Le delizie di un orfanotrofio




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sue gambe e sfogò la sua rabbia picchiandolo con la stecca di biliardo fino a quando non gliela spezzo sulla schiena, lasciandolo per terra mezzo morto. Quel sadico non si stancava mai di dare bacchettate, erano così tanti i bambini che piangevano che quel salone era diventato il salone del pianto. E si aveva tanta paura delle bacchettate di quel sadico, che quando un bambino cercava di parlare di nascosto con il suo compagno di banco, l’altro rispondeva nervosamente: “lasciami perdere perché non ho nessuna intenzione di prendere delle bacchettate per causa tua!” E così quel sadico riusciva anche a far litigare tra di loro quei bambini, e alcuni dopo aver litigato non si guardavano più in faccia per lungo tempo. Gli unici che avevano una certa libertà di movimento e potevano parlare senza che nessuno gli dicesse niente, erano due fratelli Arturo e Gianuario figli di una signora di nome Maria che faceva le pulizie dalle suore. Maria era ancora giovane e qualche anno prima aveva perso il marito morto in un incidente sul lavoro, per questo motivo aveva rinchiuso Arturo e Gianuario nell’orfanotrofio. La sera quando finiva di lavorare li andava a trovare, e mentre i bambini giocavano e si divertivano, lei s’intratteneva davanti al portone con il vice Rettore. Il quale le aveva messo non solo gli occhi addosso, ma persino le mani che arrivavano dappertutto e si divertiva anche lui a fare quei giochi d’adulti che quando Arturo e Gianuario stanchi e soddisfatti andavano a dormire, lui ormai cotto si portava nella sua stanza Maria per continuare a giocare con lei fino a stordirsi. E davanti a tanta grazia di Maria avrà certamente esclamato: questa è vita che merita di essere vissuta altro che le preghiere, le messe e i rosari! (Si vedeva da lontano che anche lui nonostante fosse un prete non li sopportava più). E quando toccava a lui dire la messa e il rosario, quelle funzione religiose duravano poco. Ormai la sua mente non pensava più al Padre Nostro ma a consolare la giovane vedova. Quando invece la messa e il rosario venivano celebrati dal padre Rettore c’era un mormorio tra i bambini: no, lui, no! Perché era lento, lento, lento, così lento da essere insopportabile, quella messa non finiva mai, se poi diceva la predica (cosa questa che gli capitava spesso) ogni parola, una pausa che durava cinque minuti, e la messa durava un’eternità, per la gioia delle vecchiette che avevano trovato un bel passatempo. Durante la predica forse perché era a contatto con il suo buon Dio diventava un altro, si trasformava completamente: Era dolce, mansueto, sembrava il buon pastore! “la vita è breve” diceva: “cerchiamo d’essere più buoni, d’amarci gli uni con gli altri. Il buon esempio deve venire da noi anziani, accarezziamo di più i bambini che non aspettano altro da noi, cosa ci costa fare una carezza? Niente, eppure noi facciamo fatica a farla. Ma bisogna ricordarsi che non c’è niente di meglio di una carezza che fa così bene al bambino che sentendosi amato crescerà forte e sano. E non farà altro che sorridere e vedere sorridere un bambino, vederlo felice, pieno di gioia e la cosa più bella al mondo. E non bisogna mai dimenticare che così facendo rendiamo felice anche il nostro amato buon Gesù che da lassù ci ammonisce: chi fa del male ad un bambino e come averlo fatto a me ! Quindi amiamo i nostri bambini i quali una volta adulti faranno anch’essi del bene ai loro bambini e così facendo creiamo un mondo virtuoso, dove sarà bello vivere, ed è proprio quello desiderato dal nostro amato buon Gesù.” Le prediche del buon pastore(così veniva soprannominato il Rettore da quei bambini) sono tutte di questo tenore è proprio il caso di dire: da che pulpito viene la predica. Ma era così convincente che le vecchiette accorrevano in massa per ascoltarlo, se lo mangiavano con gli occhi e dicevano: “è un santo!” E alcune di loro proponevano di farlo santo già da vivo perciò incominciarono a chiamarlo non don Matteo come avevano fatto fino a quel momento ma san Matteo. Ma le vecchiette non conoscevano bene il buon pastore che durante la messa è vero fa il santo, ma una volta fuori la cattedrale appena si varca la soglia dell’orfanotrofio si spoglia della sua santità, rimette in un angolo gli abiti del buon pastore, indossa quelli dell’indiavolato e grida: “Tu stai zitto!” e tira un ceffone con quella mano tutta pelle e ossa, più ossa che pelle che arriva sulla guancia del malcapitato. E poi ad un altro bambino non si sa bene il motivo, ma forse, non c’è nessun motivo, è soltanto che il buon pastore è nervoso e vuole un po’ sfogarsi perciò tira calci come se fosse ad un pallone e non ad un essere umano. Anzi è ancora più grave perché colpisce un bambino, proprio quel bambino come dice nella predica che va accarezzato, e non fargli del male, perché il male viene fatto al suo Gesù che non fa altro che ammonire: “chiunque fa del male ad un bambino e come se l’avessi fatto a me!” E chi sa se il buon pastore ci pensa qualche volta che sta prendendo a calci il suo buon Gesù, colui che dovrebbe essere il suo salvatore. Ma lui a queste cose evidentemente non ci pensa, quelle parole si dicono in chiesa, ma poi fuori si agisce in un altro modo, è proprio vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Il buon pastore certe volte anche fuori dalla chiesa è scherzoso, specialmente adesso che si è messo in testa di spianare quella montagna di terreno che si trova dietro il salone, lui dice che vuol fare un bel campo da gioco, perciò ogni giorno chiama dei bambini volontari che vogliono andare a lavorare. E siccome i bambini pur di non stare in quello studio che è una prigione volevano andarci tutti, lui fece dei turni. Si formarono così delle squadre che scavavano con il piccone e poi con le pale riempivano le carriole di terreno e lo trasportavano dal buon pastore che con un rastrello incominciava a livellare quel terreno. Il buon pastore per fare impegnare di più i bambini nel lavoro decise che ogni carriola di terreno che portava una squadra veniva premiata con una caramella a testa. E così alla fine della giornata più carriole di terreno portavano più caramelle avevano. E quei bambini che se l’erano guadagnate con il sudore della fronte quando tornavano al loro posto con le mani colme di caramelle per quel piccolo tesoro riuscivano persino a sorridere un po’. Il buon pastore durante il lavoro lasciò un po’ liberi i bambini di parlare, ma fino ad un certo punto, perché di tanto in tanto anche lì specialmente quando il lavoro non procedeva secondo i suoi piani, o c’erano delle difficoltà, non faceva che dire: “state zitti!” E faceva segno con il rastrello che dovevano stare proprio zitti, altrimenti venivano presi a rastrellate. Delle volte i bambini nello scavare trovavano delle grosse pietre e tutti chi da un lato chi dall’altro cercavano di smuoverle e poi di alzarle e trasportarla pian, pianino con le loro piccole forze dove voleva il buon pastore e cioè in fondo a quel terreno che finiva in pendenza, proprio al confine di un terreno coltivato che appartiene ad un contadino. Man mano che i giorni passavano quella montagna di terreno diminuiva e quel campo veniva sempre di più livellato. Con il buon pastore che non si stancava mai di ripetere a quei bambini: togliete le pietre ed è instancabile con il suo rastrello a togliere il terreno dove c’era di più e a metterlo dove c’era di meno, e stare sempre li a piegarsi per togliere con le mani quelle pietre che sfuggivano ai bambini. L’anno scolastico era terminato e Spano fu promosso ed era convinto che sarebbe andato a casa per le vacanze invece per il secondo anno consecutivo la madre non lo venne a prendere, e le poche volte che scriveva qualche lettera una volta diceva che non l’andava a prendere perché il viaggio le faceva male da morire, un’altra volta diceva che non aveva i soldi e poi concludeva: “Nell’orfanotrofio stai bene! Mangi tutti i giorni! Da noi invece come ben sai delle volte non c’è neppure da mangiare”. E così Spano si doveva rassegnare a passare un’altra estate con altri pochi sventurati nell’orfanotrofio sempre tra messe, rosari e