si può dire, per tutte le ventiquattro ore. I professori invece di dire: “a scuola comandiamo noi e non accettiamo intromissioni” furono d’accordo e sventolando il quaderno dei rapporti, dissero: “state bene attenti che noi rapportiamo ogni vostra mancanza”. Il più contento di tutti per quella novità introdotta era ovviamente il guappo di Salerno che fremeva dalla voglia di ricominciare a bacchettare, mandare fuori al refettorio senza mangiare, e per finire la giornata in bellezza, mandare in ginocchio nel corridoio chi nelle camerate invece di chiudere gli occhi e dormire aveva osato aprire la bocca per dire qualche parola. E ogni sera erano in molti che avevano voglia di parlare ma poi finivano tutti senza tanti complimenti in ginocchio in fila in quel corridoio e sembravano che dicessero il rosario. Ma non era il rosario che dicevano quello l’avevano già detto qualche ora prima, adesso stavano lì perché dovevano scontare la condanna, una grave condanna: avevano parlato nientedimeno che a letto. Ma come si poteva pretendere da quei ragazzi che alle nove di sera già dormissero? Una cosa del genere si poteva ottenere dai bambini delle elementari che finito il carosello si poteva dire loro: “tutti a nanna!” Ma non ai ragazzi dell’avviamento e agli altri che andavano a lavorare nella falegnameria e nell’officina. Invece sia il buon pastore, che lo specialista del calcio in culo e per finire il guappo di Salerno trovavano giusto che una volta finito il carosello tutti i ragazzi andassero a dormire, anzi facevano a gara a chi per primo doveva dire quasi a sfotterli: tutti a nanna! La scusa era sempre quella non si poteva assistere a delle oscenità rappresentate da quello spettacolo di varietà dove come al solito le gemelle kessler con quelle gambe scoperte avrebbero turbato quei piccoli e fragili ragazzi. I quali ancora una volta pregavano le gemelle kessler dicendo loro: “perché non coprite quelle gambe! Non vedete il male che ci fate, per colpa vostra noi siamo costretti ad andare a dormire con le galline. Che vi costa mettervi addosso qualche sottana, qualche gonna, qualche pantalone?” No il pantalone no perché a quel tempo non era ancora permesso. La distinzione era netta, il maschio portava il pantalone e dettava la legge, lui comandava perché era il padrone incontrastato. La femmina portava la gonna in segno di sottomissione e serviva il suo uomo in tutto e per tutto. Poi in seguito ma soltanto in seguito ci fu un po’ di emancipazione e anche le donne potettero mettersi il pantalone con grande rammarico del cantante intellettuale che rimpiangeva la donna d’altri tempi e non faceva altro che cantare ma più che cantare strillava come un ossesso: “voglio la donna con la gonna,gonna,gonna!” Tre volte lo diceva che voleva la donna con la gonna, non si sa mai una volta sola poteva non bastare a fare capire che lui la donna la voleva proprio con la gonna. Perché lui non vuole che la donna si veste come le pare e piace, lui vuole la donna oggetto, che sta ai suoi ordini, e deve sempre chiedere: “caro ti piaccio? Caro mi trovi attraente? Sono come tu mi vuoi?” E solo perché non era ancora in uso che i ragazzi dicono alle kessler di coprirsi non con il pantalone, ma con qualsiasi altro indumento persino con uno straccio l’importante che ballate coperte. Non vi preoccupate, noi vi apprezziamo lo stesso, ed evitate così che per colpa vostra noi andiamo a letto presto e siccome il sonno non arriva ognuno parla con il proprio vicino e di conseguenza molti di noi finiscono in ginocchio nel corridoio. Ma le kessler erano sorde ai richiami di quei ragazzi e continuavano a canticchiare: “siamo felice d’essere qui, cantare in italy e ballare il tataumba!” E quelle gambe invece di nasconderle un po’ per non urtare la sensibilità dei preti, loro le mettevano ben in mostra e le facevano volare dappertutto. Sembravano che dovessero uscire dallo schermo televisivo e andare in faccia proprio al buon pastore che lui sì, era turbato ed invece di protestare verso i dirigenti della Rai per quel suo turbamento, per quella provocazione subita nel trovarsi all’improvviso con la sua faccia da imbecille tra le cosce delle kessler, lui non trova di meglio che gridare inviperito contro i ragazzi: “tutti a nanna, e spegnete quella televisione!” Mentre le gemelle kessler stavano canticchiando un’altra loro famosa canzone: “la notte è piccola per noi , troppo piccolina”. E se per loro la notte fatta di divertimento vola, per quei ragazzi invece la notte fatta di dolori, perché è doloroso stare in ginocchio, è lunga da passare. Come al solito al mondo c’è chi balla e si diverte, e c’è chi soffre le pene dell’inferno. E come se non bastasse il varietà con le kessler sfottenti! In televisione c’è anche il film dove i protagonisti si baciano a lungo e con passione ma per il buon pastore molto turbato quei due sono soltanto degli sporcaccioni e questo è un altro pretesto per gridare: “spegnete quella televisione e tutti a nanna!” Cosa questa, che fa tanto indiavolate i ragazzi a cui non resta altro che prendersela con i due protagonisti di quel film e dire loro: “ma perché non cambiate scena? E al posto del solito stucchevole bacio potete anche fare i poetici e dire l’uno a l’altro: guarda che luna, guarda che mare, tu questa notte mi fai sognare! E tante altre frasi che forse non turbano il buon pastore ed evita a noi di andare a letto”. Ed è sacrosanto che non trovando sonno quei ragazzi aprono la bocca per brontolare, e dire: “la notte non passa mai! passa invece per le camerate il guappo di Salerno che ai malcapitati li manda in ginocchio nel corridoio”. Una mattina vedendo che c’era il sole tutti i ragazzi si incamminarono per la scuola sbracciati, ma all’improvviso il tempo cambiò ed incominciò a far freddo, quando arrivarono a scuola erano così infreddoliti che il Direttore ( che non si lasciò sorprendere dal brutto tempo perché aveva addosso un maglione di lana e una giacca ) se la rideva e diceva: “ben vi sta così imparate che quando uscite dovete sempre portare un maglione con voi”. E poi da vecchio saggio ricordò loro che a Marsiconuovo lo dicevano i nostri padri ed io sono d’accordo con loro, che il cappotto si toglie il tredici di giugno, (e per chi non lo sa ebbene che lo sappia è il giorno di s. Antonio) e si deve indossare a s. Gianuario, e lo dico sempre per chi non lo sa è il patrono di Marsiconuovo e si festeggia il trentuno Agosto. Quindi adesso siamo alla fine d’Ottobre e se voi andate in giro con una maglietta è normale che vi farà freddo. Ricordatevi qualche volta di quello che vi dicono gli anziani i quali certamente ne sanno più di voi. Il Direttore era simpatico, divertente e con quel suo “cretino, cretino, cretino” non solo li metteva di buon umore ma li faceva crepare dal ridere e ancora di più quando aggiungeva ma guarda quel “ciuccione, ciuccione, ciuccione”. Il figlio invece, quel professore di matematica non aveva preso niente dal padre non sorrideva e non scherzava mai, era così nervoso, isterico, arrabbiato che solo a vederlo metteva paura. Ma è meglio non pensare a quel leone inferocito