Evidenziati in giallo I pezzi musicali tratti dal Requiem di Mozart




НазваEvidenziati in giallo I pezzi musicali tratti dal Requiem di Mozart
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TUTTI GIÙ ALL’INFERNO

ATTO UNICO


Adattamento teatrale di
Monica Mazzitelli


Personaggi:


CARONTE

ARMANDO

MARCO

ALESSIO

SILVIA

YARI


(evidenziati in giallo i pezzi musicali tratti dal Requiem di Mozart)

La scena è un palco occupato nell’area a sinistra per tre quinti da attori che stanno in piedi e si reggono a dei sostegni orizzontali come quelli di un vagone della metropolitana. Solo un paio di persone sono sedute. Alcuni passeggeri offrono la schiena al pubblico: sono dei coristi, che intoneranno alcuni brevi brani dal Requiem di Mozart a sottolineare alcuni passaggi. Su questa scena entra “Caronte”, il matto della storia, che poveramente vestito prende possesso dello spazio intrufolandosi fastidiosamente tra i passeggeri e interagendo anche fisicamente con loro.

Le luci sono alternate, sgradevoli, con effetti luce ed ombra, portano alla ribalta gli attori man mano che arriva il loro turno.

La scena di apre con i Carmina Burana, luci molto mosse.


CARONTE I


[le grida sono sempre in falsetto] AHH! AHH! [beffardo, istrionicamente paternalistico] Eccoci signori! Siete pronti per il viaggio?

Ma guarda che facce, tutti a guardarsi i piedi. Io lo so quello che pensate sapete? 41 gradi all’ombra, e pure il matto ci voleva! AHH! AHH! Eh sì! Eccoci signori [fa un inchino ridondante con gesto del braccio fino a terra] sono il matto, ma non abbiate paura, non si sposti signora, che perde il posto a sedere, non le faccio niente io sa? Sono matto ma sono innocuo, forse, purtroppo. Eh già! Innocuo! Parlo e basta, parlo e basta, parlo e basta, parlo e basta, PARLO! URLO! AHH! AHH!

Solo i matti sono sinceri signore e signori, come il buffone di Shakespeare signore e signori, quello che quando va via lui, [solenne] la piéce diventa tragedia. [CONFUTATIS] [Sorridente] Ma io non vado via signore e signori, [sdolcinato] nooo non temete! [si china verso uno dei passeggeri e gli fa vento] È solo un po’ di caldo sa? Ma poi passa. Poi potete tornare a sedervi sul divano con il mano il telecomando. [irato, sollevando un pugno] Che non comanda, non l’avete capito? Voi non contate un cazzo, CAZZO! Organizziamoci allora, lo vogliamo fare o no questo telekommando? Nati non fummo a viver come abbrutiti davanti alla TV, ribellatevi!!

[beffardo] Arriviamo tutti sani e salvi all’Anagnina, l’Anagnina che toglie i peccati del mondo. [ieratico] Ego vos absolvo in nomine patris, filiis, spiritus sancti et anagninae deis qui tollit peccata mundi.

[beffardo in crescendo] Eccoli qua i miei piccoli amici [tocca alcuni passeggeri che si ritraggono infastiditi], se avete la pazienza di seguirmi, ma certo che no, la pazienza è una virtù agonizzante, noi tutto e subito, subito oggi quello che non ci piace più domani, case piene di cose inutili allora case più grandi, con stanze in più, [dolente, anticlimax, sollevando e dondolano un piede] e il signor IKEA bagna l’unghia del suo alluce valgo alle Maldive, quelle che voi non le conoscete miei piccoli amici, non voi su questo treno di [irato] miserabili [CONFUTATIS], [beffardo] miei piccoli amici sudati, anche mie piccole amiche, certo.

AHH!! Urlo e basta, sono innocuo, [candido] sono innocente io, come un bambino prima della TV. [concitato] Ma il cancro si annida nel più tenero dei boccioli, [beffardo] vabbé ho una figlia anche io mica niente, si è laureata in Zoccologia, e già, crede che non lo so che l’ha data al relatore per aumentare i punti di tesi e invece solo tre ne ha avuti, uno per ogni pompino mi sa. [ride] [rivolto a un passeggero] E lei mi guarda disgustato. Che non si parla così della propria figlia. Ma guardi che li ha fatti lei i pompini sa, mica io, sa, [candido] ‘sto povero matto disadattato. [disgustato, tra sé e sé] La figlia del professore a fare i pompini. [concitato] Ma guardate, sarebbe anche il meno. Ma la tesi su D’Annunzio mi ha fatto, vi rendete conto? [ridacchia ma poi diventa irato] La tesi di laurea su quel caprone fascista! [pausa , poi rassegnato] Vabbé.