tante preghiere da ossessionarlo. Nella camerata si moriva di caldo e non si riusciva a dormire anche perché c’erano tante di quelle cimici che volevano per forza fare la ninna nanna insieme a quei bambini che invece non facevano altro che cacciarli e non la smettevano mai di grattarsi su tutto il corpo. Le notti più che a dormire si passavano a dare la caccia alle cimici e c’erano anche tante lamentele verso il buon pastore che finalmente decise che quei vecchi materassi che certamente stavano lì da un secolo andavano cambiati e le camerate andavano tutte pitturate, disinfestate e provvisoriamente il salone divenne il nuovo dormitorio grande e spazioso. Intanto per i bambini arrivò una buona notizia il consolatore della vedova fu trasferito dalle sue parti e quel sadico di suo fratello che nessuno dimenticherà facilmente fu costretto a tornarsene a casa. E non passò molto tempo che arrivò un altro prefetto nativo di Salerno ma aveva vissuto in seminario a Napoli dove aveva studiato per diventare un sacerdote, ma una volta laureato si tolse la tonaca, una pratica molto in voga a quei tempi. Infatti molti figli di povera gente che volevano studiare per poterlo fare andavano nei seminari dicendo di voler fare il prete, ma una volta laureati abbandonavano tutto e cercavano un lavoro e poi si sposavano. Anche questo prefetto in attesa di un posto di lavoro stabile, per non pesare sulla famiglia andò in quell’orfanotrofio dove aveva da mangiare, da dormire e un discreto stipendio che per quei tempi dove la povertà era diffusa, per lui andava benissimo. Spano nel 1960 aveva finito la quinta elementare aveva fatta quella bella vacanza a trasportare carriole e carriole di terreno alle dipendenze del buon pastore, ora si accingeva a frequentare la prima avviamento agraria. A quell’epoca i figli dei ricchi andavano alla scuola media che stava al centro del paese, i figli dei poveri e tra questi c’erano tutti quelli che stavano nell’orfanotrofio andavano alla scuola d’avviamento che si trovava giù a valle in aperta campagna proprio vicino al fiume Agri. Quasi a significare che più teniamo lontani i poveri dal paese meglio è, non si sa mai possono anche attecchire un po’ della loro povertà ai benestanti. Per andare a quella scuola i ragazzi dovevano attraversare tutto il paese e poi scendere una specie di montagna per arrivare a valle, insomma c’era un bel po’ di strada da fare. Il prefetto li accompagnava sino all’inizio della montagna fin dove la strada era comoda e asfaltata, quando incominciava quella strada brutta piena di pietre sembrava dire: quella strada ve la fate voi io guardo da quassù appoggiato al muretto. E dove li lasciava la mattina li andava a riprendere quando uscivano da scuola e cioè alle due e mezzo. E a quei poveri ragazzi affamati come lupi non restava altro da fare che mettersi di buona volontà e con la santa pazienza risalire quella montagna dalla strada brutta, attraversare tutto il paese e sempre in salita arrivare fin lassù nell’orfanotrofio sfiniti. Ed una volta nel refettorio si facevano riempire il piatto di pasta e tutti dicevano: pancia mia fatti capanna. Poi si andava nello studio ma molti ragazzi invece di studiare preferivano andare a spianare quel terreno dietro il salone che ormai stava prendendo le sembianze di un bel campo. Avevano piantato tutto intorno degli alberi che il buon pastore non smetteva mai d’annaffiare. E poi faticando molto si cercò di togliere quella pendenza al confine con il terreno del contadino mettendo uno strato di pietre e uno strato di terreno, finché non venne su un bel muretto e quando tutto fu livellato e il campo era perfetto, i ragazzi incominciarono a giocare. Ma d’inverno con le piogge torrenziali prima e con la neve dopo, quel muretto anche perché era fatto tutto artigianalmente franò, e tutto quel terreno e quelle pietre che i ragazzi con tanta fatica avevano messo su andò a finire nel terreno del contadino. E di nuovo quei ragazzi appena il tempo lo permise incominciarono a fare di nuovo quel massacrante lavoro di mettere su, pietre e terreno ma appena il muretto fu messo a posto, un’altra pioggia torrenziale lo fece di nuovo franare. Finalmente il buon pastore dalla testa dura si rese conto che per mettere a posto una volta per sempre quel muretto ci volevano dei muratori, i quali fecero una forte massicciata di cemento armato e a lavoro finito misero tutto intorno una grande ringhiera dove tutti si potevano appoggiare e guardare il magnifico panorama ad incominciare dalla terra sottostante ben coltivata e tutta colma di frutta di quel contadino. E poi più in là, osservare il fiume Agri che scendeva dolcemente a valle, e man, mano che lo sguardo saliva su tra castagneti e uliveti si poteva ammirare il monte Volturino che dominava superbo e maestoso su tutta la valle. A quei ragazzi quel campo sembrava completo, invece il buon pastore non pensava di fare di quell’opera un campo dove farli giocare, ma aveva altro in mente, per lui quell’opera era un’incompiuta, doveva diventare invece un’opera compiuta e cioè un grande giardino di rose e fiori che doveva risplendere. Perciò si mise a zappare dappertutto e piantare ancora degli alberi, poi fece dei vialetti per passeggiare e in mezzo al giardino mise una statua di marmo della Madonna. E mentre lui era tutto contento di aver fatto un capolavoro, i ragazzi invece dopo tanto lavoro si ritrovarono un po’ presi in giro, con un campo in meno dove poter giocare, ma con una Madonna in più da dover pregare. Il buon pastore forse perché amava poco le sue pecorelle e voleva sempre di più isolarsi si fece costruire in fondo al giardino una bella casa di legno con delle finestre e un balcone, per poter ammirare quel magnifico panorama. Spano quella scuola d’avviamento la trovava insopportabile, le materie erano decisamente molte, quelle agrarie le insegnava il Direttore un uomo anziano, poteva avere una settantina d’anni portati benissimo, era alto, robusto, un po’ brontolone ma molto divertente. Entrava in classe e dopo essersi seduto, appena sentiva un po’ di chiasso non faceva altro che dire: “ma la volete smettere si o no!” E se i ragazzi continuavano a fare chiasso lui diceva: “ma guarda un po’ questi cretini, cretini, cretini!” Tre volte cretini, evidentemente una volta non bastava. Suo figlio invece era un ingegnere e Autilio un ragazzo del paese compagno di classe di Spano aveva sparso la voce che come ingegnere era un fallito perché fu preso in prova a lavorare in un cantiere di Genova ma fu subito rispedito a casa perché il capannone che fece costruire crollò subito dopo, per questo insegna matematica in quella scuola d’avviamento. Aveva una cinquantina d’anni, e come il padre anche lui era alto e robusto, ma se il padre era divertente, lui invece era sempre cupo con quel testone pieno di capelli lunghi e quel viso ricoperto anch’esso da una barba lunga, con quello sguardo minaccioso e arrabbiato che nessuno aveva mai visto sorridere e nemmeno sentito dire una parola gentile. Solo a vederlo quei ragazzi si spaventavano, specialmente nei momenti di maggiore arrabbiatura sembrava un leone inferocito che da un momento all’altro avrebbe azzannato qualcuno. Il professore di francese invece era un avvocato anche lui sulla cinquantina, magro, basso, gridava sempre ma non faceva paura a nessuno, voleva fare il duro ma non ci riusciva scoppiava subito a ridere e tutti i ragazzi ridevano insieme a lui. Certe volte quando perdeva la pazienza mollava dei ceffoni in faccia a chi gli aveva dato fastidio, ma subito dopo si pentiva e tornava a ridere. Il professore di botanica era alto, snello, aveva una sessantina d’anni, camminava con fatica, ed appena entrava in classe a stento diceva buon giorno e poche altre parole, sempre le stesse: aprite il libro e ripassate la lezione! Poi si sedeva e se ne stava con la testa tra le nuvole beatamente fin quando finiva la sua ora di lezione. D’inverno poi siccome aveva sempre freddo, si metteva vicino alla stufa e dava l’impressione di volersela abbracciare, sembrava un fidanzato che stringeva a se la sua ragazza. Quando c’era la neve i ragazzi dell’orfanotrofio non andavano a scuola perché era pericoloso scendere