Le delizie di un orfanotrofio




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Le delizie di un orfanotrofio


Il turista che arriva a Tricarico (piccolo paese tra Potenza e Matera) non fa che dire: qui è tutto bello! Ad incominciare dalla torre e collegata ad essa la chiesa di santa Chiara e il convento delle suore, dove c’è l’asilo e le scuole magistrali per le ragazze del paese e dei paesi vicini che per studiare stanno tutto l’anno nel convento. E se il turista continua a dire che è tutto bello, per chi ha un po’ di sensibilità invece è brutto vedere dietro le finestre con tutte quelle sbarre di ferro come se fossero in prigione le convittrice tristi e malinconiche. E con ragione, come si fa ad essere allegre e gioiose, dietro quelle sbarre? Si dice che gli uccelli in gabbia lentamente muoiono, perché hanno bisogno di libertà, sono nati per essere liberi, ed è contro natura tenerli prigionieri in una gabbia. Basta vederli gli uccelli liberi volano all’impazzata, in un attimo appaiono e poi all’improvviso scompaiono. Eccoli di nuovo sulle nostre teste che fanno un girotondo, e cinguettando sembrano che vogliano dirci: guardate come siamo felici! Poi stanchi si posano un po’ sulla torre, ma è un attimo perché subito ricominciano a volare di nuovo nel cielo infinito. E se agli uccelli giustamente si riconosce il diritto ad essere liberi, perché lo stesso diritto non si riconosce a delle ragazze nel pieno della giovinezza, proprio quando si ha voglia di saltellare, di correre, ballare con il proprio ragazzo, poi baciarlo stringerlo a se e gridare al mondo la propria felicità? Perché a queste belle ed esuberante ragazze le si nega il diritto alla libertà, alla vita e le si obbliga a stare chiuse in quel convento e uscire soltanto un’ora al giorno per la solita passeggiata? Naturalmente in fila e con due suore una a capo e l’altra in coda che vigilano, forse temendo che qualche ragazza scappi e vada incontro alla libertà, al divertimento, alla gioia di vivere, ed è per questo che loro fanno le carceriere. Il turista attratto dal bello, affascinato da quei monumenti, certe bruttezze non le nota. Oppure anche se le nota fa finta di non vederle, non vuole rovinare quel suo bel vedere, quel momento incantevole e magico per dei dettagli, per delle cose secondarie, che non hanno nessuna importanza, come può essere la prigione per delle convittrice. Perciò lui sorvola a tutto questo e prosegue godendosi quel bel percorso, ammirando la chiesa di sant’Angelo, san Francesco, la piazza Garibaldi, il palazzo ducale, la piazza vescovile, i rioni Rabatana e Saracena, il bel viale alberato che porta al convento di sant’Antonio. Dove però è dentro che c’è la bruttezza con le suore che gestiscono l’ospizio per poveri vecchi abbandonati e l’orfanotrofio per bambine che avrebbero bisogno dell’affetto dei propri cari per crescere in serenità, invece non avendo di che mangiare a casa loro i genitori le vanno a rinchiuderle. Il turista prosegue il suo giro e giunge al convento del Carmine dove ci sono dei monaci che hanno deciso di vivere in povertà liberamente senza che nessuno glielo ha imposto, e finché è una loro scelta si può anche accettare, il brutto è quando si costringe gli altri a fare una vita non desiderata, come i vecchi abbandonati che non fanno altro che lamentarsi dicendo: è proprio vero, un genitore campa dieci figli, dieci figli non campano un genitore. Le orfanelle costrette a separarsi dai propri genitori piangendo a dirotto e le convittrice che al contrario delle altre ragazze che possono incontrare dei ragazzi, loro invece li vedono con il cannocchiale. Il turista dopo la bella ed istruttiva camminata tra strade, viuzze, chiese e conventi, ha tanta fame e non gli resta che gustare i prodotti tipici del paese: la salsiccia con quel po’ di piccante che fa anche bene, la focaccia, i formaggi e tanta frutta a volontà, da mangiare nell’immenso e incantevole bosco di Fonti. E con la pancia piena si può anche suonare, cantare ed imitare quel cantante famoso che gridava: ma guarda intorno a te, non vedi che è tutto meraviglioso! Ed incominciava a fare una lunga seria di meraviglie che ci sono al mondo. Il cielo è meraviglioso, così pure la terra, il mare, le montagne, fin qui possiamo essere d’accordo, ma non lo siamo proprio quando dice: è meraviglioso persino il tuo dolore! Ma è scandaloso dire una cosa simile ad una persona povera che sta soffrendo perché non ha di che mangiare. Invece il turista, il cantante non hanno ritegno e con la sfacciataggine che li contraddistingue loro lo dicono, e per chi non ha capito bene lo ripetono: tu morto di fame sei meraviglioso! E la solita storia che si ripete da secoli, il ricco che gode nel vedere soffrire il povero, il forte che si beffa del debole e ride su di lui. A Tricarico poi si fanno le cose in grande, ognuno prende in giro l’altro, qui la gente non è conosciuta per il suo cognome, ma si può dire che è famosa con il suo soprannome. A sant’Angelo dove abita, la famiglia di Antonio Spano è chiamata “lucciared” (lumicino) forse perché in quella povera casa come luce a malapena avevano una piccola candela. E Antonio quando litigava con i suoi amici si arrabbiava tanto quando costoro lo sbeffeggiavano canticchiando: luccica, luccica viene da me, ti darò il pan del Re, pan del Re e della Regina luccica, luccica stammi vicino. I suoi vicini di casa sono “stancarid”(stanco) probabilmente non faceva altro che lamentarsi: sono stanco! E se è sacrosanto dire che le colpe dei padri (se di colpe si può parlare) non devono ricadere sui figli, a Tricarico invece a patire le conseguenze erano proprio i figli. Ed il figlio di “stancarid” Michele veniva insultato: u ciocc stanch ( l’asino stanco) poi c’era “pisciafuch” (piscia fuoco) evidentemente la notte prima di andare a dormire per spegnere il fuoco ci pisciava sopra. “Cauzlungh” (calzoni lunghi), “murticid” (bambino morto) in quella casa più di un bambino di sicuro era morto, “fasced” (scintille) quando accendeva il fuoco le scintille arrivavano dappertutto, “mangiafarnata” (mangia polenta) non faceva altro che abbuffarsi di polenta, “robaciocc” (ladro d’asino) non poteva mancare chi veniva accusato di aver rubato degli asini. E nella piazza tutti si divertivano su di un uomo che aveva dei problemi psichici, si chiamava Antonio soprannominato “u pesc.” Antonio fai una pernacchia? e Antonio faceva la pernacchia, Antonio recita fata Aurora? e Antonio recitava: c’era una fata di nome Aurora, ella appare ogni mattina lì sui monti e nei campi in fiori, e splendente come l’oro, annuncia il giorno gridando a tutti: a lavoro! Tutti quelli che circondano “u pesc” muoiono dal ridere specialmente quando gli dicono: “u pesc” incomincia tu ad andare a lavorare! E lui risponde: in culo alla fatica! E poi si continua a ridere dopo che lui ha recitato padre Pasquale: sono una povera vedovella che si vuole confessare, vai via tentazione dell’anima mia, ma se insisti e vuoi la benedizione devi baciarmi i coglioni. E se nella piazza tutti passano il tempo divertendosi alle spalle d’u “pesc” i ragazzini per le vie del paese insultano e tirano le pietre contro Peppe “vuott-vuott”, un pover’uomo alcolizzato che non si regge in piedi. E’ magrissimo, ha la barba lunga, un cappello molto sporco in testa i pantaloni strappati che sono così lunghi e larghi che dentro puoi metterci due “vuott-vuott”. Anche la giacca e lunga, larga e tutta sdrucita, porta sempre le scarpe tutte rotte e slacciate che quando cammina fuoriescono dai piedi. Quei ragazzi gli rendono la vita impossibile e lo costringono a rifugiarsi in quel tugurio dove abitava in fondo al paese. Le mamme dei ragazzi quando li dovevano rimproverare perché erano disordinati non facevano altro che dire: somigli a Peppe “vuott-vuott”. Ma di poveri in quel paese non c’è soltanto Peppe vuott-vuott ma erano in molti tra cui la famiglia di Antonio. In quella povera casa mancava persino il pane e lui di fronte ai morsi della fame non gli restava altro da fare che gridare: voglio il pane! E lo grida ancora di più uscendo di casa, con il temporale che impazza, lui si va a mettere addirittura sotto il canale che dal tetto porta giù sulla sua