[con le mani sui fianchi, rivendicativo] E allora me ne sto in Casafamiglia io, me ne sto, eh già. [sibilato tra i denti, irato] Maledetti [CONFUTATIS]. [pensoso] Che poi la casafamiglia è un posto che non è né casa né famiglia perché la casa è casa e la famiglia è famiglia, e quindi questo non è. [timido] Non mi potete volere bene un pochino voi per esempio, miei piccoli amici sudati?

[esaltato] Questo è il CAPUT MUNDI il CAPUT SCELERORUM il CAPUT PECCATORUM… un tempo forse ora è altrove, altrove il potere la gloria il peccato qui solo peccatucci veniali neanche il caso di occuparsene piccole corruzioni piccole viltà piccoli malintesi piccole omissioni piccoli silenzi.

[verso il centro della scena, allargando le braccia verso i passeggeri come un sacerdote benedicente] Perciò sudate, figlie e figli.

È troppo tardi per il sapone, sudate e basta. Espiate.

Vi do una notizia: la carrozza è giusta, è quella che porta ad Anagnina che toglie i peccati del mondo. Ma l’inferno mi consola sorella l’inferno mi consola CONSOLATOR ADFLICTORUM REFUGIUM PECCATORUM l’inferno è incantevole sorella la compagnia è affascinante girare per i gironi come su una giostra gigante tanti giochi gioiosi da fare all’inferno signora per infissione o inchiodamento [continua come una nenia, con voce sempre più bassa, sparendo alle ultime parole tra i passeggeri] per annodamento o legatura per putrefazione per maledizione per distruzione con il fuoco.

[KYRIE ELEISON]

Luce su uno degli attori, che si sposta lentamente a destra della scena, verso la zona vuota, con fare meditabondo, mettendosi nella tasca posteriore del pantalone un libro che fino a quel momento teneva in mano.


GUGLIELMO

Ti eri accorto subito di quanto andassero d’accordo. Che Lara provava una certa attrazione per lui. Niente di travolgente, chiaro, figurati se una donna sposata. Ma la cosa c’era, e tu hai giocato a interpretare il ruolo del marito ottuso, distratto, in buona fede. Eri tu che lo chiamavi ogni volta che uscivate: “Si sente solo, poveretto, ora che la fidanzata l’ha mollato, è così sensibile…” Figurati se lei diceva di no, anzi.

Tre mesi così, poi sei riuscito a farli uscire da soli. Un impegno di lavoro, la cena già prenotata, e vacci con lui, guarda, sono più contento così, ti giuro. Poi magari vi raggiungo. [sardonico] Magari! Col cazzo che li hai raggiunti.