e godersi invece suo padre che bastava che aprisse la bocca per fare scoppiare dal ridere la classe, specialmente quando interrogava Arlotta dicendogli: “Vieni, vieni, qui!” E lui rispondeva: “chiama un altro alunno!” E il direttore meravigliato gli diceva: “ma chi comanda qui io o tu! Vogliamo per caso invertire i ruoli? Ma guarda un pò questo cretino, cretino, cretino, vieni subito a dire la lezione”. Direttore: “vengo domani, oggi non sono preparato!” Ripete Arlotta ma il direttore alza la voce e grida: “ti ho detto vieni qui immediatamente perché comando io e tu devi soltanto ubbidire, hai capito? Cretino, cretino, cretino” e tutta la classe ripete: “cretino, cretino, cretino” e il Direttore grida ancora di più: “la smettete ma dove pensate di stare al mercato? Qui stiamo in una scuola, imparate l’educazione e non fate più i pappagalli, muoviti Arlotta” disse il Direttore e lui si alzò lentamente, guardava da una parte e dall’altra quasi in cerca d’aiuto ma poi capì che nessuno poteva aiutarlo e che proprio davanti al Direttore doveva andare. E si avviò con la solita lentezza: “muoviti somigli ad un vecchio di 80 anni” disse il Direttore che continuò: “dimmi quel poco che sai!” Ma Arlotta non aprì bocca, l’aprì invece ancora una volta il Direttore per gridare: “altro che poco, tu non sai niente come al solito!” Arlotta cercò di giustificarsi dicendo: “non ho avuto il tempo di studiare, avevo molto da lavorare in campagna. Queste sono scuse, quando uno ha voglia di studiare il tempo lo trova. La verità è, concluse il Direttore, che tu sei un ciuccione, ciuccione, ciuccione”. E dalla classe si elevò un coro fatto di “ciuccione, ciuccione , ciuccione”. “La smettete o non la smettete di fare i pappagalli? ma guarda un po’ questi cretini, cretini, cretini” disse molto arrabbiato il Direttore e questa volta nessuno osò ripetere le sue parole soltanto perché guardava fisso tutti gli alunni per cercare di sorprendere chi lo scimmiottasse. Poi vedendo che nessuno apriva la bocca disse ad Arlotta: “puoi andare al tuo posto e come al solito io ti metto due. Adesso vediamo quelli che fanno gli spiritosi, Spano vieni tu a dirmi la lezione” ma nemmeno lui aprì la bocca e il Direttore con la solita cantilena gli disse: “qui si viene per studiare e non per disturbare! Hai capito? Ciuccione, ciuccione, ciuccione” e la classe subito ripetè: “ciuccione, ciuccione, ciuccione” e il Direttore continuò: “ma guarda un po’ questi cretini, cretini, cretini” e la classe di nuovo in coro: “cretini, cretini, cretini ma voi non la finite? Voi volete giocare, volete divertirvi? E giochiamo e divertiamoci insieme” disse il Direttore, “Spano oltre al due sul registro si accomodi faccia al muro , adesso vediamo un altro spiritoso: Greco vieni a dire la lezione! Vediamo il tuo sapere fin dove arriva” e Greco incominciò a balbettare qualche frase e fu subito ripreso dal Direttore che disse: “ma come quando stai al tuo posto fai il gradasso, poi vieni qui e fai l’impacciato, il timido! Anche tu ti prendi un bel due sul registro e vai faccia al muro”. Chiamò poi Autilio e anche lui fece scena muta si prese due sul registro e andò faccia al muro. E quel giorno si può dire che tutta la classe ebbe due sul registro e finì faccia al muro e il Direttore soddisfatto diceva: “bravi vi faccio i miei complimenti e ride bene chi ride per ultimo! E adesso mi metto a ridere io su di voi che siete dei grandi: ciuccioni, ciuccioni , ciuccioni” e questa volta a nessuno di quei ragazzi venne la voglia di imitarlo e per quanto riguarda i ragazzi dell’orfanotrofio erano fortunati perché il Direttore non utilizzava il quaderno dei rapporti. Al contrario don Vito ne fece largo uso: “Spano, Ciro e Greco sono venuti a scuola impreparati!” Era uno dei suoi rapporti che faceva tanto soffrire quei ragazzi che quando arrivavano nell’orfanotrofio si dirigevano nel refettorio come dei condannati a morte. Infatti prima di mangiare, il guappo di Salerno urlava: “portatemi il quaderno dei rapporti!” E dopo un po’ urlava di nuovo: “Spano vieni qui vicino a me! Non vuoi studiare, allora apri la mano”, e gli diede una forte bacchettata, gli fece aprire l’altra mano e gli diede un’altra forte bacchettata e poi lo mandò fuori dal refettorio senza mangiare. Subito dopo chiamò Greco che subì la stessa sorta e così pure Ciro. Per quei ragazzi non bastavano le bacchettate da spezzare le mani dovevano stare anche a digiuno dopo aver fatto quella enorme salita, era decisamente troppo da sopportare perchè non ci vedevano più dalla fame e non era una frase tanto per dire ma rappresentava invece la condizione fisica di quei tre sventurati. E con la pancia vuota quelle ore nello studio non passavano mai, non avevano neppure la forza di aprire il libro, di leggere o di fare qualsiasi altra cosa, stavano con la testa fissa nel vuoto a guardarli sembravano dei cadaveri viventi. Di quel quaderno dei rapporti il più contento di tutti era don Vito aveva finalmente un’arma potente nelle sue mani, si sentiva forte e non faceva altro che dire: “benedetto sia quel prefetto che ha avuto quella brillante idea”! Don Vito non perdonava mai, bastava che un alunno fosse impreparato, o che desse fastidio in classe lui subito riportava, aveva saputo che le punizioni erano le bacchettate e il digiuno lui invece di dispiacersi di quei poveri ragazzi se la godeva ed aveva preso di mira specialmente Spano e si può dire senz’altro che mentre per gli altri c’era una certa turnazione nell’ avere i rapporti lui non mancava mai, era fisso. Sembrava che tra don Vito e il guappo di Salerno ci fosse un accordo segreto l’uno gli doveva fare i rapporti e l’altro lo doveva riempire di botte. Spano era proprio convinto di questa trama contro di lui perché don Vito quando gli faceva il rapporto per il disturbo in classe lui c’era sempre, anche se era stato muto come un pesce come accadde quella mattina. Don Vito appena entrò in classe e sentì un po’ di chiasso senza nemmeno guardare chi stava realmente parlando in quel momento gridò come un matto: “Spano faccia al muro!” Ma lui rispose: “non ci vado perché non ho fatto niente! Ho detto faccia al muro” replicò sempre più arrabbiato don Vito che incominciò ad inseguire Spano tra i banchi gridando: “delinquente, vagabondo, esci dall’aula!” E vedendo don Vito fuori di se a Spano non restò altro da fare che concludere la sua corsa fuori dall’aula. Mentre don Vito per nulla soddisfatto andò di corsa ad aprire il registro per mettergli una nota e altrettanto fece sul quaderno dei rapporti e mentre scriveva guardava per vedere se doveva aggiungere qualche altro nome ma siccome in classe il silenzio era totale per questa volta quel “Spano disturba in classe” non era accompagnato da nessuno. E quando il guappo di Salerno lesse il rapporto gridò: “un uomo solo al comando! Spano vieni qui che dobbiamo festeggiare la tua vittoria”, e rideva contento come una Pasqua. E quando Spano fu davanti a lui gli disse: “apri la mano! Non così, la devi stendere per bene”, e con la bacchetta lisciava quella mano, ed all’improvviso partì una tremenda bacchettata. Spano