testa tanta di quell’acqua da sembrare una cascata. E continua a piangere e gridare: voglio il pane! E la madre non lo può accontentare perché in casa non c’è nemmeno una mollica e i soldi sono finiti da un pezzo. L’unica entrata in quella povera casa era la pensione d’invalidità che prendeva la madre di Antonio che si chiamava Teresa, aveva quarantacinque anni e per la sua obesità si muoveva poco e niente. Suo marito Maurizio che aveva cinquant’anni faceva il contadino, ma si era così distrutto a lavorare la terra che non voleva più andare in campagna e si rinchiudeva in casa e lì rimaneva immobile giorno e notte. In quella casa composta da due stanze una sopra dove si dormiva e una giù che faceva da cucina oltre ad Antonio vivevano altre quattro figli: Filomena, Maria, Nicoletta e Domenica. Ma ben presto per non farle morire d fame Teresa riuscì a farle rinchiudere nell’orfanotrofio di sant’Antonio e così quattro bocche da sfamare erano state sistemate. In casa rimaneva Antonio le cui grida di pianto: voglio il pane! erano frequenti e alla madre non rimaneva altro da dire: se vuoi mangiare vai tu dal salumiere a prendere un po’ di pasta e un po’ di pane naturalmente facendo i debiti. Ma il salumiere nel servirlo gli gridava: dillo a tua madre di venire a saldare il conto, altrimenti la prossima volta non vi do più niente, e diceva queste cose davanti a tutte le persone, che guardavano Antonio con una faccia che voleva dire: che gentaglia vogliono mangiare e non vogliono pagare! Antonio vedendosi quei visi addosso che sembravano pugnali si senti molto male, arrossì come un pomodoro e dalla vergogna piegò la testa e pian, piano uscì fuori dalla salumeria. E così la madre ricattava Antonio: se vuoi mangiare la pasta o il pane vai tu a comprarla, però da un altro salumiere ed altri ancora, ma la scena era la stessa. Con il salumiere che gridava che il conto andava saldato, le persone che guardavano, ma più che guardare pugnalavano Antonio che vergognoso si faceva piccolo, piccolo e andava via sgusciando tra le gambe delle persone. E se in quella casa mancava il mangiare figuriamoci se c’era un bagno perciò per i bisogni si andava alla latrina che faceva vomitare solo a vederla. Ma non c’era via di scampo o si entrava dentro con un grande sforzo di volontà e tappandosi il naso, oppure l’alternativa era quella di farsela nei pantaloni. In quella casa l’acqua era un lusso, e Teresa a fatica doveva recarsi alla fontana e ancora più faticoso era ritornare a casa con il barile pieno d’acqua sulla testa, inutile farsi aiutare da Maurizio che da quando aveva detto addio al lavoro se ne stava rinchiuso nella camera da letto. Antonio che era piccolo dava il suo contributo andando a riempire più volte al giorno delle bottiglie. La luce era un altro lusso da non potersi permettere e si stava al lume di candela e non si faceva altro che dire: speriamo che non si consumi! E invece si consumava e si rimaneva al buio. E quando non ci sono i soldi per mangiare e si sta a digiuno non si pensa che non ci sono i soldi anche per la candela, perciò si sta al buio e basta. E quando bisognava accendere il fuoco, quanta fatica! Teresa preparava la carta e poi faceva a pezzettini la legna, Antonio invece soffiava all’infinito con il fumo che lo soffocava e gli occhi che gli lacrimavano ma la piccola fiamma si spegneva. E si ricominciava tutto dall’inizio fin quando quel fuoco si accendeva, poi si mettevano dei pezzi di legno più grossi e quando erano troppo accesi per non farli consumare in fretta li si allontanavano gli uni dagli altri e poi per non farli spegnere li si avvicinavano un’altra volta e così si andava avanti per tutta la giornata. Si allontanavano e si avvicinavano al solo scopo di fare durare di più la legna, perché quando finiva erano altri dolori e siccome non c’erano i soldi per comprarla, si stava al freddo e con la neve alta un metro per non morire congelati si stava nel letto notte e giorno, Teresa e Maurizio a capo e Antonio a piedi e non si può dire di certo che questo era un bel vivere. Antonio nell’ottobre del 1954 incominciava ad andare a scuola ma tra quei banchi fa una fatica a starci lui che era stato sempre in mezzo alla strada camminando scalzo sia d’inverno che d’estate e non si contano i vetri che si erano conficcati nei suoi piedi che erano quasi sempre gonfi e pieni di pus per l’infezioni prese. La madre per poterlo mandare a scuola dovette ancora una volta fare dei debiti per comprargli il suo primo paio di scarpe. Ma Antonio piangeva e gridava, questa volta non perché voleva il pane, ma piangeva e gridava perché non voleva le scarpe, non sapeva camminare, con quelle corazze ai piedi inciampava e cadeva e vedendo la madre ridere si sentiva ridicolo e preso in giro, e non si sentiva a proprio agio nemmeno con il grembiulino. Era così pieno di vergogna che i primi giorni la madre per farlo andare a scuola lo doveva accompagnare sotto lo scialle per non farsi vedere da nessuno. Perché secondo lui vestito in quel modo somigliava ad un pagliaccio. A scuola poi la maestra non lo accoglieva mica con un sorriso, con dolcezza, con le buone maniere, al contrario era una scocciatrice antipatica al cento per cento. Spano fammi vedere le mani e gridava come una pazza isterica: Gesù come sono sporche! Madonna mia che unghie nere che hai? E per qualsiasi cosa che non andava gridava rivolgendosi al suo Gesù o alla madonna forse per avere da loro un aiuto o addirittura un miracolo, speriamo che oggi Spano non venga a scuola e il miracolo in più di una occasione avveniva. Antonio molte volte entrava a scuola dalla porta e se ne usciva dalla finestra. Una volta nella strada si toglieva il grembiulino e le scarpe, si metteva a proprio agio, tirava un sospiro di sollievo per la libertà riconquistata e si metteva a correre felicemente per la campagna. Molte volte passava intere giornate in mezzo alle montagne di rifiuti alla periferia del paese, cercando dei pezzi di ferro e di alluminio e dopo aver scavato con le mani tra quei rifiuti che puzzavano da fare vomitare, fra tante zanzare che sembravano divertirsi a pungerlo, con quel caldo da fare crepare e dopo tanto lavoro Antonio con il suo prezioso carico si recava dal fabbro, il quale per fare vedere la sua onestà pesava il ferro e l’alluminio, poi faceva dei conti e alla fine nelle mani di Antonio andavano poche lire, che non gi bastavano neppure per comprare delle caramelle, per addolcire un po’ quella bocca resa amara da una giornata durissima di lavoro. Altre volte insieme ad altri due bambini Agostino e Mario due suoi amici inseparabili si recavano nella vigna del convento di sant’Antonio e strisciando per terra (per non farsi vedere specialmente Antonio per via delle quattro sorelle rinchiuse nell’orfanotrofio) arrivavano fin sotto l’albero delle mele e delle pere facevano delle scorte e scappavano via. Ma molte volte le suore li scoprivano e l’inseguivano con la scopa in mano, gridando: al ladro, al ladro! Altro che pane per i poveri di sant’Antonio come stava scritto in bella evidenza sul portone del convento, se acchiappavano quei piccoli affamati quelle suore gli avrebbero di certo spezzato la scopa sulla schiena. Ma per fortuna riuscivano a fuggire Antonio e Mario con una certa facilità essendo magri e quindi scattanti e veloci, Agostino invece con una certa difficoltà e con molto affanno perché essendo grasso era molto lento nel correre. I guai per Agostino non finivano mai, se sfuggiva per un soffio dal farsi spezzare la scopa sulla schiena dalle suore, bastava che facesse un po’ di ritardo la sera nel tornare a casa che il padre affacciato alla finestra appena lo vedeva arrivare, si slacciava la cintura dei pantaloni e dopo un po’ le grida di pianto di Agostino si sentivano per tutto il vicinato. E la vecchietta che era appena uscita dalla chiesa dopo essersi confessata e comunicata quindi ben disposta verso il prossimo, approvava senza indugio e con ampi gesti del capo quelle cinghiate che Agostino stava prendendo e da vecchia saggia concludeva dicendo: mazze e panelli fanno i figli belli! Antonio non aveva mai viaggiato e finalmente la madre lo stava portando in piazza quella mattina presto per