per quella strada di montagna, ma stare nell’orfanotrofio era un tormento con quel prefetto che sembrava la fotocopia del predecessore, anche lui sempre con la bacchetta in mano e non faceva altro che gridare: dovete stare zitti! E chi veniva preso nel parlare lui non lo perdonava. “Sarlo vieni qui che ti faccio passare la voglia di parlare, apri la mano e poi l’altra”, e non si fermava come il suo predecessore a due bacchettate lui raddoppia e fece aprire di nuovo la mano e poi l’altra, colpiva senza pietà incurante del pianto straziante del ragazzo. Dopo un po’ grida di nuovo: “Spano ora tocca a te assaggiare le mie bacchettate che ti faranno stare buono e calmo per un bel po”! ed anche Spano fu costretto ad aprire le mani per ben quattro volte e sopportare quel dolore atroce che dava al cervello. Poi chiamò Mariano che non voleva aprire le mani, e quel prefetto lo minacciava: “ho detto apri le mani o sarà peggio per te”! E per fargli capire che non gli restava altro da fare se non aprire le mani gli molla due sberle in faccia, e così il povero Mariano fu costretto ad aprire la mano per prendersi la prima bacchettata, poi di nuovo non voleva aprire l’altra mano ma il prefetto con altri due ceffoni lo costrinse a farlo. Mariano piangeva e gridava dal dolore ma lui non ebbe pietà fin quando non completò l’opera di dargli le altre due bacchettate. La sera quando si andava a dormire i bambini più piccoli li mandava più volte al bagno per ricordare loro che non dovevano bagnare il letto, ma presi dal terrore che lui incuteva alcuni bambini puntualmente lo bagnavano. E lui gridando come un matto, con la solita bacchetta li colpiva sulla schiena e poi li spediva nella cameretta dei pisciasotto portandosi dietro le lenzuola bagnate. La giornata incominciava bene facendo piangere sia i bambini che bagnavano il letto sia gli altri che come al solito secondo lui non riuscivano a tenere la bocca chiusa, e tra questi c’erano anche i ragazzi dell’avviamento e quelli come diceva il buon pastore che andavano ad imparare un mestiere, ma sarebbe meglio dire a lavorare come gli adulti sia in falegnameria dove mangiavano tanta polvere, sia nell’officina dove non facevano altro che riparare le ruote e lavare le automobili senza avere una lira, la ricompensa l’avevano la mattina prendendo delle bacchettate da farli piangere. I ragazzi più grandi erano addetti anche alle pulizie, dovevano pulire e lavare per terra in quel grande salone: devono risplendere anche i bagni! gridava quel prefetto, e se qualcosa non andava c’erano le solite bacchettate da far piangere e li faceva di nuovo pulire e lavare per terra, il suo era uno sfregio permanente su quei ragazzi. Una volta finite le pulizie gridava: “tutti in fila, voglio vedere una sola testa”! E chi non si atteneva alle sue disposizioni molte rigide, (bastava che un ragazzo spostasse un po’ la testa) prendeva le solite bacchettate. Si andava in cattedrale che molti piangevano ancora, ed una volta in chiesa dovevano cantare una delle tante canzoni dedicate alla Madonna che quei ragazzi erano stati costretti ad imparare sotto la minaccia delle bacchettate. Il prefetto si vantava di avere una bella voce: sono un tenore diceva a tutti! E si metteva in mostra cantando a squarciagola, e obbligava tutti i ragazzi a cantare con lui compresi quelli che avevano ancora le lacrime agli occhi per le bacchettate prese, e il loro canto era misto al pianto. Dopo la messa si andava a fare la colazione, e poi sempre in fila sia i bambini delle elementari che i ragazzi dell’avviamento facevano quella lunga discesa per il paese, ed una volta arrivati nei pressi dell’edificio scolastico per i bambini delle elementari c’era il “rompete le righe”, per i ragazzi dell’avviamento si proseguiva ancora in fila e sempre accompagnati dal prefetto fin dove iniziava la montagna e lì c’era il “rompete le righe” anche per loro, ma solo perché il viottolo di quella montagna non permetteva di proseguire in fila fino alla scuola. In classe c’era molto affiatamento tra i ragazzi del paese e quelli dell’orfanotrofio finalmente si era creata quella integrazione che alle scuole elementari era venuta a mancare. Autilio di studiare non ne voleva proprio sapere anche perché aiutava il padre nella trattoria. Era un ragazzo molto grasso e appena arrivava in classe, tutto sudato e molto affannato, si sedeva e subito incominciava a mangiare, più che i libri nel suo zainetto c’era molto cibo. E siccome era un generoso quella scamorza lui l’affettava e la distribuiva a tutti i ragazzi dell’orfanotrofio, che dai loro racconti sapeva che mangiavano poco per via di quel cibo che faceva schifo. A Spano uscivano gli occhi di fuori nel gustare quel tipo di formaggio che assaggiava per la prima volta in vita sua. Seduto nell’ultimo banco intimidito e quasi a disagio stava Arlotta era alto e robusto sembrava un gigante di fronte ai ragazzi dell’orfanotrofio così piccoli e mingherlini. Lui non veniva dal paese ma dalla campagna dove abitava con i suoi genitori, proprio sotto il monte Volturino. Dalla campagna avevano di che vivere non gli mancava proprio niente, crescevano il maiale che poi ammazzavano a Natale e facevano tante di quelle salsicce, da poterne mangiare per tutto l’anno. Avevano delle galline che oltre a dare uova in abbondanza, di tanto in tanto alcune venivano uccise per farle arrosto. Avevano delle vacche che davano molto latte, e poi c’era quella campagna che non finiva mai con vigneti, oliveti, e tanti alberi da frutta, e altri terreni dove seminavano il grano. Arlotta aveva tanto da fare in campagna che come diceva lui non gli restava il tempo nemmeno per farsi il segno della croce. E quelle sue mani callose stavano a dimostrare che sudava le proverbiali sette camice nel zappare i suoi terreni. E lui non capiva il perché l’avevano obbligato ad andare a scuola che non gli serviva. Per lui era soltanto una perdita di tempo, soffriva a stare una giornata fermo in quel banco scomodissimo perché grosso com’era non c’entrava dentro. Si sentiva molto a disagio, ma era un amore di ragazzo, il più simpatico della classe, lo potevano prendere in giro ma dava l’impressione di essere lui a prendere in giro gli altri. Sempre calmo, con quel sorriso sul viso che non perdeva neppure quando il Direttore dopo averlo interrogato lo mandava al suo posto gridandogli: “per la scena muta che hai fatto ti metto un bel due! Perché tu sei un ciuccione, ciuccione, ciuccione”, e tutta la classe ripeteva in coro: “ciuccione, ciuccione, ciuccione”! E il Direttore gridava forte: “la volete smettere, ma dove pensate di stare al mercato? Qui stiamo in una scuola”, e un po’ alterato concludeva: “ma guarda un po’ questi cretini, cretini, cretini”! E di nuovo tutti in coro quegli alunni ripeterono: cretini, cretini, cretini. E Arlotta divertendosi molto non faceva altro che ridere, incurante del fatto che qualche minuto prima aveva preso due sul registro e il Direttore tutto infuriato grida: “Arlotta cosa hai da ridere”? “Direttore” rispose Arlotta: “è più forte di me, cosa ci posso fare, se mi fanno ridere”? Ma il Direttore si alzò dalla sedia si tolse gli occhiali e gli gridò contro: “c’è poco da ridere! tu dovresti piangere, perché vieni qui soltanto a riscaldare il banco e non sei altro che un ciuccione, ciuccione, ciuccione”, e gli alunni tutti in coro: “ciuccione, ciucione, ciuccione”! E scoppia una risata generale ma chi non si controlla è Arlotta che si piega in due dalle risate tanto che il Direttore non ne può più e grida ancora più forte: “Arlotta dietro la lavagna”! E finalmente nell’aula torna il silenzio. Per i ragazzi dell’orfanotrofio quelle sono le uniche occasioni per divertirsi e ridere un po’ tutto però finisce all’uscita della scuola. Perché dopo la faticosa salita della montagna, sta lì pronto ad attenderli colui che si vanta di essere un tenore, e per questo suo gonfiarsi di petto, i ragazzi l’hanno soprannominato: il guappo di Salerno! che subito mette in mostra la sua guapparia: “mettetevi in fila, voglio vedere una sola testa, e dovete stare zitti”! E fa una battuta degna di lui: “fate finta d’essere muti”! E per quelle stradine del paese si sale su fino all’orfanotrofio