voleva gridare per il dolore insopportabile ma con grande sforzo si trattenne, mentre il guappo gli diceva: “apri l’altra mano” e mentre gliela lisciava gli diede un’altra bacchettata più violenta della prima tanto che Spano si piegò in due dal dolore tenendosi le mani l’una nell’altra tra le ginocchia mentre il guappo di Salerno gridava: “esci dal refettorio e stai a digiuno! Così vediamo un po’ se ti passa la voglia di disturbare in classe”. Dopo un po’ arriva lo specialista del calcio in culo, che badava quasi sempre i bambini delle elementari, ma di tanto in tanto dava un occhiata anche ai ragazzi dell’avviamento. E vedendo Spano fuori dal refettorio gli afferra l’orecchio e glielo storce poi tutto ad un tratto lo molla ma soltanto per dimostrare che lui è sempre lo specialista del calcio in culo e mentre lo prendeva a calci gridava: “vagabondo quando impari un po’ d’educazione?” E vagabondo e maleducato gli gridava spesso il professore di disegno, il quale mentre con gli altri alunni si mostrava tollerante se non sapevano fare il disegno e pazientemente li aiutava, e se erano sorpresi nel parlare lui non ci faceva caso. Per Spano invece le cose erano diverse, se non sapeva fare il disegno il professore subito gli metteva un due sul registro e se lo sorprendeva a parlare immediatamente lo mandava fuori. Ma Spano faceva resistenza dicendo: “non ho fatto niente perché devo andare fuori?” Ed il professore replicava: “stai zitto e non rispondere maleducato che non sei altro, vai fuori”. Ma un giorno di fronte all’ennesima ingiustizia, Spano molto arrabbiato gli rispose: “vaffanculo”! Il professore gli piombò addosso gridando scandalizzato: “tu hai osato dirmi una parolaccia ma io ti faccio sospendere dalla scuola per dieci giorni!” E lo prese a schiaffi e subito dopo si recò in direzione dove discusse animatamente con il Direttore il quale cercava di convincerlo a sorvolare sopra almeno per questa volta. Ma lui era deciso e gridava: “a quel maleducato ci vuole una lezione!” E dopo un tira e molla il Direttore e il professore decisero per cinque giorni di sospensione. E quando Spano tornò nell’orfanotrofio, prima prese le bacchettate dal guappo di Salerno e dopo, la tirata d’orecchio e il calcio in culo dallo specialista il quale informò subito il buon pastore dell’accaduto che come un falco volò fuori dal refettorio dove come al solito stava Spano a digiunare ed incominciò a riempirlo di schiaffi, pugni e calci e nello stesso tempo gridava: “delinquente, vagabondo come hai osato dire una simile parolaccia ad un tuo professore! Quello che tu hai fatto è una vergogna per tutti noi ma io ti distruggo, ti mando al cimitero” e continuò a colpirlo all’impazzata tanto da gonfiargli gli occhi e fargli uscire il sangue dal naso e dalla bocca. E nel sentire le grida di pianto di Spano nel refettorio c’era il massimo silenzio tutti avevano paura solo qualcuno sottovoce mormorò: “quanta esagerazione per un semplice vaffanculo!” Il buon pastore dopo la sua buona opera tutto affannato entrò nel refettorio dicendo al vice Rettore: “quel delinquente rinchiudilo nella cantina a pane e acqua!” E poi incominciò ad andare avanti e indietro nervosamente con la voglia matta di acchiappare e stendere per terra qualche altro ragazzo. Dopo due giorni di cantina Spano uscì ma soltanto per andare a lavorare gli altri tre giorni di sospensioni nel giardino dove c’era sempre da annaffiare le piante e i tanti fiori che circondavano la Madonna. Dopo la dura punizione Spano ritornò nello studio dove il guappo di Salerno faceva sempre buona guardia, delle volte andava persino a rovistare sotto i banchi per vedere se qualcuno nascondeva qualcosa di losco e finalmente un giorno trovò un quaderno zeppo di canzoni napoletane che appartenevano a Grillo un ragazzo di seconda avviamento e il guappo di Salerno subito incominciò a fare un interrogatorio: “chi ti ha dato quel quaderno?” E lui rispose: “nessuno; quelle canzoni le ho scritte un po’ alla volta, perché come tu sai io sono di Secondigliano e come tutti i napoletani anche a me piacciono le canzoni napoletane e di tanto in tanto apro il quaderno e le canticchio un po’ questo mi aiuta a vincere la nostalgia che ho di casa mia”. E il guappo di Salerno muovendo la testa ripeteva come un deficiente: “di tanto in tanto le canticchi un po’ perché hai nostalgia di casa tua”. E nel frattempo sfogliava il quaderno e poi disse: “tu dunque passi il tempo scrivendo, Ghiaccio bollente, Lazzarella, Anema e Core”. E Grillo rispose: “si, le scrivo perché non c’è niente di male! Invece il male c’è”, gridò il guappo di Salerno, “qui stiamo in un orfanotrofio le canzoni che devi scrivere sono quelle dedicate alla Madonna. Ti salutiamo o Vergine, Dall’aurora tu sorgi più bella, Salve Regina! Queste sono le canzoni che ti fanno bene all’anima e allo spirito, che ti innalzano fino ad arrivare a Dio. Non quelle oscenità che hai scritto tu, che ti danno soltanto turbamento” e così dicendo incominciò a strappare tutti quei fogli che Grillo con tanta pazienza aveva scritto. E vedendo quel suo quaderno in mille pezzi qualche lacrima gli scese sul viso e la rabbia che aveva in corpo a stento riuscì a trattenere. Possibile si chiedeva che anche delle innocue canzoni danno fastidio? Possibile che dobbiamo essere violentati in tutto e per tutto? Fino a quando dobbiamo sopportare questi soprusi? E mentre Grillo era preso da questi pensieri il guappo di Salerno dopo lo scempio compiuto non aveva ancora finito perché gli disse: “per ricordarti in seguito che certe cose qui sono proibite e non si fanno ci vogliono due belle bacchettate”. E solo allora dopo aver completata l’opera tutto soddisfatto ritornò al suo posto, mentre Grillo piangeva a dirotto. Se nell’orfanotrofio le uniche canzoni che conoscevano quei ragazzi erano quelle cantate nella cattedrale per fargli conoscere qualche canzone in voga in quel momento ci pensava il loro compagno Autilio il quale durante l’intervallo dopo aver distribuito come al solito il pane e la scamorza mancava solo il vino per completare la festa, incominciava a cantare: Volare, Ventiquattromila baci, e gli altri ragazzi tutti intorno facevano il coro. Ad interrompere quel momento magico ci pensava come al solito don Vito che arrivava in classe come una furia e gridava: “Spano fuori, Ciro fuori, Greco fuori”, ma nessuno dei tre ragazzi si muoveva, “ho detto fuori dall’aula” gridava forte don Vito che incominciava l’inseguimento ai tre ragazzi che scappavano tra i banchi e siccome non riusciva ad acchiapparli si mise a correre ancora più veloce, quando ad un tratto fu costretto a fermarsi perché la tasca del suo pantalone s’infilò nello spigolò di un banco ed il pantalone si strappò tutto, facendo scoppiare dal ridere tutta la classe che non si conteneva più. Il chiasso era tale che andò il Direttore a vedere cosa stava succedendo e nell’aprire la porta e ridendo anche lui disse: “professore siete finito in mutande!”