Dopo poco ti sei reso conto che la cosa andava avanti senza più bisogno di spingerla. Tutto innocente per carità, ma senza il tuo aiuto. E senza più nessuno che chiedesse la tua benedizione. Le bugie non sono il peccato, ma la loro anticamera. Nascono prima come involontarie dimenticanze: [frasi di lei in falsetto sprezzante] ah già non te l’avevo detto, ho incontrato Saverio l’altroieri. Crescono diventando omissioni: mah, sai, c’era più o meno la solita gente. E trionfano con l’alterazione della verità: no, guarda, ho preferito restare da sola, non ero proprio in vena. Che fatica nascondere i tuoi sorrisi! Quanti anni che aspettavi! Rompere con Lara senza averne responsabilità, senza dover sopportare le sue lacrime telecomandate, senza il processo e lo sdegno dei parenti – i parenti di Lara che manica di stronzi Dio mio! - gli amici che non ti parlano più, le donne che pensano che sei stato porco e immaturo con la tua ex e ti mandano in bianco. Senza niente, niente che rovini la tua riconquistata libertà. Una libertà che ti pregusti giorno dopo giorno, quando ancora lei non sospetta che tu sai, che tu hai voluto, che tu hai calcolato. Ti fai la barba [mima una rasatura] mentre lei è ancora addormentata o finge di dormire in attesa che tu esca, e radendoti ti guardi negli occhi e non puoi fare a meno di sorridere. [smette di mimare e fa un accenno di riso ma si copre la bocca con la mano] Rideresti, se non temessi che ti senta. Lasci andare avanti la cosa per un mese, non di più, non voglia il cielo che abbiano un rimorso e smettano prima che tu possa scoprirli. Ci mancherebbe pure questa. Ma no, il detective che hai assunto te lo assicura, si vedranno a casa vostra mentre tu sei al lavoro. Vai in ufficio, verso le 10 avverti il capo che hai mal di stomaco, forse è meglio che vai a casa, sì, vai, e senza avvertire. Il cuore ti batte forte mentre sei ancora per strada, ma poi vedi la Golf di Saverio davanti al portone e ti tranquillizzi. Tutto a posto, tutto alla grande. Ancora dieci minuti, ancora cinque minuti e la puoi mandare affanculo senza pagare pegno. Ancora tre minuti e sei libero. Sei solo. Niente più lagne, niente più problemi. Apri piano la porta di casa, non devono sentirti prima che ti assicuri di beccarli a letto. Se arrivassi prima, magari ti troveresti davanti solo una situazione ambigua e se la potrebbero cavare con una scusa. Li devi trovare a letto. E infatti eccoli lì. Lei sopra di lui. Parlano piano. Entri nella stanza e resti immobile, aspetti che ti vedano. Con la bocca un po’ aperta, come fossi scioccato. Ci hai pensato parecchio a questo momento e ti è sembrata la soluzione scenica migliore: i grandi attori non si agitano tanto, sanno che basta un gesto solo, al momento giusto. Lei gli parla con tono costante. Sulle prime non capisci, poi vedi il libro. Nuda a cavalcioni su di lui, legge. Poesie. Hikmet, ti sembra, anzi no, ne sei sicuro. [disgustato] Hikmet! [DIES IRAE] Lo faceva anche con te, milioni di anni fa. La cosa ti sorprende, innegabile, e ti infastidisce. Una dissacrazione. Ma mentre te ne rendi conto ecco che si accorgono di te. E tu immobile. Loro sconvolti, deglutiscono, e tu fermo. Imbarazzati e tu tetro, amareggiato. La smorfia di disgusto che hai studiato tante volte allo specchio. Ti trema la mano destra, da sola. Un particolare a cui non avevi pensato, ma quanto ci sta bene. Lui balbetta qualcosa ma tu non lo fai parlare, [solleva il braccio che ancora trema] gli indichi la porta e dici solo: vattene. E figurati se ti contraddice. Sta già per le scale coi vestiti in mano. Quando rimanete soli ti avvicini e, cazzo, ti fa quasi pietà questa povera idiota, che piange e ti implora coprendosi il corpo col lenzuolo, la bocca con la mano. Gli leggeva Hikmet, la stronza, proprio quella poesia che vi piaceva tanto. La vostra poesia. Sarà per questo che ti parte lo schiaffo. Non preventivato, ma appropriato, in effetti. Non volevi essere violento, sai mai gli avvocati le cose che si inventano poi, ma una sberla ci voleva. Ti senti un dio quando la colpisci, cioè, male, ma pure un dio. Così riprovi col dorso della mano, ed è ancora meglio. Lei sta ferma e zitta, ora, perché se le merita e lo sa. Cristo d’un dio ma proprio Hikmet gli doveva leggere, con tutti i poeti d’amore che ci sono! Non potevano solo scopare, no, doveva fare la romantica, con la vostra poesia. E allora se lo merita di essere un po’ strapazzata, ed è per questo, tanto per spaventarla, [mima uno strangolamento sempre più feroce] che le metti le mani al collo. E stringi. Zitto tu, zitta lei. Subisce senza reagire, incredibili a volte le donne. Ora ti fermi, ora la lasci andare e te ne vai. Ora, subito. [DIES IRAE] Ma intanto stringi un altro po’ e ti senti potente mentre lei si fa cianotica e ti batte le mani sulla schiena. La sua vita che scorre, scorre, scorre, e a un certo punto non ce n’è più. Finita. [smette di mimare e ansima, girandosi come a guardare la donna alla sua sinistra] [VOCA ME CUM BENEDICTIS] Ti siedi sul bordo del letto e tua moglie è lì, immobile. Folle dirlo, ma sei… soddisfatto. Per nulla impaurito o pentito. Nient’affatto, è quello che volevi: ora sei solo. Libero. Il nuovo scapolo d’oro della città, anzi no, il vedovo, che fa più scena, più punteggio con le donne.