come se quella fosse la via crucis. Quella sera quando si andò a cena, c’era la solita brodaglia, che nessuno mangiava, il guappo di Salerno questa volta non risolse lui la faccenda, ma coinvolse il buon pastore. Il quale stava come al solito nel giardino che abbelliva ogni giorno di più e corse come un matto tutto affannato nel refettorio ed incominciò a gridare: “Avviso i ragazzi addetti alla distribuzione del mangiare che la pastina bisogna darla a tutti! E chi non la mangia farà i conti con me, guai a voi se rifiutate il bene di Dio. E ricordatevi sempre il motivo per cui state nell’orfanotrofio”, e con il dito accusatorio rivolto verso tutti continuava: “voi a casa vostra non avevate di che mangiare, eravate dei morti di fame, i vostri genitori hanno supplicato per farvi venire da noi, perché sanno che qui si sta da Re.Vi abbiamo vestiti, mentre a casa vostra non avevate nemmeno un pantalone e qualcuno anche le scarpe. Vi diamo da mangiare in abbondanza, e voi invece di ringraziare il Signore per il cibo che quotidianamente avete, voi vi permettete il lusso di buttarlo. Questo è un peccato che non dovete mai più commettere, altrimenti ve la farò pagare caro”. La mattina dopo al risveglio tutti videro ancora appeso alla finestra del bagno un lenzuolo che era servito durante la notte a quattro ragazzi della seconda avviamento a calarsi giù e fuggire dall’orfanotrofio, furono subito avvisati i carabinieri che incominciarono la caccia come se si trattasse di criminali e non di poveri ragazzi che non ce la facevano più a fare quella vita d’inferno. Quei ragazzi andavano in direzione di Potenza camminando lungo la strada per non perdersi e solo quando sentivano il rumore di qualche automobile in arrivo si nascondevano tra gli alberi. Nel pomeriggio quando ormai erano vicini alla meta i carabinieri li presero e li accompagnarono nell’orfanotrofio dove c’era pronto ad attenderli il buon pastore che non gli accolse come il vangelo comanda: “fate preparare per loro il vitello più grasso, perché dobbiamo festeggiare per questi nostri figli che si erano persi e sono stati ritrovati”! Ma li accolse a modo suo e come solo lui sa fare, e cioè con schiaffi pugni e calci, poi li fece rinchiudere nella cantina per una settimana e i primi due giorni li tenne a pane e acqua. Stare in quell’orfanotrofio era come stare in una casa di correzione, era una vera e propria prigione con quei silenzi da tomba, e con quel mangiare che faceva schifo. Certamente l’aveva capito il buon pastore che lì c’era un malcontento generale, perché il giorno prima di una ispezione chiamò tutti i ragazzi e disse loro: “quando viene la commissione e vi chiede come state nell’orfanotrofio, dovete rispondere che state bene, ed il mangiare è ottimo e abbondante! Guai a voi se dite che qui le cose non vanno bene”. E sotto quella minaccia i ragazzi ubbidirono e l’ispezione andò molto bene con grande soddisfazione del buon pastore, ma con grande amarezza per quei ragazzi obbligati a dire quella enorme falsità. Spano soffrì molto per questo, lui voleva dire che quell’orfanotrofio era una prigione dove i ragazzi venivano massacrati di botte, e che il mangiare faceva schifo. Specialmente a cena quella brodaglia se ne faceva mettere soltanto un po’ per sporcare il piatto, per far vedere al guappo di Salerno che girava sempre tra i tavoli che aveva mangiato e invece lui si doveva accontentare di quella fetta di pane e quel pezzetto di cioccolata. E la domenica si andava di male in peggio, perché per pranzo c’era solo il pane bagnato all’acqua, dato che la pasta con il sugo era una colla immangiabile, altrettanto era quel secondo tutto gelatina e poca carne. E nel giorno del Signore quando tutti si riposano e fanno festa solo il guappo di Salerno non conosce riposo ma continua a dare bacchettate e fare piangere i ragazzi. E quando la sera si va nella cattedrale a dire il rosario, con gli occhi colmi di lacrime devono cantare, e se si ostinano a non farlo anche in quel luogo che per loro dovrebbe essere sacro volavano dei ceffoni. Non avevano timore nemmeno del loro buon Gesù che diceva: “ogni violenza fatta ad un bambino e come averla fatta a me”! In quel luogo sacro invece avevano l’approvazione delle vecchiette che sussurravano: “questi ragazzi sono proprio incorreggibili”! In quelle condizione e con la rabbia che aveva in corpo Spano di studiare non ne voleva proprio sapere stava ore e ore seduto su quei libri, ma lui pensava altrove, delle volte gli veniva alla mente persino le parole del buon pastore: “a casa vostra eravate dei morti di fame”! Ma meglio morire di fame alle loro case che stare in quella prigione, dove l’unico momento vivibile era quando c’era il “rompete le righe” all’inizio della discesa di quella montagna che conduceva alla scuola. Dove solo a vedere Arlotta con quel sorriso dipinto sul volto faceva passare la rabbia e metteva tutti di buon umore. Che però durava poco con quel professore di matematica sempre scuro in volto e sempre pronto a dare schiaffi. Per Spano quell’ora in classe era dura da sopportare e se ne stava buono, buono nella speranza di evitarlo, ma se non prendeva schiaffi per il disturbo in classe li prendeva perché non aveva fatto gli esercizi. E se quel professore di matematica era molto violento, il Direttore invece sia per il disturbo in classe e sia per i compiti non fatti non toccava nessuno nemmeno con un dito, si arrabbiava, gridava a tutti: ciuccione, ciuccione, ciuccione! E subito aggiungeva, ma guarda un po’ questi cretini, cretini, cretini, metteva il solito due sul registro e poi dopo aver brontolato e fatto ridere tutta la classe, rideva anche lui muovendo la testa e dicendo: “ride bene chi ride per ultimo! Ci vediamo alla fine dell’anno scolastico”. E la fine dell’anno scolastico non tardò ad arrivare, la maggior parte degli alunni furono rimandati in molte materie. Chi guidava la classifica era Arlotta con sette materie ma lui come al solito non perdeva il suo buon umore e la sua calma, aveva sempre quel sorriso dipinto sul volto e sembrava che il fatto non lo riguardasse. A seguire Arlotta in quella classifica c’era Spano con cinque materie e poi, via, via, gli altri. Anche quella vacanza Spano la trascorse nell’orfanotrofio nonostante che scrisse alla madre una lettera dietro l’altra per andare a casa, per convincerla le scrisse anche: “invece di venire tu a prendermi puoi benissimo mandare una lettera di responsabilità al padre Rettore così vengo da solo come fanno ormai tutti i ragazzi”. Ma lei fu irremovibile rispose soltanto una volta dicendo: “stai bene dove stai, il mangiare non ti manca, a Tricarico invece noi molte volte saltiamo i pasti”. Ma la madre non sapeva che anche suo figlio in quell’orfanotrofio saltava i pasti e la sera come al solito faceva finta di mangiare la pastina, sbatteva anche il cucchiaio nel piatto, per far sentire il rumore al guappo di Salerno che in fondo al refettorio seduto al suo tavolo mangiava con gusto e appetito e certamente pensava con tutto quel fracasso anche i ragazzi mangiano con gusto e appetito. Per fortuna durante le vacanze essendo pochi i ragazzi rimasti c’era un po’ di tolleranza e permettevano che si dicesse qualche parola in più, le cose poi andarono decisamente meglio quando il guappo di Salerno se ne andò anche lui in vacanza. Solo le preghiere, la messa la mattina e il rosario la sera non andavano mai in vacanza. Adesso andava di moda dire il rosario nel giardino in piedi, davanti alla statua della Madonna. Non passò molto tempo che arrivò in quell’orfanotrofio un altro vice Rettore, aveva trentacinque anni, era un po’ basso, ma molto grasso, veniva da Napoli e il suo buon giorno fu: “adesso v’insegno il catechismo e tante canzoni dedicate alla Madonna”. E sempre durante le vacanze ci fu di nuovo un cambiamento, il grande salone tornò ad essere uno studio mentre le camerate dell’orfanotrofio tornarono ad essere dei dormitori. A settembre ci fu il grande rientro e per i ripetenti ci furono gli esami che tutti superarono. Poi con l’arrivo del guappo di Salerno tornò l’ordine e la disciplina, facendo subito vedere al vice Rettore come andavano trattati quei ragazzi. “Tutti in fila, voglio