. Don Vito diventò rosso dalla vergogna e bisbigliò qualche parola: per colpa di questi delinquenti mi sono strappato il pantalone! “Sono cose che succedono ai comuni mortali” rispose il Direttore il quale per giustificare la sua presenza aggiunse: “mi sono affacciato perché avevo sentito del chiasso e credevo che in classe non c’eravate!” E chiedendo scusa per quella intrusione chiuse la porta ed andò via. Autilio nella sua cartella oltre ai libri e ai quaderni non portava solo il cibo ma era rifornito un po’ di tutto aveva anche l’ago e il filo che fece tanto comodo a don Vito che si ricucì il pantalone e tutti sperarono che si calmasse un po’ invece continuò più infuriato di prima: “Spano, Ciro, Greco ho detto che dovete andare fuori!” E fu così che i tre ragazzi per non ricominciare a fare del cinema comico decisero di uscire fuori dall’aula. Il professore non era per niente soddisfatto mise perciò la note sul registro e fece il rapporto sul quaderno per il guappo di Salerno che non aspettava altro che dare le solite bacchettate e mandare fuori dal refettorio i tre ragazzi senza mangiare. Per fortuna gli altri compagni portavano loro del pane con un po’ di formaggio che mangiavano di nascosto durante la ricreazione stando molto attenti a non farsi scoprire dal guappo di Salerno. Delle volte il professore di francese tra una risata e un ceffone, nei momenti in cui s’arrabbiava di più, faceva dei rapporti, ma appena gli passava la rabbia e tornava a ridere i suoi alunni lo circondavano e gli dicevano: “professore tu che sei tanto buono strappa quel rapporto, almeno per questa volta perdonaci!” Ma lui replicava: “è inutile che insistete io non vi perdono!”. “Ma professore”, insistevano gli alunni, “forse non vi rendete conto della gravità del vostro gesto, a voi sembrerà qualcosa da nulla, ma per noi è un pericolo enorme finire nelle grinfie di quel prefetto che noi abbiamo soprannominato il guappo di Salerno, noi non l’auguriamo nemmeno ai nostri peggiori nemici, quello si diverte a dare bacchettate da spezzare le mani e nel farci stare senza mangiare. Voi pensateci un po’ cosa vuol dire stare dalla mattina fino alle due e mezza a scuola senza aver toccato il cibo e poi fare quella salita da sfiancare chiunque, e quando arriviamo nell’orfanotrofio quasi esausti e con una fame da lupo non si può dire ad un lupo affamato stai a digiuno”. Il professore ridendo dice: “allora l’ammettete che siete dei lupi!”. E loro rispondono: “solo per quanto riguarda la fame enorme che abbiamo, per il resto siamo degli agnellini!” E il professore sempre ridendo ripeteva: “agnellini voi? Ma andate a raccontarlo a chi non vi conosce, non a me, quindi il rapporto ben vi sta, vi serve da lezione. Professore siate buono, perdonateci, commuovetevi a pietà.” E dopo tante insistenze fatte dai suoi alunni che non lo mollavano il professore strappa la pagina ed ogni tanto quella scena si ripeteva, ma quel gesto non veniva apprezzato dal guappo di Salerno che tutto innervosito mandò a dire al professore che una volta fatto il rapporto quella pagina non va strappata, e così quando era circondato dai suoi alunni lui aveva una bella scusa: “la pagina non la posso strappare non vuole il vostro prefetto o come diavolo lo chiamate voi, il guappo di Salerno!” E rideva contento della sua battuta. E gli alunni approfittando dell’allegria del professore lo incalzavano: “si, è vero quel guappo di Salerno è proprio un diavolo e finire sotto di lui è come patire le pene dell’inferno! E non è giusto che degli angioletti come noi facciano quella fine tremenda. Noi meritiamo ben altro, noi meritiamo il paradiso”. E mentre il professore continuava a ridere, loro vennero al dunque: “se la pagina non la potete strappare, potete sempre cancellare il rapporto”. E così dopo le tante insistenze ancora una volta lui cedette e cancellò quel rapporto che fece contenti i suoi alunni ma mandò su tutte le furie il guappo di Salerno che mandò a dire al professore che nemmeno le cancellature deve fare. E il professore a sua volta rispose a quel prefetto: “io faccio quello che mi pare, perché non sto ai suoi comandi!”. E concluse ridendo e facendo ridere tutta la classe: “adesso vediamo se dopo aver disubbidito, bacchetta e mette a digiuno anche me”. Colui che invece non aveva bisogno di fare rapporti sul quaderno era il professore di matematica che quando era all’apice della bontà lo strombazzava ai quattro venti in modo che tutti lo dovevano sapere che lui era stato di manica larga, e dava i suoi numeri due, e tre, mai un voto più alto. Quando invece era di manica stretta spaccava lo zero, dava schiaffi in faccia e mandava frecciate e battute pungenti agli altri professori specialmente a don Vito: “io di quel quaderno dei rapporti non so che farmene! Ci mancherebbe pure che i miei problemi li facessi risolvere ad un prefetto! Che figura farei davanti a voi? Ve lo dico io stesso: una figura meschina! E pensereste di me: quello è un’incapace, un debole, una donnina! E tutto si può dire di me: tranne che sia una donnina. E voi siete dei perfetti testimoni, io i problemi li risolvo da solo: sono o non sono un professore di matematica?” dice sorridente e pavoneggiandosi per la sua battuta aggiunge: “io faccio da me, conto soltanto sulle mie forze, e modestamente di forza ne ho tanta! Voi potete confermarlo, l’ho detto prima che siete dei perfetti testimoni perché la mia forza spesso e volentieri ve l’ho fatta provare su quel vostro bel visino”. In inverno quell’anno cadde molta neve e il padre Rettore da buon pastore decideva secondo i suoi capricci se mandare o meno i ragazzi a scuola. Delle volte con poca neve li faceva restare nell’orfanotrofio, altre volte con la neve alta li mandava a scuola. E così un giorno particolarmente nevoso i ragazzi arrivarono a scuola con i piedi tutti bagnati e si diressero verso la stufa che però era spenta e in classe dopo un po’ non si poteva più stare per il troppo freddo. Il Direttore cercò di scusarsi dicendo che la legna era finita ma la colpa non era sua ma di quel tempo che aveva mandato giù tanta di quella neve in così poco tempo che aveva impedito all’autista di un camion con il suo carico di legna di poter raggiungere la scuola. Dovete quindi avere un po’ di pazienza state bene incappottati perché almeno per oggi staremo al freddo. Ma gli alunni non si lasciarono per niente convincere e incominciarono a borbottare: “non possiamo stare qui a morire di freddo, fate intervenire l’autorità, che liberassero la strada dalla neve in modo che il camion carico di legna possa arrivare”. E il Direttore rispose: “pensate che io non mi sia dato da fare, purtroppo queste cose vanno per le lunghe! L’unica cosa che ci resta da fare e sacrificarci un po’. Ma allora il problema non si risolve per oggi” dissero gli alunni in coro e subito uno di loro aggiunse: “a questo punto l’unica cosa che ci resta da fare è uno sciopero!” E tutti gli altri furono d’accordo: “si, scioperiamo!”. E si alzarono dai banchi, con il Direttore che cercava di prendere in mano la situazione e gridava: “ma quale sciopero e sciopero! Mettetevi tutti a sedere, ma guarda un po’ questi cretini, cretini, cretini pur di non studiare trovate qualsiasi scusa. Non è una scusa” rispose Spano, “noi abbiamo un motivo valido in classe non si può stare con questo freddo perciò noi usciamo e invitiamo anche le altre classe a fare altrettanto”. E si avviò verso l’uscita dell’aula con il Direttore che urlava: “fermati!”