prendere il pullman che li doveva portare a Foggia in pellegrinaggio alla Madonna dell’Incoronata. Antonio era molto eccitato per quel suo primo viaggio, durante la notte non aveva chiuso gli occhi, perché non vedeva l’ora di partire. Quel magico momento sembrava arrivato, l’autista aveva già messo in moto il pullman si aspettava soltanto il proprietario che doveva farsi pagare dai pellegrini e dare il via alla partenza. Rocco, questo era il nome del proprietario, era un vecchio signore di statura bassa ma piuttosto robusto, aveva due grossi baffi e nonostante che fossero le cinque del mattino già barcollava un po’. Si vedeva eccome che qualche bottiglie di vino l’aveva gia mandate giù! Non faceva altro che gridare e brontolare, poi incominciò a fare i biglietti, quando arrivò vicino a Teresa e suo figlio lei pagò solo un biglietto ma Rocco incominciò a gridare: signora anche suo figlio paga! La ditta non fa né regali e né sconti. Teresa rispose : “il bambino non paga perché non supera il metro d’altezza” “per me lo supera eccome” e borbottando tirò fuori il metro che portava sempre con se, misurò Antonio, “ecco vedi che supera il metro?” disse Rocco, ma Teresa con tutta la calma di questo mondo rispose: “lo vedo benissimo che mio figlio non ha superato il metro d’altezza!” “Signora, lei mi vuole fare innervosire?” gridò Rocco, “si decida o paga il biglietto per suo figlio o scende dal pullman, io non scendo e non intendo pagare” replicò Teresa. “Adesso ti faccio vedere io se non scendi dal pullman” e così dicendo Rocco afferrò Antonio per un braccio per cercarlo di tirarlo giù ma fu altrettanto svelta Teresa ad afferrare l’altro braccio di Antonio e lo tratteneva sul pullman. Per un po’ ci fu un ondeggiare di Antonio un po’ verso Rocco che bestemmiava come un dannato e un po’ verso Teresa che diceva: “io questa ingiustizia non la mando giù!” sembrava un tiro alla fune, ma ben presto Teresa ebbe la meglio, si piazzò in mezzo al pullman e con tutto il suo enorme peso che superava i cento chili tirava così forte il braccio del figlio che Rocco non riusciva più a smuoverlo di un centimetro, tentò un ultimo sforzo ma poi molto affaticato capì che mai e poi mai ce l’avrebbe fatto. Perciò mollò la presa e fu un bene per Antonio perché fra quelle due teste dure c’era il pericolo per lui che si staccasse un braccio. Ma Rocco gridò come un matto: “il pullman non parte se quei due non scendono!” Evidentemente cercava l’aiuto degli altri pellegrini che non si fece attendere, e si scagliarono tutti senza eccezioni contro Teresa dicendo: “e la solita guasta feste, vuol viaggiare senza pagare il biglietto! Ma chi si crede di essere la padrona del pullman? Per colpa sua noi rischiamo di non partire.” Queste erano alcune frecciate rivolte dai pellegrini verso Teresa che per non sentirli più afferrò il figlio per la mano e lo trascinò via. Il pullman partì con quei pellegrini soddisfatti della loro buona azione, erano riusciti a non far fare il suo primo viaggio ad un bambino e perciò cantavano gioiose: andiamo a Foggia a trovare la Madonna che la grazia ci farà! Ed a sera inoltrata quei pellegrini ritornavano sempre cantando: siamo stanchi del cammino ma siamo felici perché siamo andati e siamo venuti tanta grazia abbiamo avuto! Molte volte ad Antonio gli veniva il mal di denti e non faceva che piangere giorno e notte. Teresa non gli poteva comprare delle medicine perché per loro la farmacia era un luogo inaccessibile, entrarci era un lusso che non si potevano permettere e per rimediare Teresa non trovava di meglio che fargli mettere un pezzetto di sale sotto il dente ma il dolore non se ne andava e lui non faceva che piangere fino allo sfinimento. Antonio per non essere ripreso dalla maestra che voleva sempre vedere le mani e le unghie pulite non faceva altro che recarsi alla fontana dove si lavava accuratamente e si asciugava sul pantalone, poi si recava a scuola contento come se avesse compiuto una buona azione. Ma la contentezza durava poco perché Antonio se non veniva rimproverato per le mani sporche, la maestra lo rimproverava perché non portava i compiti. E come poteva portare i compiti se non possedeva un quaderno? Questo era un altro lusso che sua madre non poteva soddisfare perché come al solito se c’era una lira in quella casa doveva servire per comprare il pane e la pasta per la loro sopravvivenza. Per fortuna il libro lo aveva dalla scuola ma non lo poteva utilizzare perché un’altra caratteristica della loro casa era il buio e per leggere come si sa ci vuole almeno un po’ di luce. Perciò Antonio per non rattristarsi a sentire quella maestra che non faceva altro che rivolgere la testa verso l’alto e dire: Gesù mio abbi pietà di lui! Madonna santissima: abbi misericordia di lui! Aveva preso quella bella abitudine di entrare dalla porta ed uscire dalla finestra con un bel salto e via di corsa libero e felice per la campagna accompagnato soltanto dal cinguettio degli uccelli. I primi due anni di scuola tutto sommato anche se a fatica passarono in fretta. Per Antonio fu un po’ più amaro l’inizio dell’anno scolastico del 1956 non trovò più quella maestra che voleva le mani e le unghie pulite e si rivolgeva sempre al suo Gesù e alla Madonna affinché provvedessero loro a raddrizzare quel monello. A sostituirla venne un altro maestro che non era di Tricarico ma veniva da un paese della Campania e forse proprio perché veniva da un paese così lontano era sempre arrabbiato, si vedeva eccome, che non aveva gradito quel trasferimento in quel paese sperduto della Basilicata dove si sentiva un confinato e sfogava questa sua rabbia sugli alunni a cui dava delle bacchettate per il solo fatto di non stare attenti quando lui spiegava la lezione. E Antonio che già in quella tenere età aveva provato tanti dolori: il dolore della fame, del freddo, il dolore dei vetri sotto i piedi, adesso provava il dolore delle bacchettate e come se non bastasse quell’inverno del 1956 fu molto rigido, nevicava sempre notte e giorno sembrava che il paese dovesse essere sepolto dalla neve. Per molti giorni fu isolato, mancava il cibo poi finalmente con gli elicotteri buttarono giù nei pressi del convento di sant’Antonio pacchi e pacchi di alimenti. Molte persone tentarono di impadronirsi e di portarseli a casa ma venivano inseguiti dalle guardie e per non passare per ladri dovevano mollare tutto, e quei pacchi furono portati tutti al comune e per distribuirli ci fu una ressa mai vista prima. Antonio quell’inverno per il troppo freddo e la fame subita cadde malato e per molto tempo dovette stare a letto. La febbre non gli passava, senza una medicina e con poco cibo lui si sentiva sempre più debole e sembrava che quell’inverno dovesse essere l’ultimo per lui e quando sembrava già spacciato, forse per un miracolo si riprese. L’estate successiva e precisamente nel mese d’Agosto per un bel gruppo di bambini tra i più poveri del paese ci fu la possibilità di farli andare in colonia a Nova Siri un piccolo paese sul mare in provincia di Matera. La madre ci teneva tanto a mandarlo in colonia perché almeno per un mese avrebbe mangiato bene e a sazietà ogni giorno. E poi dopo la malattia invernale il mare gli avrebbe giovato molto alla salute. E per Antonio dopo il mancato viaggio per il pellegrinaggio alla Madonna dell’incoronata a Foggia c’era la concreta possibilità per la prima volta in vita sua di uscire dal suo paese e andare in un altro luogo. Lui già fantasticava per quel suo bellissimo e lungo viaggio perché Nova Siri l’aveva appena sentito nominare. Pensava che si trovasse in capo al mondo e non nella stessa Basilicata e il mare non l’aveva mai visto lo sognava giorno e notte e non vedeva l’ora di tuffarsi, perché lui sapeva tuffarsi e nuotare, l’aveva imparato alla fontana vecchia. Un luogo non molto lontano dal convento di sant’Antonio in piena campagna, dove le donne del paese andavano a lavare i panni perché lì c’era un lavatoio comunale e anche una grossa vasca piena d’acqua, dove gli animali andavano ad abbeverarsi e i bambini ne approfittavano per tuffarsi e nuotare. Ma Antonio ancora una volta dovette rimandare il suo primo viaggio, non faceva parte del gruppo di bambini che dovevano andare