vedere una sola testa ed esigo il massimo silenzio”, e i ragazzi ubbidivano ai suoi comandi come tanti soldatini. Il vice Rettore lasciava fare tutto al guappo di Salerno, lui osservava da lontano alzando di tanto in tanto gli occhi dal suo breviario. Si vedeva che era soddisfatto da come il guappo di Salerno manteneva l’ordine con quella bacchetta che non stava mai ferma, perciò continuava a leggere il suo breviario passeggiando avanti e indietro lungo il corridoio. Dopo un po’ di tempo anche lui incominciò, non ad usare la bacchetta ma a mettere in pratica una sua specialità, al povero malcapitato o tirava l’orecchio e poi torcendolo dava l’impressione di volerlo staccare, oppure gli tirava un forte calcio nel culo. Il buon pastore invece dopo aver assicurate le pecorelle in quelle buone mani curava sempre di più il suo giardino, e l’abbandonava soltanto per andare con il suo furgone a Napoli per fare provviste alimentari oppure per andare a fare la predica a quei ragazzi dal solito tenore: “qui mangiate a sazietà mentre alle vostre case eravate dei morti di fame”! E poi sfogava la sua rabbia prendendo a calci e pugni e sbattendo fuori dal refettorio qualche ragazzo e dopo la tempesta se ne tornava calmo e quieto nel suo giardino dove i ragazzi andavano solo per passeggiare lungo i viali (ma guai a calpestare le aiuole), e per andare a dire il rosario di fronte alla statua della Madonna. Quell’anno a scuola non ci furono grossi cambiamenti arrivò soltanto un nuovo professore d’italiano, storia e geografia. Si chiamava don Vito anche lui prima aveva studiato in un seminario per fare il prete e poi una volta laureato si era tolto la tonaca però dal seminario aveva assimilato la disciplina e il silenzio e pretendeva che anche i suoi alunni osservassero il massimo silenzio perché ci teneva a fare vedere al Direttore che lui la classe l’aveva in pugno. Ma per quei ragazzi specialmente quelli dell’orfanotrofio che già soffrivano per la disciplina e il silenzio era un po’ troppo pretenderlo anche a scuola. E subito entrarono in contrasto con don Vito che cercava a tutti i costi di ottenere il silenzio da loro ottenendo invece l’effetto contrario. In quella classe si udiva un chiasso enorme ed era proprio lui ad alimentarlo prendendosela subito con Ciro un ragazzo di Caserta, basso, esile, che in classe stava seduto insieme a Spano. Ciro aveva la risata facile e trovava comico quel don Vito che appena entrava in classe gridava: state zitti! E siccome nessuno l’ascoltava dalla rabbia si morsicava le mani facendo crepare dal ridere Ciro che non riusciva più a controllarsi e coinvolgeva nella risata Spano e poi tutta la classe, il professore sempre più arrabbiato gridava: “Ciro vai dietro la lavagna”! Ciro sempre ridendo rispondeva: “non ho fatto niente! Ho detto vai dietro la lavagna” continuò a gridare il professore mentre gli corse incontro, ma Ciro saltava tra i banchi per non farsi prendere, tra le risate della classe che erano così forte da fare accorrere il Direttore che disse: “cos’è questo baccano”? Don Vito arrossendo un po’ rispose: “è tutta colpa di quel maleducato di Ciro che non vuole andare dietro la lavagna”! Ma Ciro disse: “perché devo essere punito senza che ho fatto niente? Ubbidisci al professore e vai dietro la lavagna gridò il Direttore” che aggiunse, “ma guarda un po’ questo cretino, cretino, cretino”. E tutta la classe ripeté: cretino, cretino, cretino. E il Direttore urla: “ma la volete smettere? qui non stiamo al mercato” e una volta ottenuto il silenzio andò via. Dopo un po’ don Vito si vendicò sugli alunni che più avevano dato fastidio, tra questi c’era Greco un ragazzo di Napoli molto spiritoso, nel sentirlo parlare nel suo dialetto era uno spasso ma non per don Vito che lo interrogò e non sapendo rispondere alle sue domande gli mise tre sul registro e lo fece andare faccia al muro. Poi don Vito chiamò Spano che fece scena muta ed ebbe anche lui tre sul registro e finì come gli altri due faccia al muro. Don Vito era soddisfatto i ribelli a suo parere li aveva sistemati e guardava in segno di sfida tutti gli altri alunni che stavano buoni, buoni e in silenzio per paura d’essere interrogati e prendere anche loro un brutto voto. Dopo don Vito entrò in classe il professore di francese sempre con la risata in faccia ma di tanto in tanto mollava dei ceffoni e così per tutta la lezione intervallava la risata al ceffone. Poi veniva il professore di matematica sempre più arrabbiato e come un leone inferocito si avventava su qualche alunno per prenderlo a schiaffi o perché non sapeva svolgere gli esercizi alla lavagna, o perché mentre spiegava non stava attento o peggio ancora osava chiacchierare. Per lui questo era un affronto da fargli pagare caro. Nella sua materia andavano tutti male si vede che la paura che incuteva incideva persino nel non apprendere la lezione, al suo apparire in classe appena apriva il registro per le interrogazioni ognuno sperava di non essere lui l’interrogato. I ragazzi del paese molte volte non andavano a scuola quando c’era lui. I ragazzi dell’orfanotrofio invece erano obbligati ad essere sempre presenti, per loro era una vera tortura, si liberavano del professore di matematica, ma all’uscita dalla scuola venivano subito presi in consegna da quel guappo di Salerno che si faceva trovare fresco e riposato su quella montagna pronto nel dire: “mettetevi in fila e fate il massimo silenzio!” E così s’attraversava tutto il paese per arrivare poi stanchi ed affamati lassù nell’orfanotrofio. Dopo mangiato c’era la mezz’ora di ricreazione poi tutti a studiare e si smetteva soltanto per andare al rosario dove il guappo di Salerno si scatenava nel cantare e tutti i ragazzi dovevano accompagnarlo nel canto. Poi si andava a cenare facendo finta di mangiare quella brodaglia e finalmente si era un po’ liberi di sfogarsi nella mezz’ora di ricreazione, e udite, udite si andava a vedere la televisione però fino al carosello. Oltre non si andava perché i programmi che seguivano erano considerati scandalosi dal buon pastore. Per lui era inguardabile quel varietà dove le gemelle kessler ballavano nientemeno con le gambe scoperte, con grande disappunto di quei ragazzi che rivolgendosi verso le kessler sembravano dire: “lo sappiamo che avete delle gambe bellissime e che staremmo qui a guardarle per ore e ore! ma fatelo per noi, vi preghiamo e vi supplichiamo, coprite quelle gambe, mettetevi qualche sottana, qualche mutandone, qualcosa insomma che vi copra un po’ solo così noi potremmo assistere al vostro spettacolo perché con quelle gambe nude che fanno tanto rabbrividire il buon pastore, chi ci rimette siamo noi ragazzi obbligati ad andare a letto con le galline”. Ma le gemelle kessler sono sorde ai loro richiami e sembrano prendersi gioco di loro e mostrano ancora di più le loro gambe facendole volare dappertutto persino in faccia al buon pastore che trovandole insopportabile grida: “spegnete quella televisione e andate immediatamente a letto”. E se non c’erano le gemelle kessler a suscitare lo scandalo, in televisione c’era sempre qualche film dove i protagonisti si davano un bacio appassionato anche questo insopportabile per il buon pastore che gridava la solita frase: “spegnete quella televisione e tutti a letto!” E ancora una volta con grande disappunto dei ragazzi che se la prendevano con il divo e con la diva: “ma era proprio necessario quel bacio appassionato, non vedete cosa avete combinato per colpa vostra noi dobbiamo andare a dormire presto”. Ma nel letto il sonno non arrivava ed ognuno parlava con il suo vicino quando all’improvviso arrivava il guappo di Salerno che mandava in ginocchio nel corridoio chi veniva preso nel parlare e lì passava ore e ore e prima della mezza notte difficilmente andava a dormire. Spano dormiva in fondo alla camerata vicino a lui c’era Lucchino un ragazzo di Grumento un paesino vicino a Marsiconuovo, la madre lo veniva spesso a trovare e gli portava dei grossi taralli ricoperti di zucchero, lui li teneva ben nascosti nella valigia sotto il letto e tutte le sere pian piano apriva la valigia e rosicchiava come un topo qualche tarallo. Spano che osservava la scena moriva dalla voglia di