. Ma lui non si fermò come non si fermarono Ciro, Sarlo e Greco e via, via tutti gli altri e non passò molto tempo che tutte le classi erano davanti all’edificio. E per combattere il freddo incominciarono a tirarsi le palle di neve gli uni contro gli altri. C’era chi era costretto dalle troppe palle di neve che gli cascavano addosso a fuggire lungo la salita della montagna con gli altri ragazzi che l’inseguivano. E ben presto quella montagna divenne un campo di battaglia. Il divertimento era tanto che le ore passarono in fretta, c’era chi decise di tornare all’ orfanotrofio e c’era chi invece non volle interrompere quel momento magico che stava vivendo e continuò a giocare. Ma poi quando i ragazzi del paese tornarono alle loro case alla spicciolata anche i ragazzi dell’orfanotrofio fecero altrettanto. Gli ultimi ad arrivare furono Spano, Ciro e Sarlo che quando entrarono nel refettorio trovarono il buon pastore che stava aspettando proprio loro ed incominciò subito a dare schiaffi pugni e calci come era solito fare quando diventava una belva. E come una belva saltava da Spano a Ciro e a Sarlo in un baleno gli afferrava per i capelli gli buttava per terra e tirando sempre schiaffi, pugni e calci gridava: “delinquenti, mascalzoni adesso vi mettete anche ad organizzare gli scioperi! Come vi è potuto venire in mente una cosa simile? In questo orfanotrofio mai si era udito quella orribile parola: sciopero! E quando il Direttore mi ha telefonato dicendomi che proprio voi eravate gli organizzatori di quella oscenità mi sono messo le mani nei capelli e ho gridato: non è possibile! Non credevo che nell’orfanotrofio ci fossero dei sovversivi, degli atei negatori di Dio perché solo chi non ha una religione fa lo sciopero. Quello che è successo è una vergogna per tutti noi”, e continuava a tirare calci e con affanno gridava ancora: “è una vergogna dei sovversivi tra noi! Pensavo che quelle oscenità succedessero soltanto nel mondo del lavoro, dove ci sono delle teste calde, dei vagabondi che non hanno voglia di lavorare. Ma nella scuola di questo paese non si era mai verificato un atto così vandalico di sospendere le lezioni. Ed è gravissimo che ad organizzare tutto siano stati dei ragazzi dell’orfanotrofio, proprio voi che dovete dare l’esempio nell’essere educati, disciplinati, rispettosi dei superiori, vi siete dimostrati invece degli indiavolati, dei delinquenti. Ma io vi ammazzo”. Continuò a tirare pugni e calci fino a lasciarli mezzi morti per terra. Il buon pastore ormai sfinito e senza più forza riuscì a malapena a dire al guappo di Salerno e allo specialista del calcio in culo: “chiudeteli nella cantina e dategli soltanto pane e acqua! Devono stare peggio dei carcerati”. Ma anche in quella cantina la solidarietà degli altri ragazzi riuscì ad arrivare pur tra mille difficoltà e con la paura che se fossero stati scoperti sarebbero stati pestati a sangue però quei panini con la mortadella o con i formaggi ai loro sventurati compagni non mancarono. Quando ritornarono a scuola anche il Direttore gli fece una romanzina e concluse: “per quello che avete fatto vi siete meritati una nota sul registro. Tu, Spano ormai si può dire che di note sul registro fai la raccolta e questo ti costerà caro, molto caro” e scuoteva la testa come per dire: “l’anno scolastico te lo sei già giocato”. E tutti gli altri professori fecero anche loro dei rimproveri. Il professore di francese con la solita risata disse: “ma cosa andate facendo, ma insomma la testa a posto quando la mettete?”. Il professore di matematica disse: “evidentemente gli schiaffi che vi ho dato non sono serviti a niente! Si vede che la tenaglia in cui vi ho tenuto sotto era molto larga, non vi preoccupate che la stringerò ancora di più”. Il professore di botanica era sempre stanco e cercava come al solito la sedia per sedersi ed a fatica disse: “comodi, mettetevi comodi!”. E sprofondò nel suo bel mondo di sogni. Il professore che dava in escandescenza era sempre don Vito che appena entrava in classe gridava: “Spano fuori!”, senza che lui avesse fatto niente, però l’aveva previsto perché un attimo prima che don Vito entrasse in aula aveva detto a Ciro: “vuoi vedere che mi caccia fuori?” . Così fu, quel fatto sembrò così ridicolo a Ciro che non la smetteva più di ridere e di conseguenza fu cacciato anche lui fuori dall’aula. E i due compagni ebbero anche la nota sul registro e il rapporto per il guappo di Salerno che come si sa non poteva fare a meno di dare le due bacchettate da spezzare le mani e di mandarli fuori dal refettorio senza mangiare. E pretendeva dagli altri ragazzi il massimo silenzio che veniva interrotto soltanto dalle preghiere per ringraziare il Signore del buon cibo che avevano mangiato. Poi il silenzio continuava nello studio con il guappo di Salerno che correva ora da un ragazzo ora da un altro con l’indice della mano premuto sulla sua bocca per fargli capire qualora ce ne fosse stato ancora bisogno che la doveva tenere proprio chiusa, ma le mani bene aperte per ricevere le due bacchettate, con le quali era impossibile non piangere. E poi si andava nella cattedrale con molti ragazzi che ancora piangevano ed erano obbligati a cantare a squarciagola: “Salve Regina a te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime!” Infine c’era il gran finale con un’altra struggente invocazione alla madonna: “vorrei morire gridando, Ave Maria!”. E siccome si era a Novembre il mese dei morti per quei ragazzi c’era la gita turistica al cimitero dove erano costretti a dire tante litanie ma ancora di più tanti “Eterno Riposo dona loro Signore”, a parole lo si chiedeva per i defunti, ma nei fatti girando tra una tomba e l’altra quell’Eterno Riposo voleva significare per quei ragazzi: “perdete ogni speranza voi che siete entrati, date l’addio al mondo e scavatevi la fossa!”. Questo era il messaggio del buon pastore e dello specialista del calcio in culo: “dovete pensare solo alla morte e noi vi prepariamo a questo magnifico evento facendovi vedere tutto nero come il cimitero, come la tonaca che noi portiamo, che vuol significare che noi stiamo a lutto e così sarà per voi”. Ma finché sono loro a lutto che sono dei preti si può anche accettare perché è una loro scelta. Ma non si può chiedere a dei ragazzi nel fiore della fanciullezza, quando la vita dovrebbe essere un inno alla gioia ed alla felicità di rinunciare a vivere e non fare altro in questa misera valle infelice, che essere condannati a riempirla di lacrime e di gridare ai quattro venti in modo che tutti lo debbano sentire, che la mia unica aspirazione è quella che: “vorrei morire gridando Ave Maria!”