a Nova Siri. Le madri degli esclusi protestarono duramente gridando e imprecando contro il sindaco che invece di scegliere tra i più poveri aveva favorito i suoi amici. L’unica difesa del sindaco fu quella di dire che gli esclusi faranno parte dell’altro gruppo che andranno in colonia il mese di settembre nel bosco di fonti ma questo non servì a consolare le madri degli esclusi perché il bosco di fonti è lì a due passi da Tricarico. In montagna si vive tutti i giorni dell’anno, andare al mare significava cambiare aria, ed era tutto un’altra cosa, comunque meglio di niente era per Antonio perché andare in colonia nel bosco di fonti voleva dire avere un paio di scarpe, una maglietta, un pantaloncino e finalmente poteva mangiare la colazione, il pranzo, la cena. E così dopo la grande delusione che pian, piano passò, subentrò l’attesa di vivere un bel mese in allegria e spensieratezza. Antonio fece parte di una squadra in cui c’era una educatrice di nome Anna aveva 25 anni e si era da poco laureata in lettere a Roma e stava in attesa di un posto di lavoro. Anna era alta e molto bella con un fisico asciutto, svelto e scattante, disse che amava correre ed aveva vinto anche delle medaglie e che alla fine della colonia avrebbe portato i bambini a casa sua per mostrarle. Anna era a dir poco fantastica sempre in movimento e con quel sorriso che non l’abbandonava mai e che contagiava tutti. Insegnò a quei bambini ad amare la ginnastica e molti giochi, tanto che la mattina passata nel cortile della colonia volava via. Poi si andava a pranzare e nel pomeriggio dopo aver riposato si andava a tavola per la merenda. Un giorno c’era pane e marmellata, il giorno successivo pane e cioccolata con grande gioia di Antonio che provava per la prima volta in vita sua quanto era buono mangiare quelle delizie. Quando si finiva di fare merenda si andava a passeggiare nel bosco, ed Anna insegnò anche tante canzone divertenti e allegre che tutti cantavano con piacere. Insomma quel periodo fu molto bello e tutti volevano un gran bene ad Anna la quale era instancabile, generosa e molta umana. Quel mese di colonia volò in un baleno e l’ultimo giorno come Anna aveva promesso portò quei bambini a casa sua, un appartamento molto grazioso, ben arredato, alle pareti tante foto di Anna che la ritraevano nelle varie corse da lei sostenute e mentre veniva premiata dopo una vittoria. Lei era entusiasta mentre raccontava e mostrava le medaglie vinte a quei piccoli ammiratori i quali erano orgogliosi di avere avuto come educatrice una campionessa sportiva. Poi ci fu il momento dell’addio, Anna abbracciò tutti e disse che quel mese di colonia vissuto insieme a loro non lo scorderà più. Figuriamoci se lo dimenticherà Antonio il quale aveva avuto finalmente un po’ d’affetto, bastava un abbraccio di Anna che lui era al colmo della gioia, aveva trovato in lei una guida sicura, un punto di riferimento, d’un tratto tutto questo non c’era più. Antonio si sentì perduto e pianse mentre tornava nella sua casa tutta annerita dal fumo, col vento che entrava sia dalla porta che dalla finestra sgangherata,e come al solito al buio perché non c’erano soldi nemmeno per comprare una candela. Fu duro, passare in un momento dalla graziosa casa di Anna così accogliente luminosa e splendente alla sua casa annerita, fredda, malridotta e buia. Passare dal bello al brutto in un attimo c’era da rimanere scioccato ed Antonio rimase scioccato per un bel po’ di tempo, finché si riprese e tornò alla vita di sempre. Rivide i suoi amici Agostino, Mario e Michele “stancarid” ed insieme ad altri amici si recavano spesso sotto la torre a giocare alla “barca e foglie”. Un bambino si metteva sotto e gli altri dovevano saltarlo e mentre lo saltavano dovevano lasciare il fazzoletto sulla sua schiena, chi faceva cadere il fazzoletto andava sotto. Mentre si saltava ogni bambino oltre a posare il fazzoletto doveva dire una frase della “barca e foglie”: “adesso viene la barca e foglie, tua moglie ha le doglie, le doglie che deve partorire, ha fatto un bel fanciullo quanto la testa di un citrullo, l’andarono a battezzare nella chiesa di santa Chiara gli hanno messo il nome pan paletto, al mio ritorno riprendo il fazzoletto”. Molte volte insieme ad Antonio ed i suoi amici si accodava anche Fortunato che cantava così bene da sembrare un usignolo, tanto è vero che le convittrice dietro quelle finestre aggrappate alle sbarre di ferro, dopo averlo sentito cantare, non la smettevano d’implorarlo: Fortunato per favore cantaci un’altra canzone! Ed Antonio e gli altri amici tutti intorno ad incoraggiarlo, Fortunato dai: canta, “come sei fatta rossa”! E lui prima timidamente, e poi sempre più sicuro di se cantava: come sei fatta rossa somigli ad una ciliegia ti voglio dare un bacio per poterti accontentare! Ma che bravo gridavano le convittrice e per premiarlo buttavano giù delle caramelle. Intanto Filomena e Maria rispettivamente di 18 e 17 anni erano uscite dall’ orfanotrofio di sant’Antonio e a distanza di un mese l’una dall’altra si sposarono, Filomena con Rocco “cascitid” ( barattolo) e Maria con Santino “muscitid” (lento) questi matrimoni furono possibili perché sia Filomena che Maria avevano già il corredo da quando erano piccole, la madre era stata previdente in questo. Le feste furono fatte in casa e con pochi soldi e subito dopo le due sorelle presero il volo. Filomena seguì Rocco in Germania, dove già lavorava ed era venuto in Italia unicamente per sposarsi. Maria e Santino invece partirono per Torino dove lui aveva la famiglia emigrata l’anno prima. Antonio alla partenza delle sorelle pianse enormemente perché voleva andare a tutti i costi con loro e la madre per trattenerlo dovette sudare parecchio, ma lui anche nei giorni successivi non faceva che piangere e gridava: voglio partire! Ma poi con il tempo si calmò, anche perché era iniziato il nuovo anno scolastico con una bellissima notizia, non c’era quel maestro con la bacchetta facile, ma un altro maestro che amava suonare il violino e spesso in classe faceva ascoltare della buona musica a quei bambini che non avevano mai visto un violino e di musica non se ne intendevano per niente. Però capivano benissimo che tra il rumore delle bacchettate e il suono dolcissimo del violino non c’era paragone: questa era un’altra musica! Che riusciva persino a tenere inchiodato al banco Antonio senza che dava segni d’insofferenza. Ed al contrario degli anni precedenti non aveva più quella voglia matta di entrare a scuola dalla porta e uscire subito dopo dalla finestra per correre incontro alla libertà. Molte volte i bambini della via Roma e del Piano dichiaravano una vera e propria guerra ai bambini di sant’Angelo. Antonio ed i suoi amici accettavano la sfida e se n’andavano a santa Croce proprio sotto la torre e in mezzo a quel terreno ricoperto d’erbe e pieno d’alberi loro costruirono l’accampamento e facevano buona guardia per non farsi sorprendere dagli attacchi dei bambini rivali che venivano respinti a suon di pietre. Molti bambini tornavano alle loro case piangendo e con la testa rotta. Delle volte si cercavano alleanze con gli altri bambini delle altre vie, i quali intervenivano chi in aiuto degli uni, e chi in aiuto degli altri alla fine si può dire che a partecipare alla guerra c’erano tutti i bambini del paese. Gli scontri avvenivano tra le vie, e le raffiche di pietre colpivano dappertutto, specialmente i vetri delle case e tante ma tante teste di bambini. Alcuni genitori non ne potevano più di questa guerra e protestarono dalle guardie affinché vigilassero, altri invece trovarono loro la soluzione impedendo ai propri figli di uscire di casa. Il padre di Agostino come al solito fece di più, invece di prendere a botte il figlio con la cintura, lo prendeva a botte con la fune che metteva a bagno il giorno prima. Ad Antonio che fino ad allora l’aveva sempre scampata liscio, la madre gli fece la sorpresa dicendogli: hai finito di fare il vagabondo, e di stare sempre in mezzo alla strada! Da settembre tu andrai nell’orfanotrofio di Marsiconuovo in provincia di Potenza. A quella notizia lui rimase perplesso, non era in grado di dare un giudizio, sarà un bene? sarà un male? Chi lo sa, di una