assaggiarli ed incominciò a pregarlo con insistenza: dai anche a me un pezzetto di tarallo! Ma Lucchino non ne voleva sapere e l’unica cosa che sapeva dire era: “stai zitto che se viene il guappo di Salerno finiamo in ginocchio!” Ma Spano lo rassicurava: “l’ispezione è gia passata quindi non ti preoccupare che quel deficiente non viene più. Tu! piuttosto non mangiare da solo dividi qualche tarallo con me”, ma lui diceva di no muovendo il suo testone. E allora Spano cercava di prenderlo dal lato religioso perché sapeva che era un fervente cattolico: “se tu neghi un pezzetto di tarallo a me è come negarlo al tuo buon Gesù il quale molte volte si mette nei panni del bisognoso per vedere se chi ha qualcosa dà a chi non ha, ed a colui che è cattivo come nel tuo caso lui gliela farà pagare molto caro spedendolo un giorno non molto lontano nell’inferno dove i diavoli si divertiranno nel farlo bruciare sul fuoco. Quindi è meglio per te fare qualche opera buona su questa terra, e cioè dai un pezzetto di tarallo anche a me e vedrai che il tuo buon Gesù sarà molto contento di te e ti premierà quel giorno non molto lontano aprendoti le porte del paradiso, dove potrai mangiare non solo i taralli ma tutti i cibi che vorrai.” E Lucchino finalmente o per la paura delle fiamme dell’inferno o per l’abbondanza dei cibi del paradiso sta di fatto anche se un po’ a malincuore la sera tardi apriva quella valigia e senza che Spano lo pregasse gli dava dei taralli che tanto bene gli facevano rendendogli più dolce la bocca che poi la giornata successiva ci pensava il guappo di Salerno a farla diventare amara, incominciando dalla mattina appena svegli con il “fate bene il letto, pulite perfettamente la camerata, e poi in fila, non appoggiatevi al muro razza di rammolliti, fate silenzio, voglio il massimo silenzio. Ciro hai capito che voglio il massimo silenzio? Non lo credo proprio perciò apri le mani, e tu Spano fai il sordo? Adesso sentirai le bacchettate apri le mani”, e così anche Greco fu costretto ad aprire le mani. E mentre si va in cattedrale grida verso Sarlo: “ho detto di stare zitti!” E mette l’indice della mano sulla bocca per fargli capire che deve stare proprio zitto. E Sarlo questa volta è fortunato scansa le bacchettate solamente perché si stava entrando in chiesa dove il vice Rettore o meglio lo specialista del calcio in culo è gia pronto per dire la messa. Mentre il guappo di Salerno si scatena nel cantare e obbliga tutti i ragazzi a cantare insieme a lui. Poi si va a colazione accompagnata dalla solita preghiera prima e dopo mangiato, di nuovo in fila e sempre in silenzio si va a scuola. Ma lungo quella discesa mentre s’attraversa il paese è una tristezza infinita vedere quei ragazzi muti sembrano che accompagnino il morto al cimitero. Ma possibile che nessuno interviene, qualcuno che dica: cos’è questo mortorio? Ma dove sta scritto che questi ragazzi devono stare zitti, la bocca è fatta per parlare e ognuno di loro dovrebbe essere libero di esprimersi e andare per proprio conto e non obbligarli a stare in fila e ancora peggio a tapparsi la bocca. In questo modo è come forzare la natura umana, chi ha deciso quelle regole è un mostro che andrebbe isolato, allontanato dagli altri esseri umani perché non è degno di vivere in comunità. Ma la gente del paese è incredibile ma vero non è per niente solidale per i poveri ragazzi, ma fanno di più stimano e ammirano il guappo di Salerno, al suo passaggio s’inchinano lo salutano e non la smettono di dire: “sei proprio un bravo educatore!” Per fortuna che si arriva alla montagna dove c’è “il sciogliete le righe” e i ragazzi possono finalmente sfogarsi e non smettere più di parlare, anzi hanno preso così gusto nel parlare che continuano a farlo anche in classe e non si accorgono che sta entrando don Vito che grida nervosamente: “Ciro e Spano dietro la lavagna! Ma professore stavamo seduti buoni e calmi e non abbiamo aperto bocca” dicono i due alunni ma don Vito più arrabbiato che mai replica: “ho detto dietro la lavagna, mascalzoni, delinquenti che non siete altro e corre minaccioso verso di loro” mentre Ciro e Spano per non farsi acchiappare scappano tra i banchi e don Vito l’insegue gridando come un matto: “fuori dall’aula delinquenti!” e i due ragazzi continuarono per un bel po’ a scappare tra i banchi ma poi stanchi e sfiniti fuggirono fuori dall’aula. “E adesso vediamo chi ha il coraggio di parlare” disse don Vito rivolto a tutta la classe che stava ancora ridendo per la scena precedente dove il gatto non era riuscito a prendere i topi. Dopo le due ore di don Vito, in classe andò il professore di Botanica il più amato dagli alunni, sempre di poche parole, come al solito stanco si va perciò a sedere, dice: “ripassate la lezione” e sprofonda nei suoi pensieri, e gli alunni altro che ripassare la lezione, ognuno chiacchiera con il proprio compagno di banco, però lo fanno sottovoce perché capiscono che non bisogna mettere in difficoltà il professore che gli concede ampia libertà. Quella libertà che manca completamente nell’orfanotrofio dove si può aprire bocca solo nel pregare, anzi ti obbligano a pregare e a cantare durante la messa e il rosario. Ti obbligano anche a fare la comunione e di tanto in tanto fanno venire un prete da fuori per confessarli. A Spano non gli va di mettersi in ginocchio davanti a lui e dire i suoi peccati, vive quel momento con disagio, ma è costretto a farlo altrimenti ci sono le bacchettate del guappo di Salerno o i calci in culo dello specialista. Ma non sa cosa dirgli, sta un po’ muto, poi inventa qualcosa, e dice: “ho litigato con gli amici, non ho ubbidito ai superiori, ho detto delle bugie”, e quel prete insisteva voleva sapere di più. Ma cosa gli doveva dire? Che voleva ammazzare il guappo di Salerno? Lo specialista del calcio in culo? Il buon pastore? E poi fuggire soddisfatto da quell’orfanotrofio? Anche se la pensava, una cosa del genere non la poteva dire avrebbe fatto scandalo, sarebbe successo un terremoto perciò preferì non aprire bocca e solo così quel prete lo lasciò andare non prima però di avergli detto per penitenza devi dire: “dieci Ave Maria, dieci Padre Nostro, venti Gloria al Padre e tre Atto di Dolore” come se non bastassero tutte le preghiere che dicevano durante il giorno. Ma Spano trovava assurdo tutto ciò come pure il fatto che pretendessero che doveva prendere la comunione e così quei ragazzi tutti in fila e con le mani giunte dovevano attraversare metà cattedrale per arrivare vicino all’altare dove c’era lo specialista del calcio in culo pronto ad imboccarli l’ostia. Ma Spano un giorno si rifiutò d’eseguire quel rito e restò quindi al suo posto con lo specialista del calcio in culo che da sopra l’altare lo fissava mentre cantava: “t’adoriamo ostia divina, t’adoriamo ostia d’amor!” Che voleva significare: “quando torniamo nell’orfanotrofio facciamo i conti!” E una volta finita la messa appena giunti nel refettorio dopo aver detto le preghiere, perché prima bisogna sempre pregare, e mentre tutti si stavano per sedere per la colazione lo specialista del calcio in culo si avvicina a Spano gli afferra l’orecchio e glielo contorce e nello stesso tempo gli dice: “perché non hai fatto la comunione? Perché non hai seguito tutti gli altri ragazzi e te ne sei stato solo, soletto seduto nel banco in segno di sfida? Queste cose non si fanno perché io te le faccio pagare caro”. E contorceva ancora l’orecchio di Spano che gridava dal dolore e si piegava in avanti ed a quel punto lui gli molla l’orecchio ma soltanto per dare un saggio della sua specialità che è il calcio in culo, e calciando e ricalciando l’accompagnò fuori al refettorio per fargli saltare la colazione. E con la pancia vuota è costretto ad andare a scuola e rimanere fino alle due e mezzo poi farsi quella salita per arrivare in cima all’orfanotrofio e finalmente verso le tre del pomeriggio può mettere qualcosa nello stomaco. Un’altra mattina Spano era così stanco e stufo di quelle messe che si nascose nel bagno per non andarci, ma al ritorno dalla messa il guappo di Salerno gli disse: “non ti ho visto in chiesa, dove sei stato?” La risposta di Spano fu pronta: “sono stato nel bagno perché avevo un forte mal di