. E girando fra quelle tombe a loro resta soltanto la possibilità di scegliere la più comoda: “questa tomba non va bene perché c’è troppo vento! Quest’altra nemmeno perché il sole spacca le pietre, questa invece va bene è all’ombra e per noi che dobbiamo riposare in eterno è l’ideale”. Ma è assurdo, è scandaloso che dei preti solo perché glielo impone la loro religione di considerare questa vita una valle di lacrime, dove sono messi al bando il divertimento e il piacere e vedere tutto nero come la loro tonaca costringono dei ragazzi a fare altrettanto. Anche Leopardi vedeva nero e tutti sanno che trascinava quel carico enorme di pessimismo sulle sue spalle tanto da fargli venire la gobba. Ma quel male lui lo faceva a se stesso, non lo scaricava sugli altri, nella sua grande sofferenza non diceva: “muoia Sansone con tutti i Filistei!”. Ma la sua sensibilità lo portava ad amare gli altri specialmente i fanciulli e gli esortava: “voi che potete godetevi la vita!”. Lui soffriva e pensava al garzoncello scherzoso “codesta età fiorita è come un giorno d’allegrezza pieno, giorno chiaro, sereno, che precorre alla festa di tua vita. Godi fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è codesta”. Che purezza d’animo! Non fa che spronare i ragazzi a giocare a divertirsi perché questo è l’unico momento bello della loro vita. Non c’è paragone tra Leopardi e questi preti, da una parte tanta umanità dall’altra tanta mostruosità. Ma non tutti i preti erano dei mostri, c’era per esempio il parroco della cattedrale, don Modestino che era molto simpatico, era basso, grassoccio, veniva d’Avellino ed era arrivato da poco a Marsiconuovo. I ragazzi uscendo dall’orfanotrofio per andare a giocare nel piazzale lo vedevano sempre davanti alla cattedrale appoggiato ad uno dei tanti lampioni e guardava lontano, forse la sua mente arrivava fino ad Avellino, perché tutti notavano che aveva una grande nostalgia della sua città. I ragazzi vedendolo solo, pensieroso e triste, si avvicinavano a lui che subito diventava scherzoso e allegro. Anche quando faceva le prediche era piacevole ascoltarlo. Una volta disse: “in chiesa ormai vengono solo le vecchiette, perché non hanno niente da fare alle loro case, ed anche perché hanno paura di finire all’inferno! E fanno questo ragionamento: siccome siamo avanti con l’età e un giorno o l’altro dobbiamo morire è meglio che ci facciamo notare dal nostro Signore così ci premierà di sicuro. Oltre alle vecchiette in chiesa ci sono i ragazzi dell’orfanotrofio ma solo perché sono obbligati, spontaneamente non viene nessuno questo è il guaio. La gente pensa ad altro ad accumulare le ricchezze non sanno che prima o poi devono lasciare tutto. Loro a questo non ci pensano, si affannano nel lavorare perché devono fare a gara a chi possiede più beni materiali. E si dimenticano di fare del bene al prossimo. Fate la prova a chiedere a qualcuno di fare del bene, quello vi risponderà non se ne parla nemmeno, ci mancherebbe che mi mettessi a fare delle buone azioni, queste sono cose da monaci. È più facile che durante una bella giornata all’improvviso arriva un temporale, che qualcuno faccia del bene. Il male invece te lo danno in abbondanza quanto ne volete anche montagne di male, ti servono immediatamente: prego si accomodi e ti portano il male! E se chiedi a qualcuno, in chiesa non vai mai? A Dio quando lo vai a trovare? Loro ti dicono: per lui c’è tempo! Ecco appunto nella vecchiaia, i più cinici dicono addirittura possiamo fare il male che vogliamo per tutta la vita, ma poi basta che ci pentiamo in punta di morte e stiamo tranquilli il Dio che è tanto buono ci perdonerà di tutto il male fatto, e ci salverà dandoci il premio del paradiso”. E purtroppo è così dice sconsolato don Modestino: “questi farabutti approfittano della bontà del nostro Signore. Ecco lo dico chiaramente se c’è una cosa che mi fa andare in bestia, che dissento fortemente dal nostro Signore è proprio questo perdono che dà a questi furbacchioni all’ultimo istante della loro vita e li manda a godere nel paradiso”. E qui si accalora don Modestino: “ma quale perdono? Ma quale godimento? Chi per tutta la vita ha fatto del male deve andare all’inferno, deve pagare per l’eternità la sua malvagità”. E guarda in alto dando l’impressione che voglia impartire una lezione al suo Signore. “Non si dà il perdono all’ultimo minuto, una persona deve essere giudicata nell’arco della propria vita, dalla nascita alla morte, e poi si fa il rendiconto finale, hai fatto del bene? Hai frequentato la chiesa? Questo è molto importante, se la risposta è positiva allora apriamo le porte del paradiso, e facciamoli vivere felici e contenti. Ma se la risposta è negativa allora non c’è perdono che tenga , i furbi dell’ultimo minuto devono andare all’inferno e penare per l’eternità: il male che hai fatto agli altri adesso sarà fatto a te! Questa è la vera giustizia che se si applicasse allora vedremmo in chiesa altro che vecchiette che non hanno niente da fare nelle loro case o perché sono impaurite dall’inferno, e ragazzi obbligati perché stanno nell’orfanotrofio. Ma vedremmo la chiesa sempre affollata, ma così affollata di gente da fare persino i turni proprio come si fa al cinema”. Finita la predica e poi la messa, don Modestino finalmente calmo e mogio, mogio torna nella sua casetta al lato della cattedrale. Delle volte quando il buon pastore stava di buon umore specialmente a cena diceva a qualche ragazzo: “vai a chiamare don Modestino così mangia con noi!” E lui qualche volta accettava l’invito, altre volte ringraziando diceva che aveva gia mangiato. Una sera andò Spano a chiamarlo e lo trovò seduto vicino al tavolo dove c’era una bottiglia ormai vuota di vino, stava immobile e a stento rispose di no per quell’invito a cena nell’orfanotrofio, abbandonato su quella sedia era il ritratto della solitudine e della tristezza, si vedeva che soffriva tanto e quell’immagine di don Modestino sofferente fece molta impressione a Spano e difficilmente la dimenticherà. Anche se in seguito a quei ragazzi lui si mostrerà sempre sorridente e scherzoso come aveva del resto fatto in passato, forse vedeva, o meglio senza forse, lui vedeva eccome, perché in chiesa anche in sua presenza volavano dei ceffoni, i maltrattamenti che quei ragazzi subivano, e vedendoli così tristi e malinconici voleva almeno per un po’ farli sorridere. A scuola invece don Vito sempre più nervoso e agitato, con quella rabbia sul viso che non l’abbandonava mai si sfogava con l’alunno che a lui stava più antipatico: “Spano dimmi la lezione!” E vedendo che faceva scena muta, diceva: “non sai rispondere? Faccia al muro, due sul registro”, e tanto per cambiare faceva il rapporto sul quaderno insieme ad altri sventurati che poi nell’orfanotrofio finivano sotto le grinfie di quella specie di belva feroce che si divertiva a fare soffrire quei ragazzi: “Sarlo apri la mano, dai fai il bravo così, bene, bene, bene” e accarezzava la mano una volta, due volte e poi una forte bacchettata. “Su apri l’altra mano” e di nuovo l’accarezzava per due volte e poi una forte bacchettata da spezzare le mani e lui piangendo per il dolore andava fuori dal refettorio con il guappo di Salerno che gridava: “oggi fai un po’ di dieta!” E rideva. Adesso viene Greco e si ripete la scena: “apri la mano, una gran botta, apri l’altra” e dopo la carezza