cosa era certo la sua nuova vita non poteva essere peggiore di quella che aveva vissuto fino ad allora a Tricarico. Però a sentire le tante persone che parlavano con la madre e che sembravano un po’ invidiose perché era riuscita prima a mettere le quattro figlie a sant’Antonio, ed ora stava per fare andare quest’altro figlio in un altro orfanotrofio, mentre loro invece non erano riuscite a sistemare neppure un figlio. E le dicevano: beata te che sei baciata dalla fortuna! tuo figlio avrà da mangiare, di che vestire, sarà educato come Dio comanda e lo faranno studiare, senza che tu spenda una lira. Antonio che non si perdeva un commento incominciò ad essere contento e poi finalmente poteva fare quel viaggio che non era riuscito mai a fare. Attese con ansia quel giorno che per lui è scolpito nella memoria, aveva dieci anni quel 1 settembre del 1958. La notte prima inutile dirlo non dormì, e come poteva dormire per un evento così storico? Era troppo eccitato e allo spuntare del sole fu lui che diede la sveglia a sua madre che dormiva beatamente. Preparò in tutta fretta qualcosa da mangiare e subito dopo andarono in piazza dove il pullman per Potenza stava per partire. Si sedettero sul sedile davanti perché Teresa non faceva altro che dire: viaggiare mi fa un male da morire! Antonio invece non poteva dire niente per il semplice fatto che non aveva mai viaggiato in vita sua. Ma ben presto incominciò a lamentarsi: mi gira la testa, sto male, mi viene da vomitare! E queste parole si susseguivano una dietro l’altra. Teresa cercava di incoraggiarlo dicendogli, fra poco arriviamo e gli stringeva la testa nelle sue mani, ma lui soffriva e quella sofferenza continuò per tutto il viaggio. Teresa aveva pronta la busta nel caso che Antonio vomitasse e un po’ prima dell’arrivo lui vomitò. Ma quel viaggio che sembrava che non dovesse mai terminare arrivò a destinazione. Per fortuna a Potenza si doveva sostare fino alle due del pomeriggio e si sperò tanto che quel lungo riposo l’aiutasse a riprendersi, ma lui continuò a stare male e ancora di più quando prese l’altro pullman che lo doveva portare a Marsiconuovo. Teresa scelse di nuovo due posti davanti sperando così di non farlo soffrire troppo ma fu tutto inutile. Antonio fu un lamento continuo: sto male, mi sento di morire! Vomitò una, due, tre volte, con l’autista che stava sempre pronto a dare delle buste e non faceva altro che dire: attento a non farlo vomitare sul sedile. E di tanto in tanto si girava per rendersi conto di quello che accadeva. La strada che da Potenza va a Marsiconuovo era più brutta di quella che da Tricarico portava a Potenza, c’erano molte più curve e Teresa ad ogni curva gridava all’autista di andare più piano, perché aveva paura di finire in un burrone. L’autista era anziano, molto collerico e gridava a sua volta: vado così piano, che più piano di così si muore! Ma in un’altra curva molto stretta il pullman a malapena riuscì a farcela e diede l’impressione a Teresa di precipitare giù e tutta spaventata gridò verso l’autista: fermati! Signora stia zitta, sono trent’anni che faccio questa strada e mai ho visto una persona più paurosa di lei. Ed a ogni paese che il pullman si fermava prima a Tito, poi a Satriano e a Brienza l’autista litigava con Teresa, l’uno diceva: “ma guarda un po’ cosa mi doveva capitare oggi! Una signora che deve dire a me come devo guidare” e l’altra ripeteva: “tu devi andare più piano perché mi fai morire dallo spavento!” “Stai zitta che è meglio” replicava l’autista. Ma Teresa per quelle strade tortuose non riusciva a trattenersi e ad un’altra curva molto pericolosa grida come un ossessa: “mamma aiutami stiamo cadendo nel burrone!” E l’autista molto arrabbiato gridò a sua volta: “signora cerchi di tenere quella bocca chiusa perché con il nervoso che mi sta facendo venire va a finire che nel burrone cadiamo davvero”. Antonio continuava a piangere e anche lui gridava: “non ce la faccio più, mi sento di morire” e vomitava. Dopo due ore di strazio si arriva a Marsiconuovo con l’autista che fa un’ultima battuta a Teresa: “se domani mattina per il viaggio di ritorno vieni con quella testa e meglio non venire perché appena mi scocci un po’ ti faccio scendere!” Poi chiuse le porte e ripartì veloce verso Moliterno dove il lungo viaggio terminava. Nella piazza di Marsiconuovo Teresa si fece indicare da un passante l’orfanotrofio che si trovava in cima al paese. Quella strada in salita per Teresa sembrava interminabile, ogni tanto doveva fermasi per una pausa, perché l’affanno era tanto, poi riprendeva la lunga marcia borbottando: “mi sembra la scalata di una montagna!” Dopo altre pause e quasi con la lingua di fuori arrivarono in un grande piazzale dove c’era la cattedrale e attaccata ad essa stava l’orfanotrofio e poco più in là un vecchio convento che lo avevano buttato giù e stavano costruendo un grande salone il quale doveva servire per i bambini dell’orfanotrofio. Così disse quel ragazzo che stava accompagnando Teresa ed Antonio dal padre Rettore un prete anziano, e molto magro, disse di chiamarsi don Matteo e bruscamente si rivolse al ragazzo: “accompagna la signora dalle suore dove pernotterà mentre lui lo presenti al vice Rettore”. L’orfanotrofio si può dire che era diviso in due, da una parte stavano le suore dove c’erano delle signore del paese che lavoravano con loro e si occupavano di lavare la biancheria dei bambini e della cucina che comunicava con il refettorio tramite una ruota dove loro mettevano il cibo e dall’altra parte stavano i ragazzi più grandi che lo prendevano e lo distribuivano agli altri bambini. Antonio si salutò con la madre che doveva partire la mattina dopo verso le cinque, e fu accompagnato sempre da quel ragazzo dal vice Rettore, il quale era un prete alto e robusto, sembrava un gigante e a vederlo così burbero faceva un po’ spavento. Aveva una trentina d’anni e si chiamava don Francesco il quale senza tanti complimenti e senza nemmeno accennare ad un sorriso verso Antonio, si liberò subito di lui dicendo al ragazzo che faceva da guida: “accompagnalo dal prefetto” che era colui che teneva a bada tutti i bambini, ed era il fratello del vice Rettore. Anche lui era alto e robusto, si chiamava Giovanni aveva 25 anni ed era di Caserta, ed in attesa di trovare un posto fisso di lavoro faceva il prefetto. Come titolo di studio aveva soltanto la quinta elementare e con quella poca istruzione che aveva non poteva di certo educare dei bambini, semmai era lui che doveva essere educato, perché era un tipo sempre arrabbiato, forse mal digeriva il fatto di dover stare in quello sperduto paese. E quella sua rabbia la sfogava sui bambini che man mano che passavano i giorni stavano facendo rientro dalle vacanze ancora allegri e spensierati. E lui con la bacchetta sempre pronta all’uso fece passare loro quella allegria e spensieratezza che poteva andare bene a casa loro ma non in quell’orfanotrofio dove doveva regnare soltanto il silenzio. Antonio quell’anno fece la quinta elementare e per andare a scuola che si trovava giù in fondo al paese insieme agli altri bambini doveva andare in fila e sempre in silenzio altrimenti Giovanni che era costretto a non portare la bacchetta per non essere giudicato male dalla gente del paese, chi pescava nel parlare gli dava dei ceffoni. E a vederli quei bambini così silenziosi più che andare a scuola sembravano che accompagnassero il morto. Ma appena entravano nel portone della scuola quei bambini come una liberazione gridavano e correvano all’impazzata tanto che i bambini del paese non facevano altro che dire: “sono arrivati i diavoli.” Alla fine delle lezioni Giovanni si faceva trovare davanti alla scuola e come all’andata anche al ritorno, tutti in fila e in silenzio, si attraversava di nuovo tutto il paese in salita fino alla cima dove era situato l’orfanotrofio. Si posavano i libri nel proprio banco della grande sala che faceva da studio, poi si scendeva sempre in silenzio nel refettorio dove quattro ragazzi tra i più grandi a turno ogni settimana servivano da mangiare. Poi pulivano fino a farli luccicare i tavoli e il pavimento del refettorio. I ragazzi più grandi che andavano dai quindici fino ai diciotto anni stavano lì