Una ti chiede se sei scapolo e tu, con una smorfia sofferente sussurri vedovo. Che pena, poverino, e quanto è sexy, vuoi mettere con un banale divorziato, ma dài. Una smorfia così [fa delle prove con il viso] anzi, così [continua] Potresti… provare… subito.. [si guarda intorno] Perché aspettare? [tira fuori dalla tasca il libro di Hikmet] mentre ancora stringi in mano un vecchio libro di poesie di Hikmet.


Torna lentamente nella zona del vagone, mentre Caronte fa capolino dalle gambe di un passeggero e riprendere il suo giro tra gli attori. [KYRIE ELEISON a sfumare sulle battute di Caronte]


CARONTE II

AHH! AHH!!!! [paternalistico-esaltato] Non vi sarete scordati di me miei piccoli amici e mie piccole amiche, che non avete nessuna certo nessuna pazienza di seguirmi! Vi garba il viaggio nell’inferno? No che non vi garba anime d’inferno consumatori di TV. Voi analfabeti che i libri macché ma manco i giornali leggete, manco quelli gratis. AH!! Solo i bugiardini delle vostre medicine leggete, i vostri farmaci che servono a prendere altri farmaci, bugiardini. Promettono una guarigione e vi danno un’altra malattia. Sereni che siete coi vostri psicofarmaci, ma è solo per un po’ dottore, per passare questo momento difficile che mia figlia che mio marito che i colleghi il capo la scuola il supermarket e allora tutti prozaici diventate, vi perdete la poesia

[solenne, gasmanniano]

Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.

Arrosto. Ludovico. AHH!! [beffardo] Il caldo aumenta vero signora? Vi scansate eh? C’è il matto in carrozza eh? Mi vorreste fritto. Voi cristiani no, vado bene anche vivo ma magari da un’altra parte eh? Non proprio qui in mezzo a voi, da una parte dove sopravvivo, eh? Sopravvivo senza essere più il vostro problema. Voi che avete la casa e la famiglia invece che la casafamiglia. [ride] La casa beh, la casa è della banca, mica vostra, della banca per altri vent’anni minimo, paeseemmerda. E i vostri figli li cresce qualcun altro mentre voi siete a lavoro per guadagnare i soldi per pagare questo qualcun altro, insomma create occupazione, e i bambini tristezza, figli precari di precari.

[CONFUTATIS] AHH!!! URLO!!! Perché c’è puzza di sudore sul vagone miei piccoli amici che oggi NO! Nonostante la previsione del viaggio nel bollente metrò non vi siete lavati le ascelle. [scuote la testa in diniego] Tz tz tz.. Bravi. Basta lavarsi! BA-STA! Acqua potabile e generosa per pulire culi sporchi e ascelle afrose. Spreconi che siete. Che forse Eumeo di pelli caprine vestito era un porcaro meno illustre perché olente? Avreste rifiutato alloggio a Ulisse spiaggiato perché aveva le caccole tra le dita dei piedi, eh? Forse l’avreste fatto irreminiscenti scolastici, che nulla sapete di Itaca ma conoscete ogni anfratto dell’isola dei famosi.

Si accascia al suolo, con le spalle al pubblico, coprendosi il capo con uno straccio. Luce su due ragazzi che si trovano al centro dell’ipotetico vagone.


MARCO E ALESSIO


ALESSIO “Secondo me ti conviene confessare tutto e buonanotte.”

MARCO “Ma che sei matto?”

ALESSIO “Guarda che il tuo piano è impossibile, come fai a pensare di sfangarla?”

MARCO “Sei tu che non capisci Ale’: io Filosofia Politica l’ho data, no?

ALESSIO “E quattro. Continui a dire che hai dato Filosofia Politica ma anche se lo ripeti trenta volte sempre di un esame solo si tratta.”

MARCO “Non è vero, ho dato anche Inglese, e siamo a due.”

ALESSIO “Marco ti stai prendendo per il culo: due esami su diciotto, due esami in 3 anni. Mi dici come fai a recuperare 16 esami in due sessioni?”