una tremenda bacchettata da farlo piangere e urlare per il dolore, e poi fu sbattuto anche lui fuori dal refettorio a digiunare. E poi gridò: “Ed ecco a voi Spano l’immancabile, il sempre presente, colui che conduce la classifica nei rapporti sul quaderno. Accomodati campione è inutile che ti chiedo apri la mano perché già sai quello che devi fare, in materia sei un esperto, la conosci talmente bene che puoi considerarti un professore. E lo puoi insegnare agli altri come si apre una mano, come s’accarezza e come si prende una bacchettata”. Spano dopo la gran botta, stringeva i denti e teneva la bocca chiusa per non urlare dal dolore e aprì subito l’altra mano per finire quanto prima quel supplizio. Ma il guappo di Salerno si divertiva a sfotterlo: “professore quando incominciamo gli insegnamenti? Dai fai vedere quanto sei bravo nell’aprire e nell’accarezzare la mano! Dai un saggio della tua bravura”. E gli arriva una forte bacchettata da fargli ancora di più stringere i denti e tenere la bocca ben chiusa per non urlare dal dolore, e chiuse per un po’ anche gli occhi per non guardarlo e per cercare di frenare quell’impulso che aveva, di afferrare con le sue mani doloranti il collo di quella belva feroce che si divertiva tanto e di stringerlo fino a non farlo divertire più e a strozzarlo per sempre. Spano finì poi fuori dal refettorio nel momento in cui arrivò il vice Rettore che di tanto in tanto lasciava i bambini e faceva visita ai ragazzi. Afferrò Spano per l’orecchio e glielo strinse così forte fino a farlo piegare dal dolore solo a quel punto mollò l’orecchio e mise ancora una volta in mostra la sua specialità e cioè il calcio in culo. Molti diranno: “ma questo è un film già visto”, purtroppo è vero questo è un film già visto tante e tante volte e ancora purtroppo tante e tante volte si rivedrà. Invece la televisione dopo il carosello è vietata, mai hanno visto un film, eccetto i dieci comandamenti che di tanto in tanto fanno venire uno specialista a proiettarlo nel refettorio. L’altro film che non manca mai è quello di don Vito sempre con la rabbia dipinta sul volto, apre la porta dell’aula e tutti sanno ormai che dirà: “Spano esci così impari a fare silenzio!” Ma lui risponde : “professore non esco perché non stavo parlando! Ho detto esci mascalzone”, e il professore scappa verso Spano deciso a buttarlo fuori dall’aula ma Spano salta da un banco all’altro per non farsi prendere è il professore lo insegue gridando: “mascalzone, delinquente esci o te la farò pagare!”. Spano che in un primo momento è deciso a non darla vinta perché la considerava una vera ingiustizia alla fine sapendo che non l’avrebbe spuntata uscì dall’aula facendo però attenzione a non farsi prendere da don Vito che era così minaccioso che l’avrebbe senz’altro pestato a sangue. Però don Vito non potendosi sfogare su di lui andò a sedersi sulla cattedra e gridando: “adesso vi faccio vedere io chi sono”, si sfogò sul registro mettendo la solita nota: “Spano disturba in classe” e poi gridò ancora: “avanti il prossimo! Dai parlate che io subito vi metto le note” ma in classe non si sentì volare una mosca con don Vito che incominciava a gustare la vittoria aveva ormai la classe in pugno e concluse: “basta mandare fuori quel delinquente e farabutto che in classe torna l’ordine!”. Poi a Spano mise anche la nota sul quaderno dei rapporti per il disturbo in classe. Al ritorno nell’orfanotrofio e precisamente nel refettorio (anche qui c’è un film già visto, dopo la preghiera e prima di sedersi a tavola per il pranzo) il guappo di Salerno si fa dare il quaderno dei rapporti e tutto contento grida: “un uomo solo al comando! Spano il solitario vieni qui che t’accarezzo un po’ apri la tua bella mano”, ma Spano non si muove, “ho detto apri la mano, e quando dico una cosa devi ubbidire” gridò minaccioso il guappo di Salerno e subito dopo gli tirò un forte schiaffo in faccia, ma Spano con uno scatto improvviso l’afferrò per il bavero della camicia e lo strinse forte al collo. Il guappo di Salerno in un primo momento restò sorpreso non si aspettava una simile reazione, ma poi con quel sorriso strafottente che aveva disse: “fai progressi sei arrivato a mettermi le mani addosso? Vuoi sfidarmi nella lotta, e lotta sia”. E con il braccio cercò di afferrargli il collo per stringerlo come in una tenaglia e indurlo quindi alla resa. Ma Spano riuscì a non farsi intrappolare e a sua volta con le braccia lo strinse per la vita e lo spingeva ora da una parte ora dall’altra per cercare di buttarlo per terra. La lotta era impari: Spano così gracile, contro il guappo di Salerno così grande e grosso, sembrava Davide contro Golia. Ma se già una volta avvenne il miracolo che Davide sconfisse Golia perché non si doveva ripetere? E dopo un po’ il miracolo avvenne, con uno sgambetto fatto all’improvviso il guappo di Salerno perse l’equilibrio e finì per terra mentre Spano subito gli piombò addosso e con tutte le sue forze cercava di non farlo muovere. Nel refettorio i ragazzi scattarono tutti in piedi e applaudivano così forte che sembrava che le pareti di quell’orfanotrofio dovessero crollare da un momento all’altro. E poi gridavano in coro: “forza Spano!”. E intanto il guappo di Salerno per la prima volta in vita sua si sentì un po’ meno guappo e così beffato, umiliato, ridicolizzato cercava di invertire la posizione muovendosi e rimuovendosi come un forsennato. Ma Spano incoraggiato da un così forte applauso e da quei cori che sembrava di stare in uno stadio dopo aver fatto uno strepitoso goal, stava sempre più avvinghiato a lui, non mollava la presa, lo teneva stretto, stretto tanto che qualcuno gridò: “viva gli sposi!”. E tutti i ragazzi risero a crepapelle e poi anche loro gridarono: “viva gli sposi!”. E con tutto quel fracasso arrivarono di corsa lo specialista del calcio in culo e il buon pastore. Lo specialista del calcio in culo era già pronto per afferrargli l’orecchio in modo da fargli mollare la presa sollevarlo e poi mettere in pratica la sua specialità il calcio in culo ma per questa volta si dovette astenere con grande rammarico e dare la precedenza al buon pastore che vedendo quei due corpi stretti l’uno sull’altro evidentemente non voleva che quel matrimonio si facesse. Afferrò Spano per i capelli e con forza lo sollevò da sopra al guappo di Salerno e poi con schiaffi e pugni lo buttò per terra e gridando: “delinquente”, lo pestava con calci dappertutto. E poi prendendolo di nuovo per i capelli lo rialzò e continuò a dargli schiaffi, pugni e calci. Spano piangeva, il suo viso era una maschera di sangue, il refettorio ammutolì mentre il buon pastore sempre tirando calci e gridando: “delinquente” lo trascinò fuori dal refettorio ed infine lo portò nella famigerata cantina dove fu rinchiuso per ben cinque giorni, avendo come colazione, pranzo e cena, pane e acqua, e con il buon pastore che non la finiva mai di minacciare: “questa volta tu andrai a finire nella casa di correzione d’Avigliano!”