per imparare il mestiere o di falegname (c’era infatti una falegnameria giù nell’orfanotrofio) o di meccanici, ma andavano alla periferia del paese dove c’era un capannone di proprietà dell’orfanotrofio ma gestito da un meccanico del paese. E mezz’ora prima che si andava a mangiare chi tra di loro era di turno doveva andare ad apparecchiare i tavoli e quando il mangiare era pronto ci si sedeva a tavola naturalmente in silenzio che era rotto soltanto dalle preghiere prima e dopo mangiato. Giovanni non voleva sentire nemmeno il rumore dei cucchiai nei piatti, chi veniva sorpreso sia nel parlare che nel fare rumore con il cucchiaio, lui si avventava contro con tutta la rabbia che aveva in corpo e dava a quel povero bambino delle bacchettate. Dopo mangiato si faceva mezz’ora di ricreazione e questo era l’unico momento in cui quei bambini erano liberi di sfogarsi, gridare, e correre. Finito il quale si andava nello studio, si diceva come al solito la preghiera e poi si stava seduti per lunghe ore sempre in silenzio. Ci si alzava soltanto per andare tutti in fila e sempre in silenzio nella cattedrale per la celebrazione del rosario, dove sull’altare si alternavano il padre Rettore e il vice Rettore. Dopo si andava a cenare, e se a pranzo il cibo era mangiabile, la sera quella brodaglia faceva vomitare e molti bambini la rifiutavano e bagnavano soltanto il piatto per far vedere a Giovanni che avevano mangiato e non incappare così nelle sue ire. A quei bambini restava da mangiare soltanto quel pezzo di pane con un triangolino di cioccolato che era così piccolo che si poteva fare un sol boccone ma si preferiva farlo in minuscoli pezzi. Ad ogni morso di pane per addolcirlo un po’ e farlo andare giù nello stomaco si aggiungeva un pezzettino di cioccolato facendo bene attenzione ad equilibrare le due cose perché se avanzava un po’ di pane mandarlo giù asciutto sarebbe stato un po’ faticoso. Molte volte Giovanni se ne accorgeva che qualcuno non voleva il primo lui l’obbligava a prenderlo, e se non lo mangiava gli buttava la testa nel piatto dicendogli ridendo: “o ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra!” Dopo mangiato si faceva un’altra mezz’ora di ricreazione e poi tutti a dormire in silenzio. Non si doveva sentire una mosca volare, perché lui girava per un bel po’ per le camerate e se scopriva qualcuno che parlava lo faceva mettere in ginocchio nel corridoio e stare lì per ore e ore a soffrire le pene dell’inferno. Mentre il vice Rettore e suo fratello erano di Caserta il padre Rettore era di Napoli e due o tre volte alla settimana si recava nella sua città con un furgone per poi tornare carico di alimenti. Lui non stava mai fermo era nervosissimo, cambiava spesso umore, delle volte era allegro e scherzoso, altre volte, collerico e pieno d’ira. Guai a chi gli capitava sotto, lo riempiva di schiaffi, pugni e calci. Bastava che vedesse un bambino in ginocchio la sera tardi in mezzo al corridoio mentre lui dopo aver visto la televisione passava di lì per andarsene a dormire e invece di dirgli: “basta a stare in ginocchio vai a letto!” gli diceva: “tu cosa fai qui?” E senza aspettare la risposta gli mollava un ceffone così forte da farlo piangere. Antonio pensava sempre ad una storiella che aveva spesso sentito da qualche persona anziana. Una volta due cani s’incontrarono, uno era ben nutrito però aveva un padrone, l’altro era un cane randagio che a stento mangiava. Il cane ben nutrito si vantava dicendo: “a me il cibo non manca tanto è vero che sono anche un po’ ingrassato! Tu invece sei così scheletrito, patisci senz’altro la fame, perché non ti trovi anche tu un padrone così risolvi i tuoi problemi?” Ma il cane randagio gli rispose: “è vero, tu non hai problemi nel mangiare, però hai quel collare che sta a significare che stai in una prigione. Io è vero che sono scheletrito e faccio fatica a procurarmi del cibo, però non ho nessun collare, e sta a significare che sono libero. E non cambierei mai la mia vita con la tua a costo di morire di fame, ricordati che la libertà è la cosa più bella che esiste al mondo”. Ecco Antonio si sentiva peggio di quel cane che aveva un padrone ma almeno si consolava con il mangiar bene, a lui persino il mangiare era una schifezza, e come se non bastasse ben presto incominciò anche a provare delle bacchettate. “Spano vieni qui che ti faccio una carezza” gli gridava quella specie di educatore ma era meglio soprannominarlo il sadico, per come si divertiva nel fare soffrire quei bambini. E dal fondo dello studio Spano si dirigeva verso la cattedra dove stava appunto il sadico che se la rideva come un pazzo. E all’improvviso smetteva di ridere e faceva la faccia cattiva dando l’impressione d’essere un lupo affamato e gli diceva: “apri la manina!” A Spano tutto impaurito e che faceva giustamente un po’ di resistenza, il sadico insisteva: “ho detto apri la manina! Su fai il bravo, ecco così stendila per bene,” e con la bacchetta lui accarezzava quella mano tremante una, due, tre volte, stai calmo diceva e poi fece finta di dargli una bacchettata, ma continuò ad accarezzargli la mano e poi di nuovo un’altra finta per vedere lo spavento sulla faccia di Spano. E quel sadico crepando dal ridere ripeteva: “apri la manina!” L’accarezzava ancora per un po’ e infine partì una violenta bacchettata da spezzare la mano. Spano piangeva e urlando per il dolore si stringeva la mano colpita nell’altra mano. E quel sadico sempre ridendo diceva: “apri l’altra manina che reclama anch’essa una bacchettata! Non è giusto che a quella manina si e all’altra no ed è per questo che io l’accontento subito”, e ride come solo un sadico sa fare. “Su stendi la manina, così mi piace”, l’accarezza un po’, e di nuovo fa finta di colpirla e poi all’improvviso un’altra tremenda bacchettata data da quel sadico con tutte le sue forze. Spano ebbe l’impressione per un attimo che la mano si fosse staccata ma invece era ancora lì, ma il dolore era così forte da dargli alla testa e gridava tanto che il sadico non lo sopportava e gridava a sua volta: “stai zitto!” e a Spano che non la smetteva di piangere lui cercava di zittirlo dandogli altre bacchettate sul sedere, ma non riuscì nemmeno questa volta a farlo smettere di piangere. A questo punto per il sadico non restava altro da fare o mandarlo al suo posto o ammazzarlo di botte, per questa volta decise di lasciarlo ancora in vita e lo mandò a sedere. Se la specialità del sadico era quella di dare bacchettate come diceva lui sulle manine, suo fratello s’accontentava di dare un pugno in testa da stordire quel povero bambino che gli capitava sotto le sue grinfie. Lui montava in cattedra specialmente quando voleva insegnare a servire la messa. Tutti i bambini dovevano imparare a rispondere alle domande del prete, chi faceva scena muta aveva per ricompensa un pugno in testa. E siccome quelle domande e quelle risposte erano in latino era difficilissimo per quei bambini imparare , ma era facilissimo per quel vice Rettore dar loro dei pugni in testa che provocava un così forte dolore che era difficile che qualcuno non piangesse. E se qualche bambino si faceva vedere di piangere dal padre Rettore lui gli dava il resto specialmente quando era nervoso, cosa che gli capitava spesso. E anche lui dava un saggio della sua specialità che consisteva in schiaffi, pugni e calci, dati all’impazzata, e buttandoti addosso qualsiasi oggetto che trovava davanti. Tutti diranno ma allora era un pazzo? Ed era vero era proprio un pazzo, ma finché era solo lui si poteva stare attenti ad evitarlo, il guaio era che in quell’orfanotrofio i pazzi erano tre ed era difficilissimo sfuggire dalla loro morsa, se evitavi l’uno, ti afferrava l’altro, e l’altro ancora. Come si vede non c’era via di scampo, se ti piombavano addosso ti riempivano di botte. Qualcuno può pensare che almeno a scuola si potesse respirare un po’ ma anche in quel luogo il clima non era favorevole. I bambini del paese non sopportavano quelli dell’orfanotrofio e non facevano altro che dire: “qui non vi vogliamo andatevene alle case vostre e se nemmeno lì vi vogliono allora andate all’inferno, quello è un bel posto per voi dannati”. Il più crudele di quei bambini era Piepoli che