pancia”. Ma lui lo canzonò: “il signorino aveva il mal di pancia scommetto che adesso ti è passato, non del tutto mi fa ancora male” replicò Spano. “Male o non male devi sapere che alla santa messa non devi mai mancare nemmeno da morto, perciò apri le mani” gli disse il guappo di Salerno e gli diede due forte bacchettate e continuò a fare il guappo: “siccome hai mal di pancia un po’ di digiuno ti farà bene perciò vai fuori al refettorio”. Spano non riusciva proprio a stare in quell’orfanotrofio, si sentiva come un uccello in gabbia, perciò parlò con i suoi compagni e domandò loro se c’era qualcuno disposto a tentare la fuga insieme a lui, ma molti rifiutarono, Zaffiro un ricciuto calabrese rispose senza mezzi termini: “non ci penso nemmeno! Cosenza che è la mia città è molto lontana.” Anche Ciro colui che rideva sempre questa volta non rise ma molto serio disse: “verrei volentieri con te ma Caserta è difficile da raggiungere!” Petrelli un ragazzo pugliese aggiunse: “anche per me raggiungere Brindisi non è facile, figuriamoci io che devo arrivare fino a Campobasso” disse Colella un ragazzo così alto da sembrare un gigante che balbettava nel parlare e balbettando augurò buona fortuna a Spano. Orrù alzò le mani in segno di resa: “per me la fuga è impossibile non posso mica andare a nuoto ad Oristano in Sardegna.” Greco il napoletano spiritoso anche lui non ci pensava nemmeno a fuggire e sconsigliò Spano a farlo dicendogli: “ma dove vuoi fuggire? Anche se arrivi al tuo paese, tua madre ti porterà di nuovo qui non vedi che non ti viene a prendere nemmeno alle vacanze figuriamoci se ti tiene per sempre a casa. La tua fuga è senza via d’uscita o ti prendono i carabinieri per strada oppure ti riporta tua madre”. “Ma io non ce la faccio più a stare qui dentro, esco matto, devo andare via a tutti i costi” e quando sembrava che dovesse andare via da solo Biscaglia un ragazzo della terza avviamento di Potenza disse: “vengo con te”, e così i due la mattina presto sempre con le lenzuola attaccate alla finestra si calarono giù e via di corsa verso la libertà. Fecero un bel tratto di strada di campagna giusto per allontanarsi un po’ dal paese, ma poi per non perdersi tra quelle montagne furono costretti a prendere la strada asfaltata molto più comoda ma anche più rischiosa perché i carabinieri ormai avvertiti da un momento all’altro con la loro camionetta potevano piombare su di loro perciò facevano massima attenzione appena sentivano un rumore d’automobile subito si nascondevano dietro qualche albero. Per fortuna le automobili che passavano erano poche e così la fatica di correre ogni volta per la campagna per nascondersi era di meno. Chiedere un passaggio era la cosa più pericolosa perché certamente quell’automobilista per non passare guai li avrebbe portati direttamente alla caserma dei carabinieri di Brienza un paesino a pochi chilometri di distanza. Perciò decisero di fare affidamento solo ed esclusivamente sulle loro forze. Quando ormai si è alle porte del paese riprendono la strada di campagna per passare di più inosservati però facendo bene attenzione a non perdersi, e quando il paese era lontano ritornarono sulla strada asfaltata, camminavano di buon passo non si sentivano per niente stanchi forse era la gioia di sentirsi un po’ liberi che gli dava la forza e il vigore. Non si fermarono neppure un po’ e si davano coraggio a vicenda dicendo l’uno all’altro: “dai vedrai che ce la facciamo”. “Una volta giunti a Potenza” diceva Biscaglia “anche per te è fatta perché potrai dormire a casa mia e poi la mattina dopo raggiungi Tricarico con il pullman, per il biglietto non ti preoccupare ci pensa mia madre che ti accoglierà a braccia aperte. Ma ora facciamo un ultimo sforzo perché dobbiamo arrivare prima del tramonto altrimenti con il buio tutto si complicherà”. Spano fu molto contento di aver sentito dire che la madre di Biscaglia l’accoglierà a braccia aperte, ma poi la contentezza venne meno pensando invece che sua madre non gli avrebbe riservato la stessa accoglienza, ma l’avrebbe accolto gridandogli contro: “disgraziato che guaio grosso hai combinato! Hai lasciato il pane sicuro per venire qui dove sono più i giorni che si digiuna di quelli in cui si può mangiare qualcosa”, lui avrebbe cercato di convincerla dicendole che la vita in quell’inferno d’orfanotrofio era impossibile anche lì erano più i giorni che digiunava di quelli in cui riusciva a mettere qualcosa sotto i denti, un po’ perché il mangiare faceva schifo un po’ perché lo facevano digiunare per punizione. E come se non bastasse lo riempivano di schiaffi, pugni calci e tante ma proprio tante bacchettate. Ma lui era convinto che quelle parole non sarebbero bastate per convincere sua madre che mai e poi mai avrebbe creduto al suo racconto, e anche se gli avesse creduto, avrebbe certamente detto: “ben ti sta, vuol dire che le meritavi perché nessuno dà le botte senza un motivo. Si vede che per educarti non bastavano le parole e hanno trovato un sistema adatto per te”. E anche lei si sarebbe fatta scudo di quel proverbio antico, roba da medioevo, ma ancora molto in uso ai giorni nostri: “mazza e panelli fanno i figli belli!” Ma Spano mormorava: “vorrei vedere quelli che fanno gli spiritosi prendere le botte e poi sentirli dire se anche sulla loro pelle va bene quel proverbio”. Ma tutto quello che Spano pensava sull’accoglienza della madre svanì di colpo quando a Tito un paese vicino Potenza furono presi dai carabinieri, tentarono anche la fuga ma non ci fu niente da fare, dopo un’affannosa corsa i carabinieri li presero dandogli anche degli schiaffi. E verso le cinque del pomeriggio di quel quattro aprile del 1962 una data questa che non dimenticheranno più nella loro vita furono consegnati al buon pastore dai carabinieri che dissero: “sono terribili questi due ragazzi! Ci hanno fatto penare prima di prenderli, secondo noi meritano una severa lezione”. E il buon pastore non disse: “facciamo festa perché ho ritrovato le mie pecorelle smarrite”, e non fece neppure il padre misericordioso dicendo: “ammazzate il vitello più grosso perché questi miei figli erano morti e sono tornati in vita, erano perduti e sono stati ritrovati”. Prese invece alla lettera il consiglio dei carabinieri: “questi due ragazzi meritano una lezione!” E così fu, il buon pastore incominciò a dare schiaffi e nello stesso tempo gridava: “delinquenti!” Spano e Biscaglia cercavano di proteggersi il viso con le mani, ma lui proprio il viso cercava per fargli uscire il sangue dalla bocca e dal naso e dopo un po’ ci riuscì. Poi incominciò a tirare calci, li buttò per terra e continuò a tirare calci all’impazzata. E mentre quei due poveri ragazzi urlavano dal dolore, nel refettorio tutti i ragazzi erano impietriti, nessuno fiatava ma guardavano inorriditi quella belva scatenata che mandava il messaggio a tutti: “Guardate bene la fine che fanno i fuggiaschi, vediamo se tra di voi c’è qualcuno che vorrà imitarli”. E poi si mise a fare la solita predica: “questo è il ringraziamento per il bene che vi facciamo, l’educazione che vi diamo, i sacrifici che ogni giorno facciamo per farvi studiare e insegnare un mestiere. Questi sono i risultati abbiamo dei delinquenti che hanno anche il coraggio di fuggire davanti ai carabinieri, voi siete la vergogna dell’orfanotrofio, ma io vi mando nella casa di correzione, delinquenti che non siete altro, voi avete bisogno non di educatori ma di carcerieri che alla prima occasione vi spaccano la testa con il manganello”. Poi chiamò il guappo di Salerno e disse: “rinchiudili nella cantina e dagli soltanto pane e acqua!” E per cinque giorni Spano e Biscaglia stettero in quella cantina umida e al buio dove non si capiva se era giorno o notte, e dove aspettavano con ansia la decisione del buon pastore che voleva mandarli in casa di correzione ad Avigliano dove era gia finito Ferrone qualche anno prima. Ed a Spano venne alla mente quel suo caro e sfortunato compagno: “chissà” si chiese, “dov’é in questo momento sarà ancora rinchiuso nella casa di correzione d’Avigliano o sarà tornato a casa?” E mentre era afflitto nel pensare a lui, il buon pastore decise che per quei due ragazzi cinque giorni rinchiusi nella cantina a pane e acqua potevano bastare non c’era bisogno di mandarli nella casa di correzione. Però li tennero d’occhio in un modo asfissiante e alla prima occasione li riempiono di schiaffi pugni, calci e le solite bacchettate. Biscaglia scrisse alla madre dicendo: “in questa prigione non resisto più, non fanno altro che darmi botte e farmi digiunare, voglio tornare a casa al più presto”. E la madre molta preoccupata per le parole del figlio non se lo fece ripetere due volte, andò subito a prenderlo e così lui lasciò per sempre quel luogo di tortura. Anche Spano scrisse a sua madre ma non per andarsene per sempre perché già sapeva che mai e poi mai lo avrebbe accontentato, ma soltanto per dirle di farlo andare almeno in vacanza giusto per respirare un po’. E quando lo specialista del calcio in culo distribuiva la posta lui sperava con il cuore in gola di avere una lettera, invece ogni giorno era una tremenda delusione. Gli altri ragazzi gioivano perché ricevevano la famosa lettera di responsabilità che gli dava il diritto di tornare alle loro case per le vacanze, (e mentre per loro anche quei giorni ancora duri da passare erano più sopportabili perché non facevano altro che pensare a quel grande evento), Spano invece masticava amaro perché capiva che quella lettera che non arrivava voleva significare che anche quella vacanza la doveva trascorrere nell’orfanotrofio. E per lui quei giorni erano pesantissimi da passare, di studiare non ne voleva sapere, odiava quei libri ma più di tutto odiava stare ore e ore seduto in quello studio che trovava insopportabile. A scuola andava male e come al solito il professore di matematica non faceva altro che dare ceffoni per un nonnulla. Un giorno entra in classe tutto arrabbiato e per un piccolo mormorio che aveva sentito lui grida: “chi è che ha parlato?” E guardava tutti gli alunni che nel frattempo erano ammutoliti: “dai forza, ditemi chi stava parlando”, e si andò a sedere alla cattedra, e non ricevendo risposta gridò: “Spano vieni qui e dimmi chi ha parlato”, “professore non lo so” disse Spano, “non lo sai? adesso te lo faccio sapere io” rispose e si alzò dalla cattedra tutto infuriato e gli molla un forte ceffone: “su parla disse, ma non ottenendo risposta gli mollò un altro ceffone”. Chiamò Ciro il suo compagno di banco “dimmi chi ha parlato”, ma anche lui disse: “non lo so” e il professore gli diede un ceffone e poi un altro ancora. Poi si rivolse a Petrelli: “vieni qui e dimmi, sei stato tu a parlare, no, non sono stato io e allora dimmi, chi è stato? , non lo so”, e anche Petrelli prese due forti ceffoni e il professore grida a tutti e tre: “state in riga che adesso vi faccio vedere io se non esce chi ha parlato, Sarlo fatti avanti anche tu, voglio il nome di chi ha parlato, professore non ho sentito nessuno, adesso ti faccio sentire io” e per tutta risposta dà anche a lui la sua razione di schiaffi, poi ricomincia daccapo: “Spano su parla non fare il duro che io ti squaglio” e non ricevendo risposta lo prese di nuovo a schiaffi, e così via, via a tutti gli altri, poi tentò con Greco ma non ottenne niente, Autilio: “vieni anche tu che certamente sai qualcosa, invece vi sbagliate” disse, “adesso ti faccio vedere io chi si sbaglia” rispose il professore che gli diede non due ma quattro schiaffi uno dietro l’altro, e poi si rivolse ad Arlotta: “muoviti e di corsa” e lui andò con il suo sorriso sul viso ma quando il professore lo prese a schiaffi perché anche lui non parlava, per la prima volta uscì dal suo mondo incantato e fu proiettato in quella brutta realtà che gli fece perdere di colpo il suo sorriso. Il professore stava incominciando di nuovo a schiaffeggiare uno per uno perché voleva assolutamente che qualcuno parlasse e mentre Spano già si stava preparando al peggio per sua fortuna il Direttore aprì la porta e chiamò suo figlio il quale rivolto agli alunni disse: “non muovetevi che fra poco faccio ritorno!” Invece i minuti se pur lentamente passavano qualche alunno si affacciò alla porta per vedere se veniva, ma padre e figlio stavano ancora in direzione a discutere animatamente e così passò quell’ora di matematica con grande sollievo per gli alunni. Un altro giorno quando ormai stava per concludersi quell’anno scolastico il professore di matematica era meno arrabbiato del solito e disse rivolgendosi agli alunni: “ho portato l’ultimo compito in classe che avete fatto! Mi congratulo con voi, noto con piacere che apprendete e migliorate ogni giorno di più. Ed io con molta gioia vi annuncio che sono stato piuttosto di manica larga nei voti. Ho voluto così premiarvi per l’impegno che mettete nello studiare”. Ogni alunno guardava incredulo il proprio compagno di banco per avere la conferma se avesse sentito bene. Ed erano molto contenti per quella notizia così inaspettata perché molti di loro già pensavano di essere rimandati in matematica, ma “quel sono stato piuttosto di manica larga” arrivato all’ultimo momento rappresentava un’ ancora di salvataggio e già pregustavano la promozione, ma quando il professore incominciò a leggere i voti due, tre, due, tre, l’aula si raggelò solo qualcuno ebbe la forza di dire: “è stato di manica larga, e sono tutti, due, e tre, e se fosse stato di manica stretta che voto dovevamo avere?” Uno dei pochi a non rimanere deluso era Spano che già sapeva da tempo di essere rimandato, il professore glielo ripeteva sempre, ogni volta che l’interrogava e lo mandava al suo posto con un brutto voto e due schiaffi in faccia che non mancavano mai: tu verrai a settembre! Oltre che in matematica Spano fu rimandato in altre quattro materie anche gli altri compagni di classe furono rimandati in più materie, di promossi non ce ne fu neppure uno. Dopo l’amarezza del risultato scolastico, quando ormai non ci sperava più, arriva la tanto sospirata lettera di responsabilità che la madre mandò al padre Rettore, e l’inatteso ritorno a casa avvenne il mattino successivo. La gioia era tanta che di corsa fece quella strada che separa l’orfanotrofio dalla piazza, dove prese subito quel pullman che incominciò a fargli male. L’autista gli diede delle buste dicendogli: “se ti viene da vomitare mi raccomando fai un buon uso perché non mi devi sporcare neppure un po’ il pullman”. E Spano ben presto vomitò, quel viaggio per lui fu uno strazio, arrivò a Potenza sfinito anche perché quella mattina essendo partito presto non aveva fatto colazione. A Potenza doveva attendere l’una e mezza per prendere il pullman per Tricarico e in tutto quel tempo non poteva mettere niente nello stomaco perché non aveva una lira nemmeno per comprare un po’ di pane. Se ne andò quindi nella sala d’attesa della Sita e lì si addormentò svegliandosi qualche minuto prima della partenza. Dopo un po’ di strada incominciò a stare male, gli veniva da vomitare ma siccome non aveva mangiato niente, dalla bocca gli usciva soltanto un po’ di saliva. Verso le quattro arrivò a Tricarico molto indebolito si diresse verso casa e subito dopo aver abbracciata sua madre era così stanco che non volle mangiare ma si buttò sul letto e si svegliò soltanto la mattina dopo. Quel penoso viaggio del giorno prima fu ben presto dimenticato perché Antonio rivide i suoi vecchi amici Agostino, Mario e Fortunato che gli dissero che lo trovavano molto cambiato, perché prima era molto chiacchierone e sempre sorridente, adesso invece parla poco e non sorride mai. “Ma cosa ti è successo?” domandarono, e lui accennò un po’ alla sua vita nell’orfanotrofio, dove veniva maltrattato insieme agli altri ragazzi che avevano la sventura di essere rinchiusi in quella prigione. Le lunghe ed interminabili ore di silenzio a cui erano sottoposti, costretti a stare sempre seduti nello studio curvi sui libri, e la conseguenza era che a scuola andavano tutti male, e trovava insopportabile il fatto che si doveva pregare dalla mattina alla sera ed ancora più odioso era che per la minima sciocchezza davano per punizioni tante bacchettate sulle mani, schiaffi, pugni, calci, e ore e ore da trascorrere in ginocchio nel corridoio. “Ma non voglio rattristarvi ancora di più con le mie disavventure, voi piuttosto cosa fate?”. Gli amici incom
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