. E quando ormai Spano era preparato al peggio, non si sa perché questa decisione non fu più presa e tornò persino a scuola dove tutti i professori si erano accaniti contro di lui dandogli in tutte le materie l’insufficienza. E se al primo e secondo trimestre aveva sette in condotta, nel terzo trimestre gli misero addirittura sei, un fatto del genere non si era mai verificato in quella scuola. E ogni professore che entrava in classe faceva la sua predica drammatizzando la situazione come se Spano avesse commesso chi sa quale delitto. Invece in quella classe era avvenuta soltanto una ingiustizia, perché quelle note sul registro erano state fatte quasi tutte da don Vito al quale bastava che nel corridoio della scuola sentisse un po’ di chiasso che di corsa apriva la porta dell’aula e scappava verso la cattedra con un cognome fisso nella mente: Spano da rapportare sul registro anche se lui non aveva aperto bocca, e aveva la testimonianza dei suoi compagni che però non veniva presa in considerazione e la loro parola valeva zero. Per don Vito il casinista era Spano e andava punito, e con quel sei in condotta non fu ammesso agli esami come Arlotta, nonostante che il Direttore con un’ultima interrogazione voleva aiutarlo ma lui vivendo nel suo mondo incantato già pregustava la gioia di uscire dalla classe e scappare per la campagna perciò restò molto male quando il Direttore lo chiamò per l’interrogazione, lui fece finta di non sentire, cercò di guadagnare qualche minuto ma incalzato dal Direttore smise di fare il sordo e disse: “ormai è tardi sta per suonare la campanella, chiamatemi un altro giorno!”. Il Direttore tutto sorpreso e meravigliato da tanta sfacciataggine rispose: “Arlotta qui comando io mettitelo bene in testa! Ma guarda un po’ questo cretino, cretino, cretino. Vieni subito a dire la lezione”. A questo punto Arlotta confessò candidamente: “è inutile che vengo non sono preparato! Non è certo una novità”, replicò il Direttore “perciò ti sei meritato un bel due, e siccome sei un ciuccione, ciuccione, ciuccione non sei ammesso agli esami”. Ma Arlotta nonostante la brutta notizia di quella bocciatura che comportava un altro anno di perdita di tempo non perdeva il suo buon umore e il suo sorriso. E quel cretino, cretino, cretino, e ciuccione, ciuccione, ciuccione che il Direttore gli gridava contro, per quelle nozioni così astruse da lui non apprese lo facevano ancora di più sorridere. La cosa importante per lui era quella di essere bravo nel lavorare le sue terre che si estendevano sino alle pendici del Volturino. E in quel piccolo mondo incontaminato aveva tutto e si sentiva a proprio agio. Spano invece era molto preoccupato, il solo pensiero del futuro gli venivano i brividi, dalla scuola non aveva appreso niente, dall’orfanotrofio solo preghiere, rosari e messe, e ancora messe cantate, con il buon pastore al pianoforte circondato da un bel gruppo di ragazzi che dovevano cantare insieme a lui, ma che tremavano tutti dalla paura, perché bastava che qualcuno stonasse un po’ che la mano del buon pastore si staccava dal pianoforte e volava in faccia a quel malcapitato. Gli altri ragazzi pensarono di fare i furbi indietreggiando tanto quanto basta per non farsi raggiungere dai suoi ceffoni, ma non avevano fatto i conti con il buon pastore che appena sentì un’altra stonatura con uno scatto che ha dell’incredibile balzò su di un ragazzo, lo afferrò per i capelli e gli sbatté la testa sul pianoforte non una, non due, ma tre volte e un osanna, osanna, osanna si levò oltre la cattedrale per arrivare fino all’alto dei cieli. E la stessa sorte subiva chi non cantava e tra i ceffoni che volavano e le teste sbattute sul pianoforte quei ragazzi tutti impauriti e come se niente fosse successo dovevano avere la forza di cantare: “avrà Maria i prodi suoi, avrà il Signore schiere di eroi!”. E se il buon pastore era odiato dai ragazzi, era ben voluto dalle persone che contano in quel paese e tra queste c’era l’avvocato Giuditta che lo veniva a trovare due, tre volte alla settimana. Il buon pastore con lui mostrava il suo lato buono, scherzoso, sorridente, “è un piacere passare un po’ di tempo con te” diceva l’avvocato. E la domenica, dopo la messa cantata e suonata con molta violenza, con schiaffi sulle guance e sbattute di teste di quei poveri ragazzi sul pianoforte, il buon pastore come se nulla fosse accaduto calmo come una Pasqua e mansueto come un agnello nella cappella dell’orfanotrofio diceva la messa e faceva la predica all’avvocato Giuditta e la sua famiglia, tutti affascinati dalle parole di quello che loro consideravano un sant’uomo. Un’altra persona che conta nel paese e che veniva a trovare il buon pastore era l’ispettore scolastico Roversi in pensione da qualche anno, era basso di statura, molto grasso e un gran testone pelato. Appena vedeva il buon pastore lo abbracciava con affetto e non la finiva più di elogiarlo per i suoi modi di comportarsi sempre cordiale e sorridente. “Il Signore ci ha fatto un dono a noi abitanti di Marsiconuovo” diceva l’ispettore Roversi “quel dono sei tu, così buono, generoso che hai accettato con amore i tanti orfanelli del nostro povero meridione, loro ti saranno sempre grati per tutta la vita, perché tu sei un padre che non gli fa mancare niente, il mangiare, lo studio, ma soprattutto l’educazione di prim’ordine, che gli servirà molto quando se ne andranno per le strade del mondo. E chiunque avrà a che fare con loro diranno: sono dei bravi ragazzi, hanno delle buone maniere! E tutti sapranno che il loro educatore, il grande maestro è stato don Matteo e ti faranno una statua perché tu sei un sant’uomo ed è meraviglioso avere un sant’uomo in mezzo a noi. Tu con la tua forza inesauribile sei riuscito a compiere il miracolo di fare diventare una terra abbandonata, in un bel giardino”. E il buon pastore era contento degli elogi e mostrava sempre più la parte di se più mansueta e docile era la parte migliore che riservava alle persone importanti, riservando la parte peggiore, quella violenta, manesca e pazzesca ai ragazzi. E se qualcuno di loro avesse raccontato in giro che il buon pastore aveva due modi di comportarsi uno buono per le personalità del paese e uno violento per i ragazzi, nessuno l’avrebbe creduto e c’era il rischio di essere preso per pazzo e magari portato di corsa nella casa di correzione d’Avigliano. Scoppa molte volte si lasciava prendere dalla nostalgia e raccontava spesso a Spano della sua Calabria e di Tropea il suo bellissimo paese con il suo mare incantevole. E gli mostrava delle foto in cui lui era in compagnia di un gruppo d’amici e l’indicava uno per uno, c’era quello divertente, scherzoso, pronto alla battuta. Quell’altro era l’intellettuale del gruppo leggeva molti libri di narrativa di poesie a volte le recitava, poi c’era il bello del gruppo sicuro di se, parlava con una certa padronanza di linguaggio che affascinava tutti specialmente le ragazze che s’innamoravano di lui e poi disse: “ci sono io la mascotta del gruppo”. Scoppa era l’ultimo arrivato in orfanotrofio stava solo da un anno non era lì perché era povero ma perché la madre volle andare a trovare il marito emigrato in Germania e poté soddisf
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