MARCO “Te l’ho detto, Sociologia l’ho già iniziato, ho fatto le prime venti, venticinque pagine, e ti posso già dire che è una cazzata. Se mi ci metto tutti i giorni dieci ore, in tre settimane al massimo ho finito, forse non devo neanche rinunciare al calcetto. Poi di Storia scelgo contemporanea che me la ricordo ancora da scuola, praticamente la so, dammi una settimana per fare il manuale a volo d’uccello, fiiiii … fiiiiii …. fiiiiii [mima un uccello che plana, urtando una signora], gli altri tre libri me li leggo al bagno la mattina e con dieci giorni al massimo ho fatto.

ALESSIO “Sì, fi-fi a volo d’uccello, ma sorreggiti agli appositi sostegni che dai fastidio alla signora!”

MARCO “Scusi signora..”

ALESSIO “Secondo me non ti rendi conto, guarda che Savini è tostissimo, uno che ti chiede pure le date come a scuola! Ti ricordi che mi ha chiesto a me?”

MARCO “Sì ma era perché tu non gli avevi risposto a quella cosa facile sui giacobini, e dai, su, se gli dicevi tutto preciso non ti faceva così la punta.”

ALESSIO “Ma guarda che sono uscito con 28 sai? Mica sono andato male!”

MARCO “Alessio senti, a me preoccupa di più Economia Politica sinceramente.”

ALESSIO “Cazzo… Economia… ma ai tuoi che voto gli avevi detto per Economia Politica?”

MARCO “…. Ventisette.”

ALESSIO “VENTISETTE?? Ma sei impazzito?”

MARCO “Era all’inizio, mi ero fatto un po’ prendere la mano.”

ALESSIO “Senti Marco ma che media pensano che hai a casa?”

MARCO “[a voce più bassa] Ventisette virgola tre.”

ALESSIO “VENTISETTE VIRGOLA TRE?”

MARCO “Zitto Alessio che magari ci sente qualcuno!”

ALESSIO “Secondo me è meglio che confessi tutto. Digli che ti dispiace, che la cosa ti è sfuggita di mano.”

MARCO “Ma che confesso figurati! Mia madre è la volta buona che si suicida e a mio padre gli viene un altro infarto.”

ALESSIO “E come pensi di fare? Che gli dici per la tesi?”

MARCO “Non lo so però tu mi devi aiutare capito? Se io ti chiamo e ti dico di andare a fare un giro a via del Corso tu mi devi dire di no va bene? Pure oggi, dovevi insistere di più che dovevo restare a casa, non dovevi cedere dopo solo cinque minuti, capito? Cinque minuti è poco, al limite se insisto troppo tu mi riattacchi il telefono ok? E per le partite non mi devi convocare capito? Glielo devi spiegare tu agli altri, che io devo studiare, altrimenti io da solo non ci riesco.”

ALESSIO “Guarda che l’altra volta che ci abbiamo provato poi ti sei solo abbrutito di videogiochi e televisione.”

MARCO “[scrolla la testa] È vero. Guarda che è una cosa allucinante: la guardavo e mi dicevo “solo altri cinque minuti, solo alla fine di questo programma, solo fino alle cinque”, e poi arrivavo al tiggì della sera, ma ti giuro che non so perché, e non so manco che programmi ho visto. Ci credi che a fine serata avevo solo una sensazione di nebbia nel cervello, come se avessi visto tutto in fast forward? Non mi si fissava niente in testa, avevo una confusione di immagini e jingles pubblicitari, vallette e pacchi, che me li continuavo a sognare a letto.

ALESSIO “Eh sì, mi ricordo.. T’avevo visto brutto. Confessa tutto Marche’, dammi retta. Prima lo fai e meglio è.”

MARCO “Ma no dai, ce la posso ancora fare. Certo che ce la posso ancora fare, te l’ho detto, Filosofia Politica e Inglese li ho dati, e ho preso venticinque. Poi con una settimana Storia, con due Sociologia, Organizzazioni dieci giorni, Metodologia pure, Economia Politica te l’ho detta, insomma per fine novembre sto quasi a metà, e a giugno la tesi, ma la inizio pure prima.”

ALESSIO “Confessa tutto, che è meglio! Sono due anni che dici che ce la fai a recuperare e hai solo letto venti pagine del manuale di Sociologia. …. Ventisette virgola tre poi, non potevi essere un po’ meno grandioso?

MARCO “Se volevi farmi sentire una merda ci sei riuscito. [Si guarda intorno] E sto vagone pare un treno per Auschwitz. [guarda Alessio negli occhi] L’infarto è ereditario?”

[CONFUTATIS]


CARONTE III

Ma dove cazzo andrete tutti quanti? Dove cazzo?

[elegiaco] Amleto Amleto non lo sapeva no il pallido prence non sapeva se vivere o morire uccidere guarire amare perdonare perdonare e Ofelia lei lo amava lo odiava ODI ET AMO [sensuale, si dondola un po’] l'oggetto della sua idolatria, avvolta dalle spire amorevoli della follia dal serpente antico dicono che il serpente è il simbolo dell’eternità il serpente che muta le pelle rinasce [solenne] SURREXIT NON EST HIC. [CONFUTATIS]

AHH! AHH! [beffardo, rivolto a SILVIA che sembra dargli il posto a sedere] Ma le pare signora MA LE PARE che un cavaliere come me anche se non ho non dico un cavallo o un mulo ma nemmeno una mazza di scopa o cane, ho solo le cimici e le pulci che mi cavalcavo, ma le pare signora MA LE PARE che un cavaliere cavalcato come me possa accettare il suo seggiolino di plastica. CHE POI È SUDATISSIMO perché lei non porta le calze e le gonne di garza di cotone fanno passare anche gli odori!


Silvia lo guarda con imbarazzo e paura, scivola dal sedile come se stesse per svenire, mentre Caronte si gira dall’altra parte con piglio sprezzante, e tutti gli altri la ignorano volutamente. Da per terra, con un braccio a proteggersi il viso come una bimba, fa un singhiozzo e poi si mette carponi, andando verso il lato opposto della scena.


SILVIA

[LACRIMOSA, brevissimo] [camminando carponi]

Qualcuno ti ha detto che Matteo sta male.

[si butta supina con le braccia allargate]

Il mio chéri, lo chiamavi.

Era solo un ragazzino, Silvia. Sei stata la sua prima donna. E tu gli hai fatto a pezzi il cuore. Un ragazzino innamorato. E tu? O ti piaceva solo la sua carne giovane da addestrare? [si tira su lentamente] Quante cose gli hai insegnato. Lui tutte le volte tornava a casa ubriaco di te, dei tuoi baci, della tue gambe, della tua bocca, del tuo sesso. Delle tue parole sconce. [si mette seduta abbracciandosi le gambe, con la testa reclinata da un lato]

Che follia.

Te lo diceva nei suoi sms. [alza la testa verso l’alto e dice con tono un po’ meccanico] Per poco non andavo a sbattere con lo scooter contro il cancello di casa mia. Non capisco più niente, sono proprio fuori. Sono strafatto di te.

[riabbassa la testa] Il tuo chéri.

[guarda verso il pubblico] Hai dovuto cambiare numero di cellulare, perché dopo avergli detto addio ti tempestava di telefonate e messaggi roventi, incazzati, disperati. Le volte che l’hai visto sotto casa tua, appoggiato allo scooter, il casco sotto il braccio, che ti aspettava. Muto e triste.

[testa di scatto a sinistra] Le tue prossime ragazze saranno molto fortunate, non dovranno spiegarti niente.

[testa di scatto a destra] Non mi interessano le prossime ragazze, io voglio solo te.

[di nuovo la testa reclinata su un lato] Gli accarezzavi il viso e sorridevi. Piccolo tesoro mio, gli dicevi. La nostra storia non ha futuro. Avresti voluto sussurrarglielo piano perché non si accorgesse della semplice verità di quelle parole. [LACRIMOSA]

E Anna che faceva [pugni protesi in avanti come a mimare qualcuno che la scuote, voce rabbiosa] Ma che stai combinando con quel ragazzino, eh? Sei impazzita? Ti rendi conto di quello che stai facendo? [si lascia cadere indietro] Lasciami stare, nemmeno lui prende sul serio questa storia. [ironica] Scommetto che ha già raccontato a tutti i suoi amici che se la fa con una di trent’anni.

[si tira su, fissa il pubblico e dopo una pausa dice] Ti sbagliavi, adesso lo sai.

E se decidesse di raccontare tutto ai suoi? Che cazzo fai?


[si sdraia per terra appoggiandosi su un fianco, racconta in tono tenero] La prima volta, Matteo era venuto in un attimo. [socchiudendo gli occhi un attimo] “Scusa” ti aveva mormorato all’orecchio. Tu lo avevi baciato e abbracciato per rassicurarlo. Poi gli avevi insegnato a non avere fretta, a fare con calma, piccoli trucchi per resistere. Sul tuo letto, avete fatto di tutto. Riso, scopato, mangiato, ascoltato musica, dormito. I compiti di algebra e Dante.

[abbassa lo sguardo al pavimento, con voce che trattiene il pianto] Forse anche tu sei ancora piena di lui, se non riesci a smettere di pensare alle cose che vi siete detti e che avete fatto insieme. [LACRIMOSA prolungato, a sfumare sul recitato] [si alza nervosamente e inizia a camminare avanti e indietro] Alla fine l’hai mollato perché il vostro segreto ti stava stancando e perché avevi capito che lui era troppo preso da te, che per te stava trascurando tutto il resto, la scuola, gli amici, la famiglia. E tu glielo dicevi, lo spingevi anche a uscire con le ragazze della sua età. Mica eri gelosa anzi [si ferma davanti alla parete destra del palco come fosse uno specchio, con tono sprezzante] dì la verità, Silvia. Ti eccitava l’idea che lui facesse con loro tutto quello che sperimentava con te, eh?

[riprende a camminare, sempre sprezzante] Poi quando il tuo collega vi ha beccati sulla Casilina dietro l’Ipercoop, lì hai capito che stavi rischiando, che ti giocavi… che cosa? La tua credibilità, la tua reputazione sociale.

Una trentenne e un sedicenne. Non si può. Dovrebbero processarti e rinchiuderti.

[di nuovo ferma davanti al muro] Stronza puttana.

[urla] Dillo di nuovo.

[con voce più alta] Stronza puttana senza cuore.

[con tono alto e rabbioso] A Subaugusta scendi e buttati sotto la prossima metro in corsa. È quello che ti meriti. [abbassando lo sguardo, con voce più bassa] Matteo sta male. Ti hanno detto che non esce dalla sua stanza, non parla, non mangia. Non sanno neanche se a settembre riprenderà la scuola.

[si appoggia alla parete con le braccia allargate come in un abbraccio, con lo sguardo verso il pubblico, tono emotivo] [LACRIMOSA prolungato, a sfumare sul recitato] Pensa a una cosa che vorresti che io ti facessi e dimmela.

Resta sempre con me.

Amami.

Resta sempre con me.


CARONTE IV

[Dal lato opposto del palco]

Ehi!!! Vi urlo eppure potrei sputarvi! Perché io sono il traghettatore dio vostro e tendo a fare discepoli e a non controllare biglietti. Tutti a far finta di farvi i cazzi vostri e invece a farvi i miei, perché poi raccontare di avere incontrato il pazzo non fa che bene non fa che rendervi santi e pallidi nella vostra abbronzatura lampadata. Pure la sua santità è lampadata mio caro giovin signore non si turbi non rotei gli occhi per cercare solidarietà, che questo è il posto sbagliato! [CONFUTATIS]

[si avvia verso la destra del palco dove resterà, seduto per terra, fino alla fine del monologo di YARI] Tanto qui nella repubblica delle banane andate a male in un container insieme alle braccia e alle gambe e alle intenzioni degli uomini che le hanno caricate, qui nella repubblica delle banane chi non sa dice come se sapesse e a me non m’ascolta nessuno.


YARI

Dall’estrema sinistra del palco, lentamente cammina verso il centro, partendo con la testa china.

[VOCA ME CUM BENEDICTIS] Francesco, ventun’anni, è morto in un minuto, prima era lì che rideva. Vicino a Cinecittà.

Stamattina sono venuto a piedi fino a Anagnina. Volevo camminare. Ho fatto la Tuscolana. Sono passato in mezzo ai piloni del cavalcavia mezzo deserto, su un marciapiede stretto stretto. A quell’ora se chiudi gli occhi e respiri forte [fa un respiro a occhi chiusi] senti pure un po’ di odore d’erba che arriva da quegli avanzi di pezzi di campagna che so’ rimasti intrappolati tra le case e l’asfalto.

Anche a Francesco gli piaceva il cinema, a lui più i film d’azione, quelli che mentre gli attori corrono gli scoppia dietro una macchina bumm! e loro fanno un salto di trenta metri e si rialzano come niente fosse e si fanno pure una risata.

È morto per il crollo di un’impalcatura Francesco, ventun’anni, è morto in un minuto, prima era lì che rideva. Ecco che differenza c’è tra noi e gli attori, sì, è una differenza che ha a che fare con la morte e le risate. Per noi prima si ride e poi si crepa, per loro il contrario. [REX]

Lavoro da sei mesi per costruire un’altra corsia del grande raccordo anulare di Roma. Lavoro per una ditta che ha il subappalto da una ditta che a sua volta ha avuto i lavori in appalto da un’altra ditta e non lo so se c’e n’è un’altra sopra.

Pochi che siamo, per ogni ditta le regole per lavorare sicuri non sono le stesse che se fossimo tutto un cantiere, no, per niente, così ogni tanto muore qualcuno, tanti, una decina l’anno. Pochi che siamo, ci stanno col fiato sul collo, non ci possiamo organizzare, fanno sempre in tempo a cacciarci via. [REX]

Francesco era appena arrivato, da pochi giorni. A lui il caldo non gli faceva tanto effetto, infatti era siciliano, c’era abituato. Eppure già verso le dieci le forme [con le mani fa un gesto di tremolio, guardandosele e portandole lentamente giù] incominciavano a tremare, io ogni tanto penso che da un momento all’altro si squaglia tutto come in un alluvione e [allarga le braccia a cerchi sempre più ampi] intorno intorno il raccordo se mangia la città.

Stamattina me la sono fatta a piedi. Non ce la facevo a prendere la metro. [REX] Quando sono arrivato a Anagnina mi sono voltato [getta uno sguardo sopra la sua spalla sinistra, verso l’alto] a guardare la strada che avevo fatto a piedi, [torna con lo sguardo lentamente in avanti, partendo dall’alto e finendo in basso] il ponte che dal raccordo sale sopra al capolinea e scende verso la città. Francesco è morto per costruire un aggeggio [con il braccio sinistro indicava dove prima guardava] come questo, migliaia di macchine su e giù, avanti e indietro.

[con durezza] Francesco è morto e non è come prima e io lo so che non pagherà nessuno anche se le colpe ci sono, ci sono eccome, e io non mi do pace. Non si fa così. La colpa è loro, che vengono controllano dispongono risparmiano risparmiano risparmiano. Morto Francesco arriva un altro Francesco, è stata una disgrazia.

[con un po’ d’ansia] C’era una bottiglia d’acqua, all’ombra, [indica con la mano un punto in basso alla sua destra, verso il pubblico] una bottiglia di plastica verde, appannata, con le bollicine che salivano dal fondo verso su. Un miraggio. [sguardo dritto avanti a sé come apostrofasse qualcuno] Francesco che mi passi l’acqua? [REX TREMENDAE] [fa un gesto improvviso come a proteggersi da qualcosa di pericoloso, rannicchiandosi] È lì che è morto [indica il punto dove prima aveva indicato la bottiglia]. [REX] E io mi sento in colpa. Se non gliel’avessi chiesto magari si salvava. Non moriva Francesco, non moriva. [durissimo] E io per questa colpa che provo e che non ho vi maledico. Per questa colpa che non esiste e mi acchiappa al collo e non mi fa dormire, mentre voi riposate, vi consolate con le fatalità. [REX]

A me quando mi tocca?

Un’altra vita a Francesco non gliela ridà più nessuno. [VOCA ME BREVISSIMO]


Gli attori e le comparse sulla scena timidamente, uno alla volta, ma in successione sempre più rapida, si voltano verso Yari dicendo “nessuno”. Yari si sposta al centro della scena e gli attori gli camminano torno a torno, alcuni dicendo ancora “nessuno”, mentre il coro intona “DOMINE JESU” e Caronte sale su un sedile e proclama, mentre gli attori gli vanno intorno.


CARONTE V

Christifidelibus Indulgentia plenaria conceditur, URBIS ET ORBIS!

[coro: Domine Jesu Christe, Rex Gloriae Rex Gloriae]

Ego vos absolvo in nomine patris, filiis, spiritus sancti et anagninae deis qui tollit peccata mundi.

[coro:libera animas omnium fidelium defunctorum, de poenis inferni

Andate, e non peccate più.

[coro: de peonis inferni]

Andate, peccherete ancora.

[coro: et de profondo lacu ]

Gli attori lasciano la scena come in una processione.


FINE


LICENZA CREATIVE COMMONS 2.5




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