aveva preso di mira Spano a cui faceva delle boccacce e con quella faccia piena di odio gli diceva: “tu andrai all’inferno, ti butteranno sul fuoco e come un maiale col forcone ti dovranno girare e rigirare. Quando sarai ben arrosto i diavoli faranno di te un sol boccone e poi con la pancia piena si divertiranno nel dire: Spano non c’è più!” E Spano, invece di lasciarlo perdere non sopportandolo più disse: “a questo deficiente gli devo dare una lezione!” E subito gli fu addosso, con uno sgambetto che era un po’ la sua specialità, lo buttò per terra, proprio nel preciso istante che entrò il maestro. E Piepoli recita la parte di colui che aveva preso dei pugni, si mise a piangere ed anche se tutti i bambini dell’orfanotrofio dissero che Spano non gli aveva toccato neppure un capello, il maestro non volle sentire ragione e lo buttò fuori della classe e poi disse: “adesso vado dal direttore e ti faccio dare una bella sospensione!” La quale fu consegnata al sadico all’uscita dei bambini dalla scuola. Il sadico entrò subito in azione e con uno schiaffo disse: “bravo vedo che a scuola fai dei progressi, hai avuto una sospensione di cinque giorni, molto bravo” ripeté e gli mollò un altro schiaffo. Quando arrivarono nell’orfanotrofio il sadico avvisò subito il vice Rettore del grave fatto accaduto e lui si fece trovare già pronto nel refettorio per dare altri ceffoni e il solito pugno in testa a Spano che poi lo mandò fuori dal refettorio senza mangiare. Nel frattempo arrivò il padre Rettore e tutti i bambini anche se non assistettero alla scena capirono dalle grida di pianto, che Spano in mezzo a quel corridoio fuori dal refettorio se non era morto di botte poco ci mancava. Compiuta la sua buona azione quotidiana il padre Rettore entrò nel refettorio e nervosamente andava avanti e indietro, girava la testa di scatto da una parte all’altra dei tavoli pronto a buttarsi addosso a qualche bambino che a parere suo stava dando fastidio. Si vedeva eccome che non si era sfogato abbastanza, ma i bambini tremanti di paura stavano tutti zitti, tanto che in quel refettorio c’era un silenzio da cimitero. Dopo un po’ il padre Rettore incominciò a gridare: “razza di delinquenti che non siete altro, vi siete fatti conoscere anche a scuola! Questa è una vergogna per tutti noi, ma è meglio che ve lo mettiate bene in testa un fatto del genere non deve mai più accadere, perché se malauguratamente dovesse succedere io vi mando a casa vostra non vivi ma morti.” E poi si rivolse verso il vice Rettore e suo fratello dicendo loro: “dovete vigilare e tenerli ancora di più sotto controllo, al minimo sbaglio dovete punirli senza esitazione solo così possiamo sperare che questi piccoli delinquenti imparino un po’ d’educazione, quell’educazione che non hanno mai avuto dai loro genitori.” Il sadico certamente pensò che quelle parole non erano un rimprovero per lui, ma un incoraggiamento a proseguire quello che già faceva ovvero: massacrare di botte quei bambini! La sera, prima di andare a letto specialmente ai bambini più piccoli li minacciava: “andate al bagno non una ma due o tre volte di seguito perché se pisciate nel letto ve la faccio pagare cara! mi sono spiegato, o reso l’idea, mi avete capito?” “altrimenti” e faceva segno con la bacchetta che gliela avrebbe spezzata sulla schiena a chi si macchiava di questo orrendo crimine. E rideva soddisfatto come solo un sadico sa fare, mentre quei bambini vivevano nel terrore avevano una paura matta di bagnare il letto e di tanto in tanto di notte si alzavano e con la mano toccavano dappertutto le lenzuola, per vedere se erano ancora asciutte e dopo aver controllato tiravano un sospiro di sollievo: almeno per questa volta non abbiamo bagnato il letto! E prima di ricoricarsi andavano di nuovo al bagno, sforzandosi per fare uscire l’ultime goccia d’urina. Questo rito si ripeteva tutte le notti ma nonostante gli accorgimenti e le attenzioni qualche volta succedeva che qualche bambino bagnasse il letto. E quel sadico manteneva la promessa fatta, picchiando duramente con la bacchetta sulle mani di quei bambini, e questo era il buon giorno che ricevevano appena alzati. Dopo le bacchettate il sadico a quei bambini ancora piangenti li trasferiva con le lenzuola bagnate in una camerata fatta apposta per loro che era soprannominata: la camerata dei pisciasotto! Ed era circondata da una ringhiera e lì dovevano spandere le lenzuola bagnate per farli asciugare. Quei bambini si sentivano ghettizzati, umiliati, colmi di vergogna ed erano trattati come degli appestati, nemmeno se avessero commesso chi sa quale colpa. Ma il vero ed unico colpevole delle loro condizioni era quel sadico che facendoli tremare di paura andava a finire che poi essi pisciavano nel letto. Durante il periodo invernale prima di accendere i termosifoni si puliva la grossa caldaia che stava giù in cantina e per fare bene quel lavoro introducevano nella caldaia proprio Spano che lì dentro si contorceva così bene che con quel spazzolone di ferro arrivava dappertutto, ma alzava tanta di quella polvere che c’era il rischio grave per lui di rimanere morto asfissiato. Ma della salute di quel bambino non interessava ne al vice Rettore e nemmeno a suo fratello, a loro interessava soltanto il buon funzionamento di quella caldaia. E non avevano nemmeno una parola di ringraziamento per Spano quando usciva dalla caldaia tutto sporco di nero da sembrare uno spazzacamino. In quella caldaia poi si buttava della segatura che veniva accumulata per tutto l’anno nella falegnameria. Dopo aver acceso il fuoco alcuni ragazzi tra i più grandi avevano il compito ogni due o tre ore anche di notte di stare attenti a non farla spegnere e di buttare nella caldaia altra segatura. Spano dopo la sospensione fece ritorno a scuola dove c’era quel maestro che aveva preso in simpatia due bambini ai quali nei compiti in classe metteva sempre dieci, mentre a lui non potendolo vedere gli metteva ogni volta cinque. Quei due bambini si erano così montati la testa che guardavano gli altri dall’alto in basso, non davano confidenza a nessuno e parlavano solo tra di loro. Spano non li sopportava, invece andava molto d’accordo con Ferrone un bambino molto vivace e scherzoso. Un giorno il sadico vide Ferrone che nello studio aveva appena aperto la bocca che subito gli gridò: “Ferrone vieni a prenderti le tue bacchettate quotidiane!” E rideva per la sua bella battuta, ma Ferrone dal banco non si mosse: “hai capito che devi venire qui immediatamente?” disse innervosito il sadico, “invece io non vengo” rispose in segno di sfida Ferrone che meravigliò tutti gli altri bambini che erano ben contenti di vedere finalmente qualcuno che osasse ribellarsi al sadico. Il quale vedendo che Ferrone non ubbidiva fu lui che abbandonò quel sorriso che aveva e facendo la faccia feroce come una bestia gli corse incontro e s’avventò su di lui colpendolo con la bacchetta all’impazzata. Ma Ferrone dopo un po’ con uno scatto che ha dell’incredibile riuscì ad afferrargli il braccio e con tutta la rabbia che aveva, gli diede un morso da far lanciare un grido di dolore così forte a quel sadico che subito arrivarono in suo aiuto il vice Rettore e il padre Rettore che si buttarono su Ferrone e lo riempirono di calci e pugni da lasciarlo mezzo morto per terra. Poi chiamarono i carabinieri e decisero che quel bambino era così pericoloso da non poter stare più in quell’orfanotrofio, e che doveva essere trasferito nella casa di correzione d’Avigliano (Pz). E così fecero. In fretta e furia si portarono via Ferrone e Spano non vide più il suo grande amico, l’unico che aveva avuto il coraggio di ribellarsi a quel sadico che si porterà per sempre il segno di quel morso e tutti i bambini videro la grande ingiustizia che era stata commessa. Invece di portare in galera quel sadico misero dentro quel bambino che aveva subito la violenza. Spano odiava quell’orfanotrofio che sembrava un cimitero con il suo silenzio e la sua tristezza, e come al cimitero quel silenzio veniva rotto di tanto in tanto dal pianto di qualche parente dei defunti, anche nell’orfanotrofio quel silenzio veniva rotto dal pianto di qualche bambino che prendeva le bacchettate. Spano odiava anche quella scuola dove c’erano quei bambini del paese che continuavano a provocare i bambini dell’orfanotrofio chiamandoli: i dannati che nessuno li vuole, non vi vogliono le vostre famiglie, non vi vogliamo noi, troverete accoglienza soltanto tra i diavoli dell’inferno. E Piepoli prendeva di mira sempre Spano dicendo: “tu brucerai nel fuoco dell’inferno, dove i diavoli ti faranno arrosto e una volta ben cotto ti mangeranno”. E Piepoli mimava come se stesse mangiando il pollo e poi faceva le boccacce, il suo intento era quello di provocare e fare scattare Spano che anche se aveva una rabbia enorme cercava di stare calmo, perché c’era quel maestro così antipatico il quale non aspettava altro che punirlo. E nell’orfanotrofio c’erano pronti ad attenderlo i suoi superiori che lo avrebbero spennato vivo. Alla fine dell’anno scolastico Spano fu bocciato, ebbe anche sette in condotta, e come se non bastasse il padre Rettore lo riempì di botte, e non faceva altro che chiamarlo: “delinquente, perché solo un delinquente prende sette in condotta”. Durante le vacanze lui e gli altri bambini che rimasero nell’orfanotrofio andarono a lavorare nel grande salone comportandosi da veri manovali, preparavano la calce e poi la portavano ai muratori, così pure i mattoni. Nel lavorare la fatica si faceva sentire, ma era meglio sudare dietro i muratori che stare seduti ore e ore nello studio. Alla fine dell’estate i lavori finirono e quel salone decisero che doveva servire da studio. All’inizio del nuovo anno scolastico si decise anche che siccome nella scuola del paese gli alunni erano troppi, per mancanza di aule, la quinta elementare si doveva frequentare nell’orfanotrofio con il maestro che fu molto contrariato perché si doveva recare ogni giorno fin lassù. E molto male la presero i bambini dell’orfanotrofio perché mentre l’anno precedente si recavano anche se in fila e in silenzio alla scuola del paese, ma almeno passeggiavano un po’, vedevano altri bambini, adesso invece dovevano stare rinchiusi come sepolti vivi in quell’orfanotrofio. La loro qualità della vita già schifosa peggiorava ancora, e solo a pensare a una giornata tipo in quel cimitero venivano i brividi, sveglia la mattina, dire le preghiere, fare il letto, pulire la camerata, andare nel refettorio per la colazione, ma prima e dopo mangiato dire di nuovo le preghiere, poi andare nella cattedrale a sentire la messa ed infine andare nello studio ad attendere il maestro per la lezione. L’unica consolazione che il maestro non era più quell’antipatico dell’anno precedente, ma un altro maestro molto dolce e accomodante verso gli alunni e questo lo rendeva ai loro occhi molto simpatico. Quando finivano le lezioni si scendeva nel refettorio per il pranzo con le solite preghiere prima e dopo mangiato, poi si andava nel piazzale davanti all’orfanotrofio per la mezz’ora di ricreazione che passava in fretta, e si andava quindi a studiare per lunghe ed interminabili ore, stare seduti curvi su quei banchi era una tortura. Si alzavano per andare dove? Ma in cattedrale per il rosario che non mancava mai! Subito dopo si andava a cenare sempre pregando prima e dopo il pasto, un’altra mezz’ora di ricreazione e infine si andava a dormire. Era terribile fare quella vita anche perché veniva fatto tutto in silenzio e con le bacchettate che quel sadico dava in dose elevate. La domenica che per tutti è il giorno più bello dove si fa festa, si riposa, e si mangia bene, per quei bambini invece è il giorno più brutto, ci si alzava la mattina, le preghiere, le pulizie, la colazione, le preghiere, mezz’ora di ricreazione, tutti in fila e in silenzio si andava nella cattedrale per la messa cantata, che non finiva mai. Si usciva che era già l’ora di pranzo, dove per primo, c’era la pasta con il sugo, ma è meglio dire una colla buona per attaccare i manifesti, non certo per mangiarla. Per secondo un pezzo di carne, almeno così dicevano, a chi chiedeva ma che roba è? Ma in realtà c’era tanta gelatina e della carne non si vedeva nemmeno l’ombra. Spano era così disgustato di quel primo e di quel secondo, che si può dire che digiunava, o meglio buttava giù con tanta rabbia in corpo soltanto quella fetta di pane che così asciutta non scendeva nello stomaco e lui per facilitare la discesa la bagnava nel bicchiere d’acqua. Alla fine del delizioso pranzo si andava a fare la mezz’ora di ricreazione poi a studiare e verso sera dopo il solito rosario si andava a cenare dove con quella zuppa di fagioli e quel pezzo di formaggio ci si rimetteva in sesto e dopo aver fatto un’altra mezz’ora di ricreazione si andava a dormire. D’inverno le cose peggioravano perché tutto intorno era ricoperto di neve. Nel piazzale davanti all’orfanotrofio non si poteva giocare, però lo si poteva attraversare per andare nella cattedrale ad ascoltare la messa la mattina ed il rosario la sera. Quella era l’unica boccata d’aria che quei bambini prendevano. Per la verità c’era l’altra boccata d’aria per andare dall’orfanotrofio a quel salone, dove oltre a studiare c’era dello spazio per giocare un po’. E se la neve era tanta d’assediarci nell’orfanotrofio, non si stava di certo con le mani incrociate ma si era tutti impegnati con le pale per aprire un varco fino alla cattedrale, perché a tutti i costi non si doveva perdere la messa la mattina e il rosario la sera. E si apriva anche un varco per andare nel salone a studiare per ore e ore nel silenzio generale senza aprire la bocca, perché appena qualcuno tentava di dire una parola, era subito scoperto dal sadico che non aspettava altro che dare bacchettate. “Mariano vieni che ti devo accarezzare la manina” diceva il sadico ridendo, mentre Mariano già piangeva e nello andargli incontro cercava di commuoverlo: “per carità, ti supplico, perdonami almeno per questa volta, non lo faccio più, lo giuro”. Ma il sadico che non aspettava altro per divertirsi un po’ figuriamoci se lo lasciava andare senza dargli una carezza come diceva lui. E ripeteva con quella risata strafottente: “apri la manina” e siccome Mariano non l’apriva e piangeva tutto impaurito, il sadico incominciò a colpirlo con la bacchetta sul sedere e gridava: “apri la mano!” Mariano fu costretto ad aprirla e subito una forte bacchettata lo fece contorcere dal dolore. “Apri l’altra mano”, e di nuovo una tremenda botte da farlo saltellare e piangente ritornò al suo posto. Subito dopo il sadico chiamò Sarlo, la scena era la stessa con il bambino che non vuole aprire la mano e lui che lo costringe a farlo. Poi è la volta di Spano che cercava di vincere la paura aprendo subito la mano, perché pensava prima finisce il supplizio meglio è. Ma il sadico di fronte a quel bambino che mostrava del coraggio nell’affrontarlo cercava di torturarlo un po’ facendo finta di dargli la bacchettata, invece gli accarezzava soltanto la mano. Poi di nuovo una finta, una carezza e all’improvviso una bacchettata. Spano cercava di trattenere le lacrime ma il dolore era così forte che il pianto fu inevitabile. Aprì l’altra mano con la solita finta di quel sadico che se la rideva mentre accarezzava e poi la solita tremenda bacchettate che fece urlare dal dolore Spano. Passarono soltanto pochi minuti che il sadico chiamò Merlo il quale cercò di discolparsi dicendo: “non ho parlato io, ma è stato Vizzuso!” e il sadico sempre ridendo rispose: “venite insieme così non faccio torto a nessuno ma vi consolo tutti e due!” Fece aprire le mani prima a Merlo che si piegò in due dal dolore, e poi fu la volta di Vizzuso che si piegò anche lui in due dal dolore. Anche Romito fu chiamato dal sadico ma lui non volle andare perché disse: “io non ho aperto bocca!” E vedendo che non si muoveva fu il sadico che corse verso di lui e Romito per non farsi prendere incominciò a correre tra i banchi piangendo e dicendo: “non è giusto che devo prendere delle bacchettate senza che ho fatto niente!” Ma il sadico ormai non pensava ad altro che ad acchiapparlo perché si vedeva ridicolizzato da quel bambino che lo portava in giro tra i banchi. E dopo tanto girare e rigirare tra i banchi, dopo un bel po’ di tempo tra i biliardi in fondo allo studio, l’